L’eredità di Ferrarotti, “teorico sul campo”

Nel 2002, in occasione della lezione inaugurale della European Academy of Sociology, Raymond Boudon identificava quattro tipi di sociologia: espressiva, critica, descrittiva, scientifica. Quest’ultima considerata l’unica degna di nota, ma anche la più odiata, spesso dagli stessi sociologi. Nel 2000 John H. Goldthorpe nel suo trattato più felice, Sulla sociologia, riprendeva il pensiero di Boudon, aggiungendo il tema del “doppio scandalo” della sociologia contemporanea: la mancata integrazione tra teoria e ricerca empirica (scandalo di primo livello) e lo scarso sforzo che i sociologi fanno per rispondervi, nonché la limitata percezione di questo come di uno scandalo (scandalo di secondo livello). Goldthorpe ha da sempre contrastato le tentazioni di quei sociologi che corrono il rischio di essere percepiti “guru del senso comune”. 

Cosa del resto accaduta all’ultimo Bauman che (senza volerlo?) con la sua “liquidità ha liquidato i pensieri contro intuitivi” per descrivere, in forma accademica, ciò che sarebbe evidente anche a un tassista. Fungendo da consolatore e riparatore verbale di una “folla solitaria” – diceva già Riesman nel 1950 – abbrutita dagli effetti paradossali della globalizzazione. 

Cosa ben diversa è la sociologia intesa come scienza sociale. Essa disvela gli autoinganni dei sistemi sociali, osservando ciò che la società non vede ancora; abbattendo stereotipi e pregiudizi con dati alla mano, storie di vita e pratiche sociali.

 

Franco Ferrarotti, di cui sono in pubblicazione le opere complete presso Marietti, arriva, in certo qual modo, alle medesime conclusioni di Goldthorpe e Boudon, in netto anticipo rispetto ai suddetti, ma senza rinnegare le radici della filosofia sociale e dell’impegno critico. La sociologia è sempre stata in crisi, ma è proprio questa la forza della disciplina che è “comparativa” e “condizionale” perché esplora le condizioni che consentono l’emergere (a volte l’esplodere) di determinati fenomeni sociali. 

Ferrarotti ci ricorda che le diatribe sui modi di considerare i fatti sociali hanno precedenti illustri e ben più ingombranti di Godethorpe e Boudon: Croce e Pareto. 

Secondo il parere del primo (che tra l’altro snobbava la sociologia che, in verità, conosceva solo attraverso Labriola) i “fatti non sono mai meccanici”. Per il secondo i “fatti derivano da una mera meccanica razionale”. Per Croce qualsiasi fatto non è mai “bruto”, ma sempre frutto di valutazioni, razionali ed emotive. Per Pareto tutto può essere visto e ridotto a regolarità dell’agire umano; regolarità che ridimensionano altri derivati irrazionali e imprevedibili. 

 

Per Croce l’intuito è essenziale, anche ai fini di una costruzione teorica che guidi la realtà. 

Per Pareto la teoria funziona solo se va d’accordo con i fatti; serve sinché non se ne trovi una migliore. È superfluo (forse) ricordare che tale dibattito sia stato proposto, ancor prima, da Leo Strauss che nell’opera Natural Right and History si scaglierà contro il concetto di «avalutatività» nello studio dei fatti sociali proposto da Weber; e si potrebbe risalire a un passato ancor più remoto con il dibattito tra scienze dello spirito e scienze della natura innescato da Dilthey. 

Ferrarotti, compone e oltrepassa tutti i precedenti autori. Da giovanissimo ha il coraggio di contrapporsi al pensiero di Croce, difendendo la sociologia in due articoli usciti nella «Rivista di Sociologia», dal titolo rispettivamente di La sociologia di Thorstein Veblen e Un critico americano di Marx, ma senza schierarsi per una sociologia meccanica alla Pareto. 

 

 

Nei suoi scritti propone una visione anticonvenzionale, eclettica ma sempre ri-costruttiva della disciplina: ogni fatto è sempre una costruzione mentale, perché presuppone il punto di vista; la sociologia per quanto scientifica è ibrida, caratterizzata da un originario impulso filosofico e latamente speculativo, ma nello stesso tempo tenuta a una validazione empirica delle ipotesi di lavoro. “In questo senso è legittimo ritenere che non si dà sociologia senza ricerca sul campo, vale a dire senza il tentativo, cui talvolta, ma non sempre e non necessaria­mente, arride il successo, di unire riflessione teorica e indagine sul terreno” dice Ferrarotti nella prefazione agli scritti teorici del primo dei sei volumi pubblicati, quest’anno, dalle edizioni Marietti.

Ferrarotti non pone confini netti alle sociologie. Così come ripudia la distinzione fra scien­ze dimostrative, che seguono il noto percorso problema-ipotesi-verifica (o falsificazione) e scienze interpretative, in cui prevale l’approccio ermeneutico e che comprendono filosofia, storia, sociologia, antropologia culturale e psicologia sociale. “Con la se­conda legge della termodinamica e soprattutto con l’irruzione nella ricerca scientifica della dimensione tempo, come gli studi di Ilya Prigogine e Isabelle Stengers hanno ampiamente dimostrato, è oggi possibile parlare di una «nuova alleanza» fra scienze della natura e scienze della cultura”

 

Tuttavia, anche in sociologia rimane un muro, difficile da abbattere, tra metodi quantitativi e metodi qualitativi. I primi osservano fenomeni macroscopici. I secondi entrano nelle micro storie di vita, cogliendo ciò che il dato statistico non può vedere, dando senso a eccezioni e comportamenti devianti che falsificano, in molti casi, ciò che è stato osservato a livello macro. 

Ciò accade anche alla fisica, laddove la quantistica coglie aspetti paradossali e contraddittori nei fenomeni micro che non si rivelano nei fenomeni fisici macro.   

Ferrarotti, senza saperlo, si sintonizza con il pensiero del saggista e storico della scienza Charles Percy Snow che nell’opera The Two Culture and a second look del 1964, auspicava l’avvento di una cultura ‘terza’, capace di oltrepassare i pregiudizi che dividevano gli umanisti dagli scienziati (il termine ‘terza cultura’ verrà successivamente reintrodotto e sistematicamente utilizzato dall’agente letterario John Brockman che nel 1991, in un suo saggio intitolato The Emerging Third Culture, darà vita alla rete internazionale the edge.org che sancisce la nascita di una via in grado di oltrepassare radicalmente i confini tra scienze naturali e scienze umane). 

 

Per Ferrarotti, sociologo e umanista, l’oggetto della sociologia non è un oggetto. È una persona. 

“Nel processo della ricerca si verifica una dialettica relazionale, per cui il ricercatore è lui stesso un ricercato. La sociologia come partecipazione non è un’opzione etica. È un’esigenza scientifica”.

Tuttavia, come in Goldthorpe, anche in Ferrarotti si pone il tema delle acquisizioni teoriche ed empiriche che possono essere considerate patrimonio stabile e condiviso della comunità scientifica dei sociologi, ossia quel corpus minimo che ogni sociologo dovrebbe possedere, per dare consistenza a una disciplina considerata ancora «inferma scienza». 

Dai fondamenti teorici della sociologia alle indagini sulle periferie, la mafia e il terrorismo; dal racconto dei viaggi negli Stati Uniti e in Amazzonia al ricordo degli amici e maestri Cesare Pavese, Nicola Abbagnano, Felice Balbo e Adriano Olivetti: nelle sue opere Ferrarotti compone espressività (senza banalità) e scientificità, comprensione e spiegazione; riconoscendo alle ricerche sul campo un’importanza strategica, per la formulazione di teorie credibili: “I miei scritti teorici sono cresciuti insieme con le mie ricerche sul ter­reno, che hanno riguardato le periferie del mondo, il potere e l’autorità, la legittimità e la violenza, il rapporto sacro-religioso, le «ricadute» dell’e­lettronica applicata, soprattutto nella comunicazione in quanto fa cadere la distinzione fra memoria interna e memoria esterna e con la negazione o irrilevanza dell’antefatto svuota la persona, esalta l’emotività contro la razio­nalità, dissolve l’individuo. Perché l’uomo non è nulla in senso assoluto. È solo ciò che è stato, più precisamente ciò che ricorda di essere stato. Privato della memoria, l’individuo è semplicemente annullato come valore unico, irripetibile e irriducibile ad altro”.

 

Ferrarotti ribadisce, contro le molte tendenze della sociologia contemporanea, la sua adesione a una sociologia come scienza di osservazione concettualmente orientata dei fatti sociali, a sicura distanza tanto dal fattualismo, quanto dal soggettivismo psicologizzante. 

È nel rapporto dialettico fra indagine scientifica e impegno sociale che va ricercata l’impresa sociologica. In questo senso riallaccia i ponti tra sociologia critica e sociologia scientifica. Ferrarotti è anche raffinato scrittore, perché le sue ricerche sono narrazioni ben riuscite; sotto questa prospettiva raccoglie gli stimoli provenienti dalla sociologia espressiva. 

Infine, Ferrarotti ha utilizzato il pensiero filosofico e sociologico per immergersi nelle “fumose stanze” – come lui stesso le definisce – della politica, riannodando i fili con la sociologia camerale o pubblica. Da deputato indipendente al Parlamento per la III Legislatura (1958-1963) della Repubblica Italiana, infatti, subentrò in Parlamento ad Adriano Olivetti il 12 novembre 1959, rappresentando l’ormai dimenticato Movimento di Comunità che allora costituiva un’utopia giacobina contro l’asfittica partitocrazia clientelare. 

 

 

Ferrarotti ha avuto il merito di reintrodurre la sociologia in Italia, dopo la seconda guerra mondiale. Il regime fascista non aveva certo favorito lo studio della società italiana, anzi: i suoi risultati non potevano che essere di ostacolo all’esaltazione dei destini imperiali della nazione. 

Dopo i fasti di Treves, bandito nel ’38, Ferrarotti riportò la disciplina in auge, ottenendo la prima cattedra di sociologia in Italia, nel 1961, presso ‘La Sapienza’, dopo aver vinto il primo concorso bandito in Italia per questa disciplina. Senza contare il suo contributo determinante nella creazione della Facoltà di sociologia di Trento. Definito da Carmelina Siclari (nel libro Incontri di successo a Colloquio con Ferrarotti) intellettuale polytropos, un redivivo Ulisse dalle molte facce che smonta tutte le facili certezze di qualsiasi disciplina, Ferrarotti stabilisce consonanze con le riflessioni socratiche, rifiutando il pensiero rigidamente incastonato della scrittura (pur scrivendo), prediligendo l’erosione volatile dell’oralità e del rapporto umano che si adatta alle esigenze dell’uomo intero, direbbe Simmel. 

 

Facendo questo riannoda i fili con suo padre che sin da quando era ragazzo lo definiva uomo di carta: “«Poveretto, perso in mezzo alla polvere e agli scartafacci… Non sarai mai niente. Non diventerai niente. Sarai solo un uomo di carta». Mio padre aveva ragione (…) Toglietemi di torno le carte, i libri, gli opuscoli, i ritagli di giornale e non resta più nulla (…) Mio padre non poteva saperlo. Ma il suo atteggiamento era lo stesso atteggiamento di Socrate. Trovava inaccettabile che la pagina scritta, se interrogata, tacesse maestosamente”: questi sono alcuni dei pensieri autobiografici di Ferrarotti pubblicati, sempre da Marietti, in un libro a parte intitolato L’uomo di carta. Archeologia di un padre. 

Infine, nella sua ‘Ultima lezione’, Ferrarotti smonta tutte le classificazioni della sociologia criticando sia gli approcci quantitativi che rischiano di scadere in scoperte piatte e ovvie, spesso strumentalizzabili da partiti o aziende; sia approcci spintamente filosofici che scadono nella dottrina populista delle opinioni. La sociologia per Ferrarotti deve raccordare la certezza della verità interiore con il carattere “slabbrato” e frammentario della vita pratica quotidiana. 

Collegare la tradizione della filosofia sociale europea con le ricerche empiriche della sociologia nord americana è stato un altro suo “somnium scipionis”, soprattutto sul rapporto “autorità e potere”. Ma il tentativo di conciliazione rimarrà appunto un sogno. 

Dietro ogni metodologia si celano le convinzioni latenti di ciascun ricercatore che osserverà – suo malgrado – con attenzione selettiva e ideologicamente orientata, i fenomeni sociali. 

Anche una sociologia delle sociologie corre il medesimo pericolo. Allora non resta che azzerare i dogmi, prendendo il meglio da ciascun autore. Ma anche quest’ultima operazione rimane una selezione frutto di “valutazione” che darebbe ragione a Croce e torto a Weber.

 

 

Che fare, allora? La strada rimane l’indagine sul campo. Il campo falsifica, in modo contingente, tutte quelle teorie non più utili, proponendo nuovi orizzonti di lettura e nuovi problemi emergenti, nella consapevolezza della loro volatilità. Ciò che ieri era prioritario oggi diventa secondario. 

Se nel dopoguerra italiano ci si concentrava sulle conseguenze dei cambiamenti, troppo repentini, prodotti dall’industrializzazione; oggi i problemi sociali riguardano il precariato giovanile, l’invecchiamento della popolazione, la denatalità, l’immobilità sociale, l’accumulazione di beni da parte di una sparuta élite, l’ipertrofia burocratica e il rapporto con le nuove tecnologie. 

La sociologia del passato ha avuto un ruolo critico e impegnato sul campo, mentre oggi brancola nel buio, forse per colpa di quel passato. Questo Ferrarotti lo spiega in numerose occasioni. 

Considerata, erroneamente, uno strumento in grado di risolvere problemi, la sociologia si è rivelata inadatta nel “fornire strumenti capaci di rispondere alle domande che le venivano poste” afferma Ferrarotti in un’intervista curata da Francesca Colella: “la sociologia ha spesso drammatizzato al di là del necessario queste domande, questi problemi. Li ha enfatizzati senza risolverli comportandosi esattamente come i media contemporanei”.

 

Oggi si può ripartire da questa crisi, per tornare a comprendere cosa la sociologia possa fare al meglio: essere strumento di auto ascolto e auto coscienza di una società. 

La sociologia deve tornare a porre questioni che la società non vede chiaramente e lo deve fare senza il gusto dello shock o dell’originalità a tutti i costi. Deve allertare i sistemi sociali con i dati alla mano e cercare nuove visioni attraverso interpretazioni praticabili, sapendo che il rischio di una nuova corrente di pensatori “apocalittici” è sempre alle porte, complice il web. 

“La Rete ti irretisce!” dice Ferrarotti, “perché viene meno quello che c’è di umano nel rapporto umano, cioè l’imprevedibilità”. Secondo Ferrarotti gli uomini oltrepassano la prevedibilità, perché hanno memoria. Paradossalmente è la consapevolezza dei ricorsi storici che ci rende stufi di ciò che è razionalmente prevedibile. A renderci sfuggenti è proprio ciò che siamo stati. 

Più precisamente: ciò che ricordiamo di essere stati. L’assioma di Cartesio si rovescia: da Cogito ergo sum a Reminisco ergo sum

 

Concludo, augurandovi buona lettura da qui al prossimo anno, perché le principali opere di Franco Ferrarotti, 93 anni, sono state raccolte in sei volumi di oltre 5 mila pagine complessive, in uscita per l’editore Marietti, tra ottobre 2019 e i primi di marzo 2020. I sei volumi raccolgono, con introduzioni inedite, una quarantina delle principali opere dell’autore. I primi due, dedicati agli scritti teorici, escono in libreria il 3 ottobre e riportano, tra gli altri, il 'Trattato di sociologia', i 'Lineamenti di storia del pensiero sociologico', le riflessioni sull’identità dialogica e la conoscenza partecipata de 'L'ultima lezione'. Nel febbraio 2020 usciranno i due volumi che raccolgono le principali ricerche di Ferrarotti, in particolare 'Roma da capitale a periferia', 'Vite di baraccati', il 'Rapporto sulla mafia', il 'Rapporto sul terrorismo' e le indagini su giovani e droga. 

Ai primi di marzo saranno, infine, in libreria anche i due volumi di scritti autobiografici, che contengono il racconto dei viaggi negli Stati Uniti e in Amazzonia, i ricordi delle esperienze nella diplomazia e nella politica e gli omaggi agli amici e maestri Pavese, Abbagnano, Balbo e Olivetti.

È utile leggere questo ennesimo uomo di carta? La risposta è negativa se cadiamo nella tentazione di dare utilità immediata e profittevole alle parole di un pensatore. Diventa positiva se intendiamo trasmettere e utilizzare le esperienze di un uomo che ha contenuto in sé due secoli di sociologia e di memorie sulle trasformazioni della nostra società.   

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