La storia di quelle ultime lettere dall’orrore

L’ultimo fronte, pubblicato da Einaudi nel 1971, è un libro del tutto particolare, nella letteratura del nostro Novecento ma anche nella bibliografia di Nuto Revelli. In queste pagine, l’ex tenente degli alpini e comandante partigiano raccolse duecento epistolari di soldati in servizio sul fronte russo durante la seconda guerra mondiale. 

Si tratta di un’opera molto importante perché fu per lui la prima occasione per accedere al mondo contadino di quei soldati, una vera e propria chiave di volta. Senza L’ultimo fronte non avrebbe poi potuto scrivere Il mondo dei vinti e L’anello forte

Revelli ricevette dai famigliari circa seimila lettere, grazie alla fiducia che seppe conquistarsi. Aveva combattuto sul fronte russo, provato le sofferenze della ritirata nel gennaio del 1943, e poi combattuto sulle montagne con i partigiani, ma trovò porte aperte anche per il garbo, la franchezza, l’assenza di retorica che caratterizzavano il suo parlare. 

Una fiducia ben riposta del resto, visto che nessuna andò perduta e tutte vennero poi restituite.

A queste lettere se ne aggiunsero poi altre quattromila recuperate prima che venissero distrutte. Nella lunga introduzione alla prima edizione del libro, nel 1971, l’autore su questo punto è come trattenuto tra il dire e il non dire: “Le recuperai fortunosamente lungo le strade del macero. Sedici sacchi di documenti e lettere giudicate ormai scartoffie…”. 

 

 

 

Vent’anni dopo, nel presentare la ristampa del libro, Revelli svelò la storia di quell’incredibile salvataggio della memoria.  Spiegando che allora non se l’era sentita di raccontare una vicenda che avrebbe ulteriormente avvilito i famigliari di caduti e dispersi.

Raccogliendo gli epistolari si era accorto che le ultime lettere erano datate non oltre la metà di dicembre del 1942. Possibile che quei soldati non avessero inviato auguri di Natale e di buon anno nuovo? 

Revelli pensò che forse i famigliari avessero deciso di tenere per sé l’ultima, la più cara. Ma tutti? Alla fine una madre di un paesino perso tra le colline gli disse: “La consegnai nel 1943 ai carabinieri e fu un po' come se mi avessero portato via un’altra volta mio figlio”. A cosa poteva mai servire quell’ultima lettera?

Qualcuno al Ministero della Difesa si era inventato di pretenderla dai famigliari dei caduti e dei dispersi quale prova che il loro congiunto fosse scomparso su un fronte di guerra, fosse iscrivibile tra i Presenti alle bandiere. Così si denominava una disposizione di legge, introdotta nel marzo 1943, che assicurava per dodici mesi un piccolo importo economico ai famigliari dei militari che risultavano morti in guerra o dichiarati dispersi. 

La richiesta di prove aveva sottratto a tante famiglie disperate le ultime parole di un figlio o di un fratello.  

 

Tempo dopo, “i competenti uffici ministeriali” si resero conto che quella procedura non aveva alcun senso e, così, le lettere sottratte nel Cuneese finirono in un solaio del Distretto militare. Revelli conosceva un alto ufficiale in servizio al Distretto, e gli chiese di fare il possibile per ottenere la restituzione delle lettere alle famiglie. Ma ottennero un diniego netto: quelle carte erano destinate agli archivi del Ministero della Difesa a Roma. 

L’amico lo rassicurò, “prima o poi riusciremo a recuperarle vedrai”. Un giorno però quell’ufficiale lo chiamò e gli disse che era successo l’irreparabile: “Ero in ferie, appena rientrato ho saputo che una corvée di alpini ha ritirato tutti i sedici pacchi con le lettere e li ha portati al macero”. Revelli non si perse d’animo e iniziò a cercarli con ostinata disperazione per cartiere e grossisti. Alla fine riuscì a trovarli da uno straccivendolo di Cuneo; la trattativa non fu facile, perché questi temeva di violare qualche legge militare rivendendo materiale con il bollo dell’Esercito. Dopo molte insistenze e rassicurazioni, Revelli riuscì a ottenerle per venticinquemila lire.  Poi le selezionò con cura: messe da parte quelle di ordine pratico, relative a mere richieste di cibo e abbigliamento, quelle più significative divennero parte de L’ultimo fronte, e i famigliari poterono riaverle tutte. 

 

 

 

Storia dal basso? Memoria diretta? Tanti i modi per definire queste testimonianze scritte durante gli avvenimenti, senza il filtro della riflessione, senza il senno del poi. Leggerle è importante per chi vuol saperne di più su quei fatti storici, ma trasmettono anche forti emozioni. Alcune sono cariche di paura, di rimpianti e di nostalgia, di speranze che il lettore sa inutili. 

Ecco cosa scrive il 5 gennaio del 1943 l’alpino della Cuneese Michele Bima, un contadino di vent’anni: “Il giorno di Natale col freddo a quaranta gradi e con la tormenta che non si vedeva dove si andava mi è toccato con molti altri fare cinquanta chilometri a portare viveri in linea (…) e poi è ancora successo altro che ora non sto a parlarne ma questi giorni non me li scorderò mai più”. Quindici giorni dopo la ritirata, pochi della Divisione Cuneese si salveranno dalla morte e dalla prigionia. Dopo undici giorni di cammino a temperature terribili e dopo combattimenti feroci, le divisioni Cuneese e Julia vennero fermate a Valuiki dai russi. Solo la Tridentina riuscì a uscire dalla sacca sfondando l’accerchiamento a Nikolajewka. 

Questa invece è l’ultima lettera dell’alpino Luigi Brignone, 28 anni, contadino: “Carissimi genitori, sono già proprio stufo di questa vita e tanto più di rimanere in Russia, non vedo più quella beata ora di andarmene via di qua, i giorni passano come il vento ma noi non passiamo mai, siamo fermi, e insieme ai giorni passano i mesi e gli anni della gioventù, fra poco siamo vecchi sul serio, ma quando arriverà quel bel giorno del ritorno si ritorna di vent’anni come una volta. Ah! quel giorno, come lo sospiro. Mamma sta tranquilla, non pensare male se non ricevi mie notizie”.

 

Si può solo cercare di immaginare il dolore delle famiglie nel consegnare alle autorità l’ultima lettera dei loro congiunti, l’ultimo segno di vita e di affetto. Quanta disumanità nel pretenderle, quanta disumanità nel non pensare a restituirle, nel mandarle al macero. Per quella povera gente avvezza alla fatica della terra e per niente avvezza alla guerra, lo Stato per tanto tempo aveva significato solo gabelle esattoriali e cartolina precetto per servire il re e la Patria. Nessuna pietà, nessuna comprensione.

 

 

Gli epistolari raccolti e salvati da Revelli hanno in comune l’ingenuità dei vent’anni, la consueta rassegnazione delle genti contadine, tante illusioni e speranze che non avranno esito. Una generazione di giovani contadini venne mandata a morire in una assurda guerra di aggressione, in luoghi lontanissimi. I loro paesi e le loro borgate si riempirono di silenzio. “Mancano circa 14.000 alpini! Se i morti in guerra fossero croci, in queste valli avremmo più croci che baite”, così scrive Revelli nel suo libro La guerra dei poveri, del 1962 Il tutto mentre gerarchi e profittatori di ogni tipo restarono in Italia a continuare i loro affari. Altri giovani, scampati alla guerra, cadranno combattendo nella Resistenza. 

Nuto Revelli durante la ritirata vide morire tanti di questi alpini, uccisi dai parabellum russi o schiacciati dai carri armati, altri divenuti statue di ghiaccio ai lati della pista, altri ancora lasciati in un’isba feriti nonostante le implorazioni: non c’era spazio sulle slitte, e solo i feriti agli arti potevano essere caricati, chi aveva ferite all’addome doveva essere abbandonato, perché aveva pochissime speranze di sopravvivere. E spesso erano i migliori, i più coraggiosi, quelli che per giorni avevano aperto la strada alla massa dei disperati senza più armi.

 

E gridavano nel vento di non essere abbandonati lì, nel buio e nel freddo.

Quando, dopo l’8 settembre del ‘43, Revelli prenderà la strada delle montagne, a Valera di Caraglio prima, in Valle Grana dopo, battezzerà la sua prima piccola banda partigiana “1 ͣ Compagnia Rivendicazione Caduti”. Non c’era ancora consapevolezza politica, verranno dopo le lezioni di giustizia e libertà di Dante Livio Bianco e, attraverso le sue parole, gli esempi dei fratelli Rosselli e di Emilio Lussu. C’era soprattutto un forte, impellente, desiderio di ribellione verso i tedeschi, che in Russia avevano dimostrato disumanità e crudeltà verso i russi e gli ebrei, ma anche verso l’alleato italiano, considerato inferiore e inadeguato. E c’era un amore sconfinato per la libertà. La guerra di Nuto Revelli con i partigiani, contro i nazifascisti, si svolse in tutte le colline, le montagne e le valli, che separano Cuneo dal confine con la Francia, soprattutto nella Valle dell’Arma e in Valle Stura. Le baite di Paraloup, circondate da faggi e querce, con l’orizzonte aperto sulle montagne, diverranno uno dei luoghi simbolo della Resistenza nel Cuneese. 

 

 

I sopravvissuti alla guerra in Francia, in Albania, in Africa, in Russia, non ebbero vita facile, ci vollero anni di attesa per riuscire a ottenere una pensione di guerra, e chi era tornato malato e invalido dovette faticare molto per vedersi riconoscere una pensione di invalidità civile. Una serie di leggi contorte e pedanti, le difficoltà per chi lavora la terra a superare i percorsi della burocrazia, tanti i motivi di questo ristoro economico negato o concesso troppo tardi. 

E non ci fu neppure giustizia: nel dopoguerra l’amnistia di Togliatti, il desiderio di pensare al futuro e allo sviluppo, la continuità nei vertici delle strutture ministeriali, militari e della giustizia, impedirono un serio e profondo accertamento dei torti e delle ragioni. 

 

Le montagne del Cuneese patirono un progressivo abbandono: i più giovani sentirono il richiamo dello stipendio sicuro delle fabbriche di pianura, nella politica nazionale e locale mancarono idee e disegni organici per incentivare le colture agricole montane, andarono perdute competenze preziose. In molte baite, nel cassetto di una vecchia credenza o in una scatole da scarpe, i contadini conservarono per anni le lettere dal fronte di un figlio o di un fratello mai dimenticato, rimasto per sempre il ragazzo di allora, mentre il loro tempo e i loro paesi alti svanivano ogni giorno un po' di più, dicendo lungamente addio.

Questo contesto fu raccontato da Nuto Revelli in un libro dal titolo emblematico, Il mondo dei vinti. Un insieme di testimonianze raccolte tra valli, colline e montagne del Cuneese, una civiltà contadina sconfitta da un progresso che portò via molta povertà ma anche tradizioni, identità e conoscenze. Revelli le registrò con un magnetofono, riascoltandole più volte e trascrivendole con cura, seguendo il metodo di un razionale equilibrio tra italiano e dialetto. 

 

In una lettera del 25 gennaio 1975 al suo referente all’Einaudi, Daniele Ponchiroli, scrisse: “Ho raccolto quasi duecentocinquanta testimonianze contadine, forse troppe: volendo ne potrei raccogliere altre cento, e ne varrebbe la pena. Sono le ultime voci di un mondo che sta scomparendo per sempre”.

Il prossimo anno saranno cent’anni dalla nascita di Nuto Revelli, ufficiale degli alpini e comandante partigiano, scrittore dallo stile chiaro, appassionato difensore di valori etici universali. Da rileggere e da prendere a esempio, soprattutto per i più giovani, in questi tempi avari di umanità e di etica civile.

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