Lucio Klobas, uno scrittore oltre il precipizio

7 Febbraio 2024

Lucio Klobas non era una persona facile. A qualcuno era antipatico e lui non faceva nulla per fargli cambiare idea. Poi c’erano quelli che lo adoravano, amici, donne, mogli e fidanzate, persino qualche collega di penna. E così è stato anche per lo scrittore: noto non a tantissimi, ma nemmeno a pochi, con ammiratori tenaci quanto competenti, alcuni dei quali tra i più significativi scrittori e critici degli ultimi vent’anni del '900. Per esempio Alfredo Giuliani, Peppo Pontiggia, Giorgio Manganelli e Angelo Guglielmi, che riuscì a coinvolgere quando fui tra i fondatori del Premio Bergamo di narrativa in quella che probabilmente è stata la più originale giuria di un premio letterario mai vista in Italia. Ha scritto per il "Corriere della Sera", "La Stampa", "L’Europeo", ed è stato consulente di case editrici.

Proprio a casa di Giuliani, a Bologna, ci siamo incontrati per la prima volta, nel 1979. Da allora ci siamo frequentati. Veniva a pranzo a casa mia con una certa regolarità, specie nei momenti in cui non aveva una compagna, perché da solo non era capace neanche di scaldarsi una minestra in scatola, come rinunciava davanti a molte anche minime difficoltà pratiche, sul modo dei depressi, o dei disillusi (ma sapeva essere abile e efficiente sul lavoro e nel gestire le relazioni). Facevamo lunghe passeggiate lungo il fiume o in bici in giro per la campagna cazzeggiando senza ritegno su tutto, sempre e comunque, e soprattutto parlando di libri: la nostra vita. Da solo non viaggiava mai, oppure andava e poi restava in albergo quasi tutto il tempo: come una volta a Parigi con Adriano Spatola, che invece era sempre fuori a incontrare poeti e artisti e a darsi alla pazza gioia (il suo resoconto era irresistibile); mentre in compagnia fidata si lasciava trascinare per ogni dove dall’altrui entusiasmo ed era contento e brillantissimo. Era molto affiatato con mia moglie ed era l’unico estraneo da cui la mia gatta tollerava di essere accarezzata. Gli faceva le fusa, quella smorfiosa (la gatta)! Amava i gatti, riamato, come le donne, che sapevano cogliere con istinto infallibile le sue fragilità e debolezze, e l’affettuosità accuratamente celata in pubblico. 

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La sua ironia poteva apparire sarcastica (e non di rado lo era), ma perché era imprevedibile, surreale emanazione di una lucidità quasi allarmante, per uno che viveva nel suo mondo e agli altri si concedeva poco. Quando cominciava però era difficile frenarlo, si lasciava trasportare dall’ispirazione e a volte non le mandava a dire, insistente, metodico, ossessivo come un personaggio di Bernhard, con grande imbarazzo di tutti. In quei momenti era sincero fino alla spudoratezza. Se ne infischiava delle regole, diceva quello che secondo lui andava detto e per il resto che si arrangiassero. 

Racconto queste cose non per il gusto dell’aneddoto, ma per dare qualche immagine di come era, e soprattutto perché poi tutto questo lo si ritrovava nei suoi libri. Al meglio, senza sgradevolezze, al massimo come quel poco o tanto di provocazione che nei libri non solo si gradisce, ma a volte addirittura si esige. L’originalità passa anche da lì. E Klobas originale lo era. I suoi libri, i suoi racconti e le poesie, a cui si è dedicato molto negli ultimi anni prima dell’aggravarsi delle sue condizioni, ne sono testimonianza. Non è possibile confonderli con quelli di nessun altro. Hanno tutti un impianto diciamo poco canonico, anche se lui non sopportava quando qualcuno diceva che erano sperimentali: raccontano storie paradossali, se storie si possono chiamare, che partono da un punto, una situazione, o solo un’idea o un’espressione, una formula linguistica o un luogo comune, e lo sviluppano in ogni senso e direzione, portandolo alle estreme conseguenze, che sono sempre quelle del linguaggio, prima ancora che dei fatti. Cosa normale per uno per cui la letteratura, come giusto, era tutto (anche se oggi sembra non essere più niente per nessuno, o quasi: ma proprio per questo deve continuare a esserlo, come lui stesso diceva). Situazioni sempre conflittuali, più spesso immaginarie che reali, che davano luogo a sviluppi sconcertanti, ramificazioni, deviazioni, persino contraddizioni, perché nel suo mondo il principio di non contraddizione vigeva sì e no (appunto), microstorie folgoranti, battute che all’improvviso aprivano varchi verso l’impensato, verso qualcosa di molto simile alla verità, se ci fosse.

Alfredo Giuliani una volta scrisse che se le sue opere fossero apparse a firma di Woody Allen avrebbero avuto un grande successo e sarebbero state riconosciute come meritavano.  Difatti i suoi libri sono spesso esilaranti, come acutissimi sono gli aforismi che punteggiano anche le sue poesie, o che apparivano autonomamente in riviste come “Il cavallo di Troia” o “Il caffè letterario”.  

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Ma l’auspicio di Giuliani non si è avverato che in piccola parte. Dopo il primo romanzo, Galleria del vento, uscito da Geiger nel 1976 quando aveva 32 anni, Klobas ha pubblicato molti libri, ma cambiando spesso editore. Non è stato molto fortunato in questo. Alcuni non hanno avuto lunga vita, come La società di poesia (Crudeltà mentale, 1983: il primo libro importante, folgorante) o Theoria, dove sono usciti Silenzi collettivi (1988, uno dei suoi migliori, molto amato da Manganelli) e Orari contrari (1994); con altri il rapporto era partito benissimo ma è finito subito per la sua intransigenza contro le proposte di tagli e normalizzazioni del suo Macchinazione celeste (Garzanti, 1990), a cui poi sono seguite pubblicazioni sempre presso buone case editrici, ma in modo dispersivo, come il Mulino (Fuori gioco, 1997); Vallecchi (Pensiero estremo, 1996), Manni (Senza scampo, 1999, poesie) o presso Greco&Greco (la fondamentale Monotrilogia, 2004 e le poesie di Il tempo vola, 2000) e infine Effigie (Anni luce, 2010). Dispersione che non ha certo giovato alla sua conoscenza presso un vasto pubblico, anche se non ha impedito che si formasse un buon nucleo di lettori affezionati.

Un caso a parte è l’unico suo successo di vendite, Giorni contati, uscito dal Saggiatore nel 1994 e poi stranamente non più ristampato fino alla ripresa come ebook nella libreria di Doppiozero. È il solo libro in cui racconta, per frammenti lirici, cose personali, intime e strazianti: la storia d’amore con la sua seconda moglie, l’unica con cui è stato per sua stessa ammissione compiutamente continuamente e perfettamente felice, fino alla sua precoce malattia e scomparsa. 

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Per il resto non c’è traccia di autobiografismo, nemmeno nelle poesie, per quanto possibile. Ci sono circostanze e radici indirette ma, tranne in Giorni contati, è stato solo nell’ultimo suo romanzo, Anni luce, che ha lasciato trapelare, a modo suo, tra episodi inverosimili e ricordi distorti o inventati,  qualcosa della sua infanzia: la storia dei suoi genitori separati dalla guerra, della madre morta quando era piccolissimo mentre il padre, di origini slovene, stava combattendo con i partigiani di Tito, restando poi nella ex Jugoslavia, dove il figlio, allevato dai nonni materni, lo raggiungeva periodicamente, dopo lunghe, solitarie e angoscianti attese alla frontiera. Ma sono ricostruzioni sommarie, per il lettore. Il narratore gioca, come spesso ha fatto anche negli altri libri, a nascondino. Trasforma il dato concreto, distrugge la linearità narrativa, sabota la verosimiglianza, narra più volte le stesse cose in modo diverso e spesso incompatibile, mischia dati storici e sogni e fantasie senza soluzione di continuità, racconta drammi, e a volte tragedie, con toni umoristici o apertamente comici.

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La ferocia di molti degli scontri che caratterizzano quasi tutti i suoi racconti, non è mai narrata con tono grave, e spesso prende le forme delle comiche finali, zuffe, inseguimenti, liti, baruffe, botte, con il ritmo di una commedia slapstick, ma il fondo resta sempre drammatico, cupo. C’è poco da illudersi, la vita è guerra, di tutti contro tutti (o di quasi tutti contro quasi tutti: ma poi anche lì…). I traumi infantili si tacciono, non importa se fanno veleno. Poi qualcuno che ti ama e da amare arriva, anche se pure su questo è meglio tacere, anche agli amici più intimi, che devono raccogliere e cucire insieme ricordi e confessioni trasversali solo a frammenti, a briciole e allusioni, quasi lasciate trapelare involontariamente. Perché tutto e tutti sono sull’orlo del precipizio. Anzi, sono già dentro, anche se ancora non lo sanno, e se ne accorgono solo nel momento in cui spariscono o vedono sparire le cose e le persone a cui tengono, quelle che amano.

Lucio Klobas è morto venerdì 2 febbraio. 

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