L’ennesima lingua più bella del mondo

L’ennesima lingua più bella del mondo. Una tra le tante. Tutte, anzi. Vive e morte.

Esistono lingue morte, lingue scomparse, lingue di cui non si sa più niente, lingue di cui si ignora persino che siano esistite, e altre che nessuno parla più, che sono dette morte ma non lo sono, perché nei libri continuano a vivere e qualcuno ancora le legge e scrive. Tutte bellissime. A volte, più ancora che “miseramente apodittica, stenta, scolorata, tetra, eguale, come piccoletto grembiule casalingo da rigovernare le stoviglie” (Gadda), sembra morta la stessa lingua che stai usando, che si dibatte scomposta davanti ai tuoi stessi occhi come in agonia emettendo suoni stridenti e senza significato e un odore di marcio che si attacca alle narici, ma nella quale non puoi evitare di identificarti e che non puoi non amare. Come non si può evitare di amare noi stessi più di ogni altra cosa e con la stessa intensità, perché “la lingua è, nella sua dimensione affettiva, sempre al superlativo”, come scrive Stefano Jossa nel suo recente La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana (Einaudi, 2018, p. 8).

 

Identificarsi con la lingua non comporta tuttavia identificarsi con i parlanti. Una lingua esiste prima e oltre i parlanti, anche se solo essi la fanno vivere. Eppure amare una lingua in qualche modo è amare tutti quelli che la parlano; persino coloro che ne fanno un uso turpe, perché l’uso turpe è sempre nella lingua. Il che non significa sottrarsi al dovere di, anche, disprezzare chi di questo uso turpe fa abito e strumento e arma, e di schierarsi apertamente contro le opinioni e le scemenze e gli orrori che in questo modo vengono nelle varie sedi di piccolo e grande potere propagandati e propalati. 

 

Tutte le lingue sono le più belle del mondo. La propria più di tutte. 

Stefano Jossa però a questa banale considerazione adduce nel suo libro motivazioni che in realtà ribaltano questo giulivo unanimismo. A favore della nostra, naturalmente. Trovandomi perfettamente d’accordo, e in più essendogli grato di averle esplicitate con eleganza e ricchezza di esempi e dettagli. È ancora più bello leggere un bel libro che parla della lingua più bella del mondo in quella stessa lingua benissimo usata.

Un libro che non disdegna di applicarsi anche a generi cosiddetti inferiori (che in genere lo sono davvero, peraltro) come le parole delle canzoni (talvolta molto belle se non disgiunte da una musica non banale) e il rap e i giochi linguistici dei bambini e della pubblicità, o a programmi e personaggi televisivi, alla scelta e alle implicazioni del nome di una squadra di calcio (la più odiata dagli italiani, sottoscritto escluso: la Juventus), ma anche a grandi poesie e al nostro ricchissimo e  meraviglioso repertorio di rime. Senza trascurare poi le analisi godibilissime e illuminanti di momenti fondativi che molti magari hanno studiato velocemente a scuola senza pensarci poi più di tanto, come quella dedicata al cosiddetto indovinello veronese, che è “insieme la prima testimonianza della trasformazione del latino in volgare italiano e il primo invito all’esercizio della critica”, sia per trovare la soluzione che per andare oltre il primo riconoscimento, perché “il testo non è fine a se stesso, ma istituisce un dialogo con chi lo riceve. / La bellezza di una lingua è questa trasformazione da conoscere a capire”, e l’italiano, con un indovinello alle sue radici, in questo è ben piazzato. A volerlo e saperlo usare.

 

“La bellezza di una lingua sta nella sua storia, nei suoi usi, nelle sue possibilità e nelle sue sbavature”, e quindi il “primo modo per entrare in contatto con [questa] bellezza … sarà proprio quello di conoscerne la storia, l’origine e gli sviluppi”. E poiché la “lingua italiana è prima di tutto una lingua letteraria”, “costruita quasi a tavolino, nel corso del tempo da tre grandi uomini di lettere, Dante Alighieri, Pietro Bembo e Alessandro Manzoni” e di letteratura “nutrita fino ai nostri giorni”, è dalla sua storia che si deve cominciare e è ad essa che si deve continuamente attingere senza illudersi di poterla trascurare, a maggior ragione quando la si vuole contrastare o sminuire, perché altrimenti la sua nemesi, stupidità o ridicolo che sia, sarà inevitabile.

 

Jossa illustra questo assunto aprendo il suo libro proprio con un excursus che da Dante (che non solo istituisce il “nesso tra lingua (“favella”) e bellezza (“abbella”)”, in Paradiso, XXVI 130-2, ma identifica fin dalla sua nascita il volgare con la poesia) arriva fino a Pasolini e Calvino, per estendersi poi ad alcuni nodi del rapporto con la tradizione (il latino e il greco, la nozione di stile, la metafora…) fino a concludere sui suoi usi e abusi odierni (Leopardi e Sanremo, i populismi e il trionfo della sgrammaticatura). La scelta degli esempi è non solo illustrativa o cognitiva ma anche derivata dalla convinzione, già espressa nella premessa di Un paese senza eroi (Laterza, 2013) che “è arrivato il momento di tornare a parlare, con termini spaventosi solo per chi non è in grado di usarli, di contenuti e di ideologie” in “un dialogo costante con tutte le teorie, dalla filosofia alla sociologia, dalla psicologia all’antropologia, dalla stilistica ai cultural, visual e reception studies”. 

 

 

Affabile e arguto, divulgativo all’anglosassone (Jossa insegna alla Royal Holloway University of London), tenendo sempre alta l’asticella (tanto per usare una metafora sportiva, tra le più diffuse da noi), la bellezza e l’interesse del libro non stanno solo nella sua lingua e nella varietà delle esemplificazioni delle sue tesi, che in realtà sono veri e propri microsaggi brillanti, arguti quanto acuti, ma proprio in queste tesi: perché chi ha qualcosa da dire una tesi dovrà pur avanzarla e darne conto, senza tergiversare o lanciarsi in ipotesi fantasiose.  

E queste tesi hanno tutte a che fare con la volontà di capire qualcosa di più dell’Italia, che non a caso ricorre con voluta enfasi, nella ripetizione che dell’enfasi è veicolo, nei titoli dei libri di Jossa. Per forza!, uno pensa, dal momento che trattano della nostra lingua e letteratura… Questa presenza però non ha solo a che fare con gli oggetti presi in esame, ma riguarda anche, in più di un senso, l’identità che essi (lingua, letteratura, popolo) nel loro insieme vengono, più che a rappresentare o denotare, a costituire. Niente di più banale si potrebbe di nuovo pensare: è più di tutto la lingua a dare un’identità a un popolo; solo che da noi questa lingua non esisteva prima che esistesse la sua letteratura. Anzi, sostiene Jossa, è la letteratura che sta alla base della nostra lingua, la quale si radica in una comunità di leggenti più che di parlanti, che a sua volta sta alla base di qualcosa di più ampio che chiamiamo per convenzione popolo, il quale infine trova espressione in una nazione, Italia, che riprende un nome che a sua volta stava nei testi e in una vaga idea geografica, a cui non corrispondeva nessuna realtà politica né linguistica né etnica, religiosa e culturale.

 

La più bella del mondo per dar corpo a queste premesse passa in rassegna alcuni momenti della nostra storia linguistica e letteraria per arrivare fino al presente, che per molti sarebbe segnato dalla sua costante e irreversibile degenerazione: dai gerghi mediatici alla presunta e aborrita invasione straniera (anche qui!, è una mania; … a parte che la nostra storia, e preistoria, non è fatta d’altro, come già gli abitanti della penisola hanno avuto modo di sperimentare in ogni epoca, non si dovrebbe mai dimenticare, come scrive Jossa, che “la lingua è un luogo aperto, che accoglie piuttosto che selezionare o censurare”, perché “ciascuna lingua, è plurilinguistica per sua stessa natura”), all’impoverimento del lessico e allo stupro della grammatica e della sintassi e agli strafalcioni e alle castronerie (espressione mia) di certi politici che si ammantano di antipolitica, di cui intendono sbandierare la immacolata genuinità appunto strapazzando con superiore nonchalance la lingua per dimostrare la loro vicinanza al popolo (che notoriamente, secondo loro, parla male e dice scemenze a spron battuto), come se già il gesto di avvicinarsi non indicasse una separazione destinata a restare incolmabile al di là di ogni apparenza e buona volontà, che non si nega a nessuno, in genere sbagliando. Se si ama un popolo, rispettarne la lingua è un buon inizio, a cominciare dalle regole, che sono sempre legate alla libertà e alla possibilità di critica e dialogo, perché “parlar bene è una garanzia di corrette procedure logiche e giuridiche [e] la regola è fondamento di democrazia e stabilisce il confine tra giusto e sbagliato”. 

 

Anche se l’amore non è sinonimo di accettazione, men che meno se supina. Uno scrittore, per esempio, che per definizione la ama sopra ogni altra cosa (altrimenti sarà un genio, ma non uno scrittore), fa o dovrebbe fare sempre resistenza alla lingua, che è sempre la lingua corrente, la lingua d’uso, quella materna, della compagine sociale di cui la madre è espressione e prima rappresentante. Sapere che questa lingua avvolge, domina e pervade ineluttabilmente è necessario, ma non subirla. O quantomeno non lo è abbandonarsi alla forza rassicurante della sua corrente. È opportuno invece saper prendere anche le distanze, essere dentro e insieme fuori. E questo non in odio o spregio, bensì, appunto, per amore. Come se un vero sì, l’accettazione profonda, e il desiderio di essere non incluso nella lingua (quello va da sé) ma a propria volta accettato e amato, possa esplicitarsi e passare solo attraverso, e per mezzo, di molti no. 

 

Il rischio non è tanto la degenerazione, eterna lagna di chi vede degenerare se stesso, quanto l’impoverimento e la piattezza. La possibilità di significare al di là di quanto si dice che costituisce parte integrante della bellezza della lingua. Degenerazione rispetto a cosa, poi, e a chi? In cosa consiste la volgarità linguistica? Nel predominio di semplificazione, stereotipo, povertà lessicale e sintattica? Nell’acquiescenza a parole e espressioni legate a stagioni e circostanze effimere, diventate stereotipi senza essere state adottate e assimilate, come gli stereotipi “veri”, per lungo tempo grazie a un valore di verità, vero o presunto, ad esse connesso e legato all’esperienza e alla comprensione stessa della realtà o alla sua edificazione? Comunque sia, la volgarità fa parte della lingua. Persino la raffinatezza può risultare volgare. La degenerazione è sempre rispetto a un modello che si immagina astorico, ideale, cioè sottratto alla storia della lingua, che invece non è mai ferma, e per fortuna è sempre stratificata e varia.

 

Nello stesso gesto con cui si affrontano le innegabili volgarità linguistiche e gli stereotipi, è tuttavia indispensabile riprendere e analizzare quelli di cui la lingua stessa e la sua letteratura e la comunità dei suoi parlanti sono spesso fatte oggetto. Jossa si applica al buon nome dell’Italia (della lingua e della letteratura italiana) soprattutto andando a rileggere e a riconsiderare gli stereotipi che su alcuni dei suoi caratteri fondamentali sono andati a sostituirsi a quella realtà storica da cui erano emersi, magari con tutt’altre implicazioni; o a ribaltare quelli che sembrano i pilastri dell’eterno lamento che a volte gli italiani stessi riversano senza ritegno su di sé, esatto corrispettivo degli orgogli malriposti altrettanto spesso esibiti, rivelandone invece i tratti originali e positivi, come aveva fatto anche in Un paese senza eroi, che leggeva l’assenza di un eroe nazionale di origine o rielaborazione letteraria come indizio della fondamentale natura critica della nostra letteratura e del nostro carattere nazionale, a dispetto di certe ricorrenti preoccupanti derive, anche odierne, e di tutti i busti marmorei, per non parlare delle figure a grandezza naturale o più, che fanno compagnia alle coppiette e ai passeggiatori, e agli alberi, nei parchi urbani e da spartitraffico nelle piazze.

Lamento e orgoglio sono entrambi di matrice retorica; ma anche qui Jossa fa giustamente delle distinzioni: la “lunga tradizione antiretorica” che peraltro sento personalmente molto affine, non implica necessariamente un giudizio sempre negativo sulla retorica stessa, perché non è detto che nel pirandelliano “guardaroba dell’eloquenza” tutti “i vestiti fossero solo una maschera [o uno strumento di potere, mi permetto di aggiungere] anziché un piacere dell’eleganza, un gusto e uno stile”. Così come indossare solo abiti di stracci, sia pure firmati, a volte francamente ridicoli, che riempiono i guardaroba odierni. 

 

Se infatti da una parte delle “4500 parole più frequenti nell’uso quotidiano” Tullio De Mauro ha dimostrato che “quasi il novanta per cento è di provenienza letteraria e discende dagli autori del Trecento”, e dall’altra pare che la nostra lingua, contrariamente a quanto sostiene un’opinione diffusa, possieda più parole persino dell’inglese, contando circa 250.000 voci contro le 220.000 registrate dall’Oxford English Dictionnary (Jossa esemplifica con i due sonetti del Belli dedicati alle denominazioni degli organi genitali, che ciascun lettore non resisterà poi a estendere con il suo patrimonio dialettale e personale), usarne il meno possibile, magari male e scegliendo tra quelle meno apparentemente blasonate, è solo autolesionismo, impoverimento della realtà e della sua conoscenza, e, ancora peggio, rinuncia a uno dei piaceri più a portata di mano (di lingua e di testa) che abbiamo, sempre, a disposizione. A scapitarci però, non è solo il singolo, in questo caso, che allora tanto peggio per lui, ma (in quanto la lingua è sia “uno strumento di soggettività (la capacità di dire sé stesso) [che] uno strumento di partecipazione (la possibilità di stare insieme agli altri)”) la qualità stessa della vita sociale e del confronto critico e civile, che qualcosa in più dovrebbe contare, come si può facilmente constatare giorno per giorno dalla loro eclisse, ci sia augura temporanea. 

 

Dire le cose così come sono, ammesso che sia possibile, non sempre basta, comunque. Perché non dire di più, se e quando si può? Nemmeno “l’enunciato così com’è, semplicemente e direttamente”, in molti casi basta. Dal momento che “la realtà è per natura sfuggente, transitoria e mutabile”, e che “le cose vivono nella trama delle relazioni in cui sono immerse anziché di identità autonome”, a volte, dice Jossa, “la metafora è l’unico modo di cogliere il carattere plurale, sfaccettato e pluriprospettico della realtà”. La metafora, la retorica, lo stile, la lingua in tutta la sua complessità e ricchezza. Cioè la letteratura, a dispetto di ogni pretesa “lingua delle cose” che ad essa si opporrebbe. Si torna sempre dove si era partiti. O quanto meno si passa da lì ogni volta che si vuole andare altrove.

“La lingua (e la poesia) non cambiano il mondo, si legge sempre; ma se qualcosa lo cambia sarà la lingua a rifletterlo, a raccontarlo e a spiegarlo.”

Già rifletterlo, raccontarlo e spiegarlo, però, il mondo un po’ lo cambiano. Di solito in meglio.

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