Maria Attanasio. Nessuno è al riparo

Si respira un’aria di guerra, in questo libro di Maria Attanasio. Numerose le espressioni di origine bellica, militare, legate alla violenza, storica o personale: cingolati, manganelli, genocidi, saccheggi, reattori a raggi gamma, passi dell’oca, piccole italiane, zone interdette, uomini che sparano a vista. I nomi stessi, le parole stesse sembrano soldati al fronte, soldati in trincea, esposti alle irruzioni mortali del nemico. 

 

Si respira un senso di allarme. Nessuno è al riparo. Incombe il pericolo, la minaccia permanente. Pubblica e privata. Le ronde e i tiratori scelti da una parte. Gli acufeni dall’altra. La minaccia colpisce il mondo e il singolo. Non c’è un luogo sicuro, protetto, custodito. Le scale sono senza ringhiera, il terreno è pieno di crepe e fenditure. Dovunque crepacci, burroni, precipizi.

 

 “Crepa” e “crepaccio” sono parole ricorrenti in queste pagine, ulteriore motivo di allarme, timore, incertezza, accresciuta dal buio. Il buio qui regna sovrano. Il buio senza scampo. Le tenebre. Numerose le scene notturne, quando l’uomo è più indifeso, quando i bombardamenti o gli acufeni sono più terribili. C’è una parola ossessiva che lega la guerra al buio. Questa parola è “oscuramento”. Termine bellico, legato alle città che spengono ogni luce nel timore di essere bombardate, ma anche termine esistenziale, che fa pensare al buio della mente, all’anima oscurata, gettata in pasto alle tenebre. 

 

Da dove viene il male? Questa domanda percorre tutto il libro e resta lì, implacabile, non si accontenta di nessuna risposta. A volte sembra che il male sia sociale e dipenda dalla violenza umana, dall’oppressione dell’uomo sull’uomo, come suggerisce la vena civile della poesia di Maria Attanasio. A volte c’è qualcosa di più assoluto e inesorabile nell’apparizione del male e del dolore, qualcosa che nessuna società, nemmeno la più giusta, può risanare.

 

La vena civile di Maria si intreccia a quella di alcuni maestri o antenati, che vanno da Brecht, a Fortini a Giancarlo Majorino e porta a versi come i seguenti (Amore mio – pagina scritta anemico testo di poesia – / ci provo a dirti come stanno le cose. Che stanno malissimo. / Nostro figlio a dieci anni ricoverato nel reparto incurabili, / e l’amico tuo – il filosofo del pensiero forte – / promuove filosofie in televendita. / Una scrittura disobbediente devia fiumi e petroliere / scavando crepe tra gli zigomi e il mento /omologando ai mercati la torre di Babele. / E umani rottamati e fini produttivi ..., da “(Lettera a un amante morto)”, p. 90). La vena universale di Maria, quella che l’avvicina ai grandi poeti dello sgomento e del disastro, da Lucrezio a Gottfried Benn, si esprime con forza in molte pagine del libro, per esempio nel poemetto finale, splendida sequenza dove il gesto rimane incompiuto e la figura umana non ultimata.

 

Quando dico che questo libro mette in campo il problema del male, non voglio affermare in nessun modo che questa è una poesia astratta, filosofica o dimostrativa. Maria non dimostra delle tesi. Semmai pronuncia una domanda e la immerge nelle figure vive del mondo. Il suo pensiero si intreccia all’immagine con impeccabile grazia naturale, alle immagini del suo paesaggio siciliano, ai profuni e ai suoni ma anche alle asprezze e alle crudeltà della sua terra.

 

Ph Murray Fredericks.

 

Eros e mente si intitola un libro di Maria Attanasio del 1996. Questo binomio è rimasto intatto lungo tutta la sua opera, questa mente riscaldata dall’eros, questa intelligenza mossa da un palpito e da uno slancio: è un eros che diventa creaturale, adesione di tutto l’essere alle cose del mondo, una sorta di animismo che pervade la natura, gli alberi, gli oggetti ed entra nel discorso, nel logos, nel giudizio.

 

Questa adesione, questo slancio, questo contatto incontrano però un baratro, lottano contro un precipizio, una crepa, una ferita. Non sono francescani, non si immergono nell’immediatezza del canto, ma conoscono anche l’inquietudine e la rabbia di Jacopone o di Leopardi, il senso di qualcosa che si incrina e non rimane intero, qualcosa di fragile nel senso letterale, qualcosa che si può spezzare. Numerose sono le immagini di rottura e sconnessione: “Del rosso e nero verso” (pagine 81/85/87). 

 

Il rosso e il nero sono un binomio inseparabile. Da una parte il rosso del sangue, dell’amore, della passione politica. Dall’altra il nero del trauma e della morte. Da qui l’inquietudine e il movimento incessante di questa poesia, la sua forza interrogativa e insoddisfatta, le grandi domande che essa ci pone, l’oscuro legame tra ciò che trascorre e ciò che rimane, tra storia e destino, tra il divenire perpetuo delle cose e il loro fondamento.

 

Maria Attanasio,  da Blu della cancellazione, pagina 38.

 

(Luglio 1920)

 

Entriamo all’alba nella zona interdetta

– rosa che chiama rosso di sentenza –

lingua che preme ai bordi del taciuto

cercando il senso della lettera

forzando l’opacità della radice

fino al fotogramma di una voce

che ancora non sa la ruota dentata

il nero di cingolati sul selciato.

La buia enclave, il pulsare della dualità

– qui la depose – nel precipizio di luce

tra manganelli e acetilene.

 

Maria Attanasio,  Blu della cancellazione, La Vita Felice, Milano 2016.

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