Lo scandalo della libertà

Senza la libertà, esisteremmo in quanto persone? O non saremmo altro che meccanismi? Se non fossimo gli arbitri dei nostri giorni, che valore avrebbe la nostra vita? In che cosa consisterebbe il merito o il biasimo che attribuiamo ai nostri simili se, come tante marionette, la nostra esistenza fosse mossa da fili invisibili?

Sono domande che non possono lasciarci indifferenti: siamo creature libere o siamo guidati dal fato, dagli dei, dal cieco ed eterno movimento degli atomi, dai neuroni e dalle sinapsi? Anche se, come diceva il grande Musil, “simili indovinelli si sciolgono in un modo curioso e cioè dimenticandoli”, l’autore di Il prigioniero libero (Adelphi, 2020), Giuseppe Trautteur, affronta il problema con entusiasmo contagioso, a partire dall’ossimoro del titolo. Il suo testo è di una chiarezza e precisione invidiabili e delinea con encomiabile brevità la cornice concettuale dentro la quale oggi si discute del libero arbitrio sia nel mondo scientifico che in quello filosofico.

Il libro rivela, senza sconti, lo scandalo rappresentato dalla libertà che è un ospite inatteso e scomodo per la scienza che descrive un mondo dominato dal caso o dalla necessità. Al contrario, per dirla con Spinoza, se la libertà è vera è libera necessità; un altro ossimoro.

 

Da Galileo in poi, il mondo fisico è stato concepito come una macchina i cui elementi interagiscono secondo regole fisse. Persino l’entrata in scena della casualità, attraverso il caos (che poi è deterministico anche se non prevedibile) o attraverso i fenomeni della meccanica quantistica, non è stata di grande aiuto. Gli eventi casuali non sono certo eventi liberi. Un dado non è più libero di una biglia. La libertà, per essere tale, non è né caso né necessità. Può solo essere creazione, puro cominciamento.

Eppure, noi esseri umani non possiamo farne a meno. Senza libertà, la nostra società non potrebbe esistere. Le leggi non potrebbero essere applicate. Concetti come quello di responsabilità o colpa non avrebbero più alcun senso. L’ordinamento giuridico si regge sulla nozione di mens rea che è, per definizione, una persona libera di agire (e di poter non agire).

 

Nel tentativo riuscitissimo di dipanare e ordinare una letteratura “amazzonica”, Trautteur ci guida in un percorso tanto affascinante quanto ordinato. È un autore straordinario che a me piacerebbe, un po’ ironicamente, soprannominare “il lobo frontale della cultura scientifica e filosofica italiane”, nel senso che è uno dei pochi in grado di svolgere un ruolo critico di posizioni che, troppo spesso, vengono accolte con eccessiva indulgenza ed entusiasmo. Con Trautteur non è possibile fingere, tutto è passato al vaglio della sua analisi critica.

Il libro procede con ritmo incalzante. Si parte dai tentativi di far risorgere il dualismo mente-corpo e di renderlo compatibile con la scienza moderna, per arrivare alla posizione contraria che nega l’esistenza della libertà e vorrebbe ridurla a un’illusione. Tralasciamo il primo caso, che equivale a un fallimento epistemico, e spendiamo qualche parola sul tentativo di ridurre la libertà a illusione. Vale la pena di farlo anche perché questa idea è molto popolare nelle neuroscienze.

 

Il pregiudizio secondo cui la mente non sarebbe altro che un sottoinsieme dell’attività cerebrale ha incoraggiato molti a cercare le basi neurali dei processi decisionali. Il celebre esperimento di Benjamin Libet (eseguito per la prima volta intorno agli anni ’80 e poi successivamente replicato con tecniche sempre più sofisticate) avrebbe mostrato che il cervello determina che cosa faremo alcune centinaia di millisecondi prima che noi ne siamo coscienti.

 

Quindi, la precedenza temporale dei processi neurali sulla consapevolezza sembrerebbe negare ogni valore alla nostra decisione cosciente (quella che è alla base dell’ordinamento giuridico, tanto per capire l’importanza di questi risultati). La libertà sarebbe un’illusione. Questa conclusione (che pure si può ancora criticare sia empiricamente che concettualmente) ha avuto molto successo e ci si potrebbe chiedere perché. Probabilmente, l’idea della libertà da un lato ci lusinga (siamo gli unici soggetti liberi dell’universo per quanto ne sappiamo), ma dall’altro ci angoscia. La libertà porta con sé un bagaglio di inquietudini, responsabilità e sensi di colpa di cui molti farebbero volentieri a meno. Non a caso i critici di Martin Lutero interpretavano maliziosamente il suo soprannome di Eleuterio (liberatore) nel senso di colui che, togliendo agli uomini la libertà con la teoria della predestinazione, li aveva liberati dal peso della libertà.

 

 

E così, in parte sulla scia della nozione dell’inconscio freudiano, molti autori e molti lettori si sono convinti che, alla base delle nostre azioni, ci siano meccanismi di cui non siamo consapevoli che determinano l’affiorare (illusorio) della volontà cosciente. Se questa visione fosse vera, il vero attore/autore della nostra esistenza non saremmo più noi, ma un flusso carsico di eventi (a volte collocati nell’inconscio psicoanalitico, a volte nell’inconscio cognitivo e a volte nei processi neurali al di fuori della coscienza) su cui non potremmo agire direttamente. Saremmo agiti e non agenti. 

La riduzione della volontà personale a combinazione di sottoprocessi è stata resa popolare e divertente da un recente film di animazione, colorato ma per nulla innocente, della Disney/Pixar, Inside Out. In questo cartone, la mente di una ragazza è rappresentata come se fosse letteralmente un’assemblea permanente di cinque simpatici omuncoli colorati. La persona è così privata della sua volontà personale perché i 5 omuncoli esauriscono completamente la sua capacità decisionale. Ovviamente nessuno nega che tali processi esistano e abbiamo un effetto sulle nostre decisioni, ma possiamo ridurre completamente la nostra esistenza a principi e meccanismi a noi nascosti? Esistiamo o non esistiamo? Questo è il problema.

Fortunatamente, la tesi dell’illusorietà della volontà è contraddittoria per almeno due motivi. Il primo è che per ingannare deve esistere un ingannato.

 

Quindi, quando i neuroscienziati dichiarano che il cervello ci inganna, chi sarebbe questo soggetto che viene ingannato e crede di essere libero? Per un neuroscienziato fisicalista, ci dovrebbe essere solo il cervello. Ma se anche si trovasse il modo di rispondere a questa prima obiezione ne rimarrebbe una seconda, ancora più forte: se le decisioni fossero prese (solo) dal cervello (o dagli omuncoli cognitivi o dall’inconscio) e non dal soggetto in quanto tale, allora il soggetto non avrebbe mai voce in capitolo, sarebbe una marionetta. Ma se fosse solo una marionetta senza potere, perché preoccuparsi di ingannarlo? Non si capirebbe il perché il nostro sistema nervoso debba avere messo in piedi questa complicata messa in scena.

Trautteur smaschera i limiti di questa e altre posizioni con abilità e ironia, mostrando le contraddizioni e gli assunti, espliciti o nascosti, dei vari autori. Il suo testo non è assolutamente solo per filosofi o neuroscienziati. Al contrario, è uno di quei testi fondamentali che tutti dovrebbero leggere perché mette a nudo le radici su cui è fondata la nostra esistenza e la nostra società. In questo senso, suo malgrado (conoscendo il candore filosofico dell’autore) è un testo politico. Mi spiego e mi scuserà l’autore se inserisco il suo contributo in un contesto culturale che supera i limiti della discussione scientifica per toccare il cuore della vita sociale e politica.

 

In questi ultimi anni, la libertà è stata costantemente sotto attacco. Come valore ha raggiunto i suoi minimi storici come credibilità e popolarità. Dopo una parabola ascendente che era culminata con la rivoluzione francese e poi continuata fino al ’68, la libertà è diventata progressivamente meno congeniale alle classi politiche, meno rassicurante per molti cittadini e meno interessante per molti scienziati. Forse, una delle cause di questo declino è che la libertà rimane il nucleo inviolabile di ogni persona e, se fosse tale, nessun sistema di pensiero potrebbe sostituirsi a essa. 

Non è un caso che, a partire dalle distopie orwelliane, la possibilità dell’eliminazione della libertà, operazione resa ancora più facile dalla sua precedente eliminazione ontologica ed epistemica, è sempre stata un elemento chiave. Se la libertà, come sostengono alcuni neuroscienziati e filosofi, non è altro che una illusione, perché difenderla? La sua eliminazione consentirebbe di esternalizzare il processo decisionale dei singoli individui, operazione in parte già in corso grazie all’intelligenza artificiale. Inoltre, denigrando politicamente il cattivo uso della libertà che ne farebbero gli individui non sufficientemente competenti, si potrebbe ulteriormente erodere il dominio della libertà individuale. Per fare un esempio ancora caldo, durante la pandemia molti hanno dichiarato che la libertà sarebbe un valore sopravvalutato da mettere da parte.

 

Ci si scorda in questa discussione che il valore della scelta libera, se reale, non consiste nella sua capacità di decidere in modo più efficiente, ma piuttosto nel suo valore esistenziale. La libertà è la nostra stessa esistenza, senza di essa noi non saremmo persone. Se la libertà è reale e non un’illusione, è un valore incommensurabile, un momento creativo e irriducibile e, proprio per questo, sacro.

Oggi pochi umanisti difendono ancora il valore della libertà in quanto tale, e quei pochi sono in difficoltà contro le falangi, ben ordinate, della visione tecnocratica della società (resa ancora più greve dalle paure sanitarie) e delle schiere di specialisti che rivendicano la conoscenza oggettiva dei meccanismi alla base del soggetto. Non fraintendetemi, Trautteur non è certo uno di questi umanisti nostalgici – un fisico, cibernetico e informatico come lui! – ma quando riporta le parole di Dante “libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”, non nasconde l’intreccio tra esistenza e libertà, tra valori e vita. 

La libertà non è il processo decisionale che, data una serie di valori da ottimizzare, trova i passaggi ottimi. La libertà è la scelta dei valori per i quali vale la pena vivere e, attraverso questa scelta, crea il soggetto che la compie. La scienza non è un processo che permette di determinare i valori esistenziali, ma la descrizione funzionale, e quindi neutra, degli eventi. Un esempio banale è questo: un navigatore satellitare ci dirà quale è il percorso ottimo in base al tempo minimo, il minor impatto ecologico o il minor costo, ma non ci potrà mai dire se è più importante arrivare prima, consumare meno o spendere meno.

 

I valori non sono oggetto di indagine scientifica, ma sono il principio costitutivo della scelta. Se non ci fossero valori, ogni azione sarebbe equivalente, ma i valori sono, per loro natura, incommensurabili. Il confine della persona è il confine della libertà e viceversa. La vera scelta non è quella tra opzioni calcolabili, ma tra valori incommensurabili ed è lì che la scienza non può arrivare. La distinzione tra conoscenza e valori riflette la differenza tra il piano della conoscenza scientifica e quello dell’esistenza individuale.

Nel libro si racconta un episodio drammatico, a un soldato, nel 1941, viene chiesto di sparare a degli innocenti. Il soldato si rifiuta e quindi viene spostato nelle file dei condannati dove, dopo pochi attimi, sarà a sua volta ucciso. La sua scelta ha determinato la sua morte, ma se avesse sparato a un innocente avrebbe tradito la sua essenza e quindi sarebbe morto di un’altra morte. Ecco, i valori sono questioni di vita e di morte. Nel caso della pandemia siamo stati salvati dai vaccini che però non hanno risolto le questioni esistenziali sollevate dal rischio del virus. La scienza nasconde i problemi morali, che sono l’essenza della libertà, ma non li risolve e non li pone.

 

Trautteur è troppo rigoroso per cedere alla tentazione di difendere tesi romantiche sulla libertà, ma il suo sguardo logico smonta le pretese di molti di ridurre la libertà a semplice illusione. Se la descrizione scientifica del mondo non riesce a spiegarla, tanto peggio per la scienza, vuole dire che non è ancora pronta ad abbracciare la totalità dei fatti, mentre la nostra libertà, anche solo nel momento di scegliere di “prendere un bicchiere d’acqua, potrebbe coinvolgere l’intero universo”.

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