Leader giullari impostori

Boris Johnson, Emmanuel Macron, Vladimir Putin, Donald Trump, Xi Jin Ping: sono questi i cinque leader che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il destino del mondo è nelle loro mani. Su scala minore, le sorti del nostro paese le abbiamo affidate per 14 mesi a Giuseppe Conte (il garante del Contratto), a Gigino Di Maio (la decrescita infelice) e al Capitano Selfini (il nostalgico reazionario). L'opposizione la guidava  l'evanescente Nicola Zingaretti, con i leader harakiri dell'estrema sinistra e la borgatara Meloni.

Inquietanti autocrati (o aspiranti tali). Personaggi folcloristici o inconsistenti. Stelle che tramontano prima di sorgere, salvo venir resuscitate miracolosamente dall'inconsistenza di chi bacia la Madonna. Almeno dal punto di vista politico, nel 2019 abbiamo un problema. Una leadership efficace dovrebbe avere quattro qualità: condurre verso una meta, raccogliere followers, esercitare il potere e gestire efficacemente. Oggi nelle democrazie occidentali l'obiettivo, quando non è confuso, è il ritorno a presunte glorie passate (“Make America Great Again” oppure “Riapriamo le case chiuse”, “Riapriamo i manicomi”, “Ritorniamo al servizio di leva obbligatorio”, “Famiglia sono un papà e una mamma”). I followers sono quelli dei social, il potere reale è nelle mani della finanza, il management governativo è spesso carente, affidato a personalità di scarsa o nulla competenza.

 

Queste fragilità diventano ancora più evidenti di fronte alla nuova edizione di Leader, giullari e impostori, ripubblicato da Cortina venticinque anni dopo l'uscita. In questo “piccolo classico” Manfred F.R. Kets de Vries, psicoanalista e teorico del management, esplorava le patologie dei rapporti di potere, partendo dal presupposto freudiano che le nostre azioni – a cominciare da quelle dei potenti – non sono solo e tutte razionali. A leggere queste pagine, un anarchico arriverebbe alla facile conclusione che la patologia – o il fattore patogeno – è proprio il potere.

Nella prima frase, Kets de Vries spiega che “qualunque creatura viva in comunità ha bisogno di capi: ogni branco ne ha uno, si tratti di lupi, o di lupacchiotti” (p. 13). Ma, come avvertiva Bertolt Brecht, “quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: 'È naturale' in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”.

La riflessione sulla leadership si sviluppa quando i rapporti di potere da verticali (il potere assoluto del sovrano) tendono a farsi (leggermente, apparentemente) più orizzontali. La forza non è più sufficiente (se mai lo è stata), diventa necessario il consenso. Non basta essere sudditi, bisogna desiderarlo.

Da un lato ci sono i leader, con la loro volontà di potenza, dall'altro ci siamo noi, i cittadini, con le nostre debolezze. I potenti e i loro seguaci vivono in simbiosi, in un processo di rispecchiamento reciproco, a volte virtuoso a volte perverso. Sulle attuali patologie degli italiani, si è di recente espresso Vittorino Andreoli. Siamo un popolo di “masochisti nascosti” dietro la maschera dell'esibizionismo, siamo individualisti spietati che amano la recita. 

 

“Noi viviamo in un disastro, in una cloaca ma crediamo che domattina alle otto ci sarà il miracolo che ci cambia la vita. Aspettiamo Godot, che non c’è. Ma vai a spiegarlo agli italiani. Che cazzo vuoi, ti rispondono. Domattina alle otto arriva Godot. Quindi, non vale la pena di fare niente. È una fede incredibile, anche se detta così sembra un paradosso. Chi se ne importa se ci governa uno o l’altro, se viene il padre eterno o Berlusconi, chi se ne importa dei conti e della Corte dei conti, tanto domattina alle otto c’è il miracolo.” 

(Stefania Signorile, Lo psichiatra Andreoli: “l’Italia è un paese malato di mente. Esibizionisti, individualisti, masochisti, fatalisti”, a questa pagina).

 

 

I nostri leader riflettono la nostra patologia, la nutrono e se ne nutrono. Grazie anche alle loro personali patologie e debolezze. Alcune case histories raccontate da Kets de Vries ben si adattano alle nostre figure di riferimento, con una aggravante. Alla base del recente degrado politico istituzionale c'è stata prima l'identificazione del leader e del manager (con Berlusconi): ma il leader non può accontentarsi della gestione (magari pro domo sua), deve avere visione e obiettivi... E poi c'è stata la coincidenza del giullare e del leader, dal Gabibbo di Striscia la notizia a Beppe Grillo: il comico genovese è stato insieme il re e il fool che avrebbe dovuto “proteggere il re dal rischio di diventare arrogante”, è stato il leader e il buffone che avrebbe dovuto “aiutare il leader a rimanere saldamente ancorato alla realtà”. Il risultato di questi cortocircuiti sono l'arroganza e le fantasie economiche e geopolitiche dei nostri nuovi governanti.

Inutile sottolineare i rischi di una delle principali patologie del potere individuate da Kets de Vries: il narcisismo, oggi ancora più inquietante perché alimentato dai social.

 

Qui sta forse la maggiore mutazione antropologica che stanno vivendo la leadership e in generale la politica, rispetto a vent'anni fa. Delle quattro dimensioni della leadership, ai nuovi politici ne resta una sola. La prima, la capacità di visione e di indirizzare la collettività verso il futuro, si è appiattita sull'eterno presente della rete: a governarci (e a governare i nostri leader politici) è l'immediatezza dei “Mi Piace” e delle condivisioni. Nel dibattito del 20 agosto 2019 al Senato, dopo anni di campagna di odio elettorale su Facebook e di campagne di haters, uno dei termini più ricorrenti è stato proprio “social”. La terza sarebbe il potere: ma quello reale è stato trasferito – almeno in Occidente – dalla politica nelle mani dell'economia e della finanza: non a caso ci sembrano più leader Putin e Xi, che hanno in mano anche le leve del potere economico, attraverso gli oligarchi o tramite il Partito Comunista. I veri leader del nostro tempo sono Bill Gates, Steve Jobs, Brin & Page, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg... Anche costoro vivono molti dei rischi evidenziati da Leader, giullari, impostori, e magari ne esemplificano una quantità notevole, come Elon Musk, il demiurgo di Tesla, o Jeffrey Epstein, pedofilo e amico dei potenti. Però questi eroi del turbocapitalismo hanno saputo intuire e realizzare una visione aperta al futuro, su cui hanno costruito aziende che valgono il PIL di qualche Stato-nazione. Questi manager della distruzione creativa hanno saputo interpretare da grandi protagonisti l'ultima qualità della leadership, la competenza tecnica e manageriale. Purtroppo per i nostri governanti, la realtà è diventata troppo complessa per le capacità delle nostre classi dirigenti e per gli strumenti dell'esecutivo nazionale...

 

Ai politici 2.0 resta una sola delle quattro leve della leadership: l'esercito dei follower. È l'aspetto che avvicina di più la politica allo showbusiness. Ma il consenso sui social è molto volatile, deve alimentarsi di scandali sempre nuovi, di colpi di scena ogni volta più clamorosi. Per qualche tempo l'esercito dei troll può sostenere il profilo del capo e aggredire i dissenzienti, ma alla lunga prevale la stanchezza, il bisogno di nuovi stimoli ed eccitazioni, servono nuovi nemici. Anche perché ogni tanto, nonostante i mezzi di distrazione di massa, la realtà continua a mordere, Godot non arriva e dobbiamo inventarcene ogni volta uno nuovo.

 

Vedremo che cosa ha in serbo la crisi italiana. L'inesistente Di Maio è scomparso. Il vicepremier Salvini in queste settimane ha fatto la fine di Brighella, il servo che si crede più furbo del padrone. Credeva di aver messo le mani sul malloppo e quando ha capito che si era fregato con le sue stesse mani ha iniziato ad agitarsi disperato. Alla fine si è beccato la sequela di insulti di quello che credeva il suo servitore, il premier Conte, di fronte a tutta la nazione. Ed è immediatamente passato dalla faccia truce di chi vuole “pieni poteri” alla sequenza di insulti che gli ha inferto il professor Conte (mentre lui baciava di nascosto il Crocifisso, in una scena memorabile, mentre Di Maio gongolava silenzioso). Non contento, li ha elencati su tutti i media, quegli insulti, indossando la maschera della povera vittima: così, per chi non avesse seguito la diretta da Palazzo Madama, rilanciando le parole del primo ministro ha spiegato al popolo di essere “pericoloso”, “autoritario”, “preoccupante”, “irresponsabile”, “inefficace”, “incosciente”, eccetera. Una scena ferocemente comica, che ha confermato la diagnosi di Conte: il Capitano Matamoros, che urla e strepita, è solo un gran vigliacco!

 

Per quanto riguarda il PD, queste giornate sono state un vero miracolo. Ha due anime: il bulletto Renzi preferisce tirarla per le lunghe, perché controlla ancora i gruppi parlamentari. Il segretario Zingaretti, che finora ha dimostrato meno personalità di Di Maio, sarebbe stato disposto a una rovinosa sconfitta elettorale pur di limitare l'influenza dei renziani. L'astuto Salvini contava sulla sua complicità oggettiva e sull'odio tra Renzi e i 5 Stelle, cementato da anni di insulti. Ma in una crisi giocata come una partita a belot (*), con i contendenti che buttavano sul tavolo carichi e briscole, Renzi aveva tenuto il conto delle carte che i partiti avevano in mano dal 4 marzo 2018: alle elezioni la Lega era arrivata terza, dopo M5S e PD... I rapporti di forza erano quelli! Così ha sparigliato, facendo saltare il banco e ritornando da protagonista al centro della scena... Una sequenza di colpi di scena da serie Netflix, con un plot sgangherato e personaggi che ricompaiono all'improvviso dopo dieci puntate...

 

Questi leader piccoli piccoli, democraticamente eletti, non sembrano in grado di affrontare le sfide che ha di fronte il paese, in una situazione mondiale assai complicata. Nel frattempo però  hanno riscoperto il potere più assoluto: quello di vita o di morte su un altro essere umano. Non uccidono più con il loro pugnale, o usando quello della giustizia, ma per via burocratica. La nuova “necropolitica” (per usare il titolo del saggio di Achille Mbembe pubblicato da Ombre corte) sull'immigrazione condanna a morte chi vuole attraversare il Mediterraneo o il Rio Grande sulla base di regole e norme apparentemente asettiche: “Nel mio paese entra solo chi ha il permesso”. Restano entro i limiti dello stato di diritto ma lo vanificano, finché non arriva un magistrato con una coscienza ancora attiva.

 

Ai tempi dell'antica Roma, furono pochi gli imperatori a morire nel loro letto. Di norma venivano fatti a pezzi dalle congiure di palazzo e dai pretoriani. Le democrazie hanno trovato forme meno cruente di alternanza e di spoil system, anche se a volte sono difficilmente decifrabili dai profani, come nel caso dei colpi di sole e di mojito dell'estate italiana.

Oggi in Occidente siamo approdati a una estrema volatilità, con leadership che durano lo spazio di un mattino (salvo poi restare a vagare come zombi politici) ma nel frattempo ritrovano un simulacro del potere assoluto che inebria le folle. Una patologia della leadership politica che Kets de Vries non poteva prevedere. In fondo per lui si trattava solo di gestire il potere nella maniera più democratica possibile, evitando le sue distorsioni. E ci ha avvertito: i giullari e gli impostori che ci governano sono il frutto delle nostre pulsioni profonde.

 

(*) Belot, o briscola chiamata, è un gioco di carte apprezzato nelle osterie ai bei tempi andati. Si gioca in cinque, seguendo più o meno le regole della briscola,  ma con una particolarità: il giocatore che comanda la mano non sa, tra i quattro giocatori che ha di fronte, chi sia il suo compagno, e non lo sanno nemmeno i suoi avversari. L'abilità del partner sta nell'occultare il proprio ruolo il più a lungo possibile.

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