La politica nel tempo senza attesa e senza fine

“Il collasso della politica si manifesta oggi su scala planetaria. Le rivolte non ne sono la causa, ma il sintomo”, ha affermato di recente l’antropologo francese Alain Bertho. Un’osservazione che trascina con sé inevitabilmente una domanda: a che cosa serve la politica, agli inizi del terzo millennio? È ancora importante? Irrinunciabile? Da punti di vista diversi, quelli del filosofo e del politologo, la questione è affrontata da due libri, a distanza di poco tempo: David Runciman, Politica, 2015, e Salvatore Natoli, Il fine della politica. Dalla “teologia del regno” al “governo della contingenza”, 2019, entrambi editi da Bollati Boringhieri di Torino. Nello scenario contemporaneo, in effetti, la politica ci appare schiacciata da potenze globali soverchianti, come l’economia e il commercio mondiale, col loro reticolo avvolgente di supply chains, e come la tecnoscienza, sempre più autopropulsiva al punto da dare l’impressione, con l’ascesa irresistibile delle grandi aziende Hi-tech, che i governi siano solo “un fastidio analogico in un mondo digitale”, come scrive Runciman. Oppure, ci si presenta sovente messa all’angolo dalla complessità sociale crescente e dalla dimensione mondiale dei problemi, che la costringono a risposte esitanti, difficili, avventate o intempestive.

 

Basti pensare al riscaldamento globale, che certamente nessuna barriera doganale può arrestare, per menzionare uno degli strumenti tradizionali ancora in dotazione della politica. Indagando gli schemi concettuali profondi che hanno sorretto le istituzioni, la prassi e le descrizioni della politica nell’Occidente giudaico-cristiano, dal Medioevo a oggi, la ricognizione di Natoli consente di cogliere lo Zeitgeist di questo scenario, segnato dal congedarsi definitivo della politica dal tempo escatologico, sia nella versione religiosa, che è appartenuta alla Chiesa e all’Impero medievali, sia nella versione secolarizzata e intramondana, che è appartenuta all’età moderna degli Stati nazionali fino alla tragedia delle due guerre mondiali, prolungandosi, ma deperendo progressivamente, fino al crollo dei socialismi reali dell’Europa orientale. La politica delle istituzioni medievali è vissuta nel tempo dell’attesa della salvezza finale, già preannunciata dalla morte e resurrezione di Cristo, che sarebbe culminata nella fine del mondo assorbito da Dio, con la redenzione degli uomini dal peccato, dal male e dalla morte. La seconda venuta del Messia e l’Apocalisse del cristianesimo presero il posto della “terra promessa” del giudaismo, che rimase aperto all’irruzione messianica: due volti di un medesimo éschaton. Il moderno nasce nel momento in cui l’uomo si fa garante della propria salvezza, tuttavia senza rinunciare all’orizzonte escatologico di uno “stadio finale”, che coinciderà con la liberazione dal dolore, dalla sofferenza, dal male e, se non proprio con la fine del mondo e dei tempi, con l’inizio di un tempo e di un’umanità nuovi. Dalla “teologia del regno” si passa alle “filosofie del progresso e della storia”, che conservano la concezione destinale e provvidenziale della “metanarrazione” giudaico-cristiana, mirabilmente e originalmente esposta dal De civitate Dei di Agostino.

 

Le versioni politiche più determinate e tragicamente confliggenti di questa escatologia moderna saranno il comunismo e il nazismo. Entrambi convinti della possibilità dello sradicamento del male dal mondo, inteso dall’uno come lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo e dall’altro come la contaminazione delle razze inferiori. Una convinzione che, sostenuta dalla sua assolutezza e fermezza, finirà per autorizzare ogni delitto. Lasciato alla spalle ogni progetto finalizzato a “chiudere” la storia, la politica contemporanea si muove ora in un tempo senza attesa e senza fine, diventa “governo della contingenza”. Cionondimeno, anche se è una salvezza senza fede, nel duplice senso della fede nel regno di Dio o della fede nel progresso, nella perfettibilità e nel compimento della storia, e anche se non è più una salvezza assoluta, il fine della politica rimane la salvezza. È, cioè, per Natoli, ancora la funzione di moderare i conflitti, di proteggere gli uomini dalla violenza, innanzitutto di quella reciproca, di prendere le decisioni adeguate a generare e a preservare il benessere pubblico, a giustificare l’esistenza e la necessità della politica.

 

Anche per David Runciman, nello scenario contemporaneo, non è la politica a inventare il male o il bene, ma è solo la politica, nel suo ruolo chiave di defensor pacis, che può riuscire a ridurre gli spazi del primo, estendendo il più possibile gli spazi del secondo. Emblematicamente, il politologo inglese c’invita a pensare che, tra l’andare a vivere, oggi, in Danimarca o in Siria, nessuno si sognerebbe di andare in Siria. E a fare la differenza è la politica, tra il “Beemoth” siriano, sulla soglia di una guerra civile permanente, il “Leviatano” danese, ovviamente più evoluto del prototipo hobbesiano, perché combina costrizione e consenso, sicurezza e libertà, senza dover sacrificare i secondi in vista del vantaggio di ottenere i primi.

 

 

La salvezza che la politica contemporanea promette non è più quella dal peccato o dal male, ma dal pericolo e dai rischi che ogni decisione comporta nelle società ad alta complessità. E la natura dei pericoli possibili si determina in relazione a eventi o situazioni contingenti e a un futuro che non è più prevedibile e programmabile come nei progetti della modernità. Su questa linea teorica Natoli e Runciman convergono, mentre è lo scienziato politico a scandagliare in modo più dettagliato il presente e i dilemmi che in esso si profilano. La crisi economica e finanziaria, come quella del 2008, le perturbazioni globali, i problemi redistributivi della ricchezza su scala planetaria e nazionale, anche nei paesi sviluppati, la catastrofe ecologica, sono per Runciman i pericoli e le sfide che chiederanno nel medio termine alla politica di collaudare la sua mission, sempre nella consapevolezza che “è solo la politica che ci può salvare dalla cattiva politica”.

 

E sul piano dell’efficacia nella risposta, secondo Runciman, oggi si fronteggiano due modelli politici (Usa e Cina), i cui punti di forza e di debolezza s’invertono e si neutralizzano in un gioco a somma zero, anche se egli vede tendenzialmente avvantaggiate le democrazie occidentali mature e prospere (a un livello mai registrato nella storia passata) per la loro maggiore capacità di adattamento e autocorrezione, a fronte di una minore reattività nelle decisioni, vincolate e condizionate dal meccanismo della competizione elettorale, assente nella Cina monopartitica. Dove, peraltro, rimane però probabile, quanto imprevedibile nei tempi e nelle conseguenze, anche per il resto del mondo, la collisione tra la determinazione del partito comunista a mantenere il potere di controllo e la non controllabilità delle nuove tecnologie dell’informazione. Ma, è il filosofo Natoli che, nelle conclusioni del suo libro, indica una bussola per questa gestione e regolazione selettiva dei rischi sociali che è diventata la funzione principale della politica in un tempo che non è più destinale e che non s’illude più (anche tragicamente) di sradicare il male dal mondo: “Non viviamo mai altrove: l’altrove a cui miriamo matura nel presente in cui siamo, ed è ‘qui e ora’ che decidiamo dell’avvenire.

 

Non si tratta di un avvenire lontano e generico, in cui ci può stare tutto e il contrario di tutto, ma di un futuro prossimo che obbliga: è quello delle generazioni”. La capacità di aderire al presente, senza appiattirsi al presente, all’insegna della responsabilità per il “prossimo” venturo, è, dunque, la frontiera post-escatologica della politica. In questa strategia di immanentizzazione della speranza proposta da Natoli non si può, forse, non scorgere l’eco di quell’Italian Theory che trova in Benedetto Croce un antecedente illustre. Quando, nei giorni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale in Europa, nel maggio 1945, caduto il mostro nazista, il vede riproporsi con baldanza coloro che sostengono, su altri versanti (comunista e cattolico), il trapianto nella politica e nella storia dell’éschaton e dell’ultimità della “catarsi del male”, il filosofo abruzzese sente il bisogno di avvertire sull’impossibilità di raggiungere nel mondo e nella storia questa catarsi.

 

Però, non senza ribadire, nel contempo, la fiducia nella “forza del cooperare e operare dell’uomo”. E, in quelle che sono le pagine finali di Etica e politica, egli delinea con chiarezza la prospettiva che sta di fronte a una politica e a una umanità finalmente emancipate dal “trascendente”: “Questa forza del cooperare e operare l’uomo la possiede, sempre, e nessuno può strappargliela, perché egli possiede nel suo petto e nella sua mente la fucina nella quale si foggia l’opera e in cui quel che è male, che è falso, che è brutto, che è irrazionale si converte in nuova bontà, nuova verità, nuova bellezza, in migliore razionalità. In questa conversione e trasfigurazione incessante egli attinge gioia e pace, e supera il mondo nel mondo stesso, non già volgendogli le spalle e distaccandosene, ma di volta in volta assoggettandolo e unendolo a sé. A un sol patto: che egli conosca e senta di non potersi in quella gioia e pace giammai fermare, che quel godere è non più che un divino respiro di riposo, al quale seguiranno nuove forme di male, di falso, di brutto, d’irrazionale, che richiederanno nuovo lavoro; e così ad infinitum per l’umanità e ad finitum per lui individuo”. 

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