Parole e immagini per Salvare l’ora

Per anni, da Giovanni Chiaramonte mi sono arrivate molte splendide immagini, nelle quali mi sono di volta in volta immerso e direi sprofondato, per cercare le parole che in loro fermentavano, e produrre quelle che chiamo descritture. Di recente, invece di una nuova serie di fotografie, ho cominciato a ricevere da lui un’affascinante sfilata di brevissime, fulminee poesie. La cosa mi ha sorpreso, ma non più di tanto: sapevo bene, per esperienza diretta, che la visione di Giovanni è segretamente, direi pudicamente animata di parole. 

 

Con la loro misura metrica, le poesie di Salvare l’ora rinviano alla forma giapponese dell’haiku (già ripresa in Italia tra Ottocento e Novecento da diversi poeti; un nome per tutti: Andrea Zanzotto). Negli haiku giapponesi, però, a dominare sono in genere gli elementi del mondo, presentati con distacco turbato, con palpitante ritegno. A dispetto di quello che la sua caratteristica tripartizione potrebbe far pensare, lo haiku giapponese rifugge dal ragionamento. Montagne, fiumi, fiori, animali, stagioni vi si presentano come enigmi “naturali”, che sfidano la parola. In questi brevissimi componimenti di Chiaramonte, invece, a prevalere (soprattutto nei primi testi della serie presentata insieme alle sue polaroid nella mostra Salvare l’ora) è la riflessione, la meditazione in forma di aforisma. I termini ricorrenti sono tempo, spazio, universo, abisso, nulla, Dio, infinito, silenzio. E poi ancora cuore, anima, ombra, pensiero, respiro, luce. E, naturalmente, sguardo:

 

 

Lo sguardo chiama

L’infinito ci ascolta

Si fa trovare

 

Qui si ha l’impressione di avere di fronte un’esposizione lampante della poetica del fotografo. Lo sguardo non è passiva ricezione dei dati del mondo, loro fredda registrazione: lo sguardo chiama, è una voce. L’infinito (sul quale Giovanni ha a lungo meditato e scritto) non è un elemento tecnico, ottico, della visione: è ascolto di quella voce che lo sguardo è; anche qui, non un ascolto passivo, un meccanico udire, ma un accogliere, un farsi trovare. L’occhio cerca, chiama; l’infinito gli risponde, gli corrisponde per sua benevolente, misteriosa, altissima disposizione. 

 

 

A poco a poco, nella raccolta, affiorano (come nell’haiku giapponese) le parvenze del mondo: ecco la pioggia, le nuvole, l’azzurro, la neve, un sentiero, degli alberi, un gelsomino, un merlo (unica presenza animale), case, vetri, gocce, asfalto, brezza, mare, sabbia, conchiglie… Ma noi ora sappiamo, sentiamo, che queste figure nascono dall’ascolto che l’infinito dà allo sguardo. Come nella fotografia di Giovanni. Qui però il visibile – il visibilio – ha trovato una lingua; la voce dello sguardo parla italiano. È come se Chiaramonte ci rivelasse la parola che tace al fondo delle sue immagini. Una parola che chiama, che invoca, che si sporge oltre se stessa, cercando il proprio limite. Cosa c’è, oltre quel limite? 

 

Dove il pensiero

Si interrompe in frantumi

Inizia l’altro. 

 

Le foto della serie Salvare l’ora, in mostra alla galleria ExpoWall di Milano dal 15 novembre al 20 dicembre 2018, si discostano per molti aspetti da quelle a cui Chiaramonte ci ha abituati. 

Molti anni fa, visitando non so che mostra alla Triennale, quando ancora non conoscevo Giovanni come fotografo (ci eravamo incontrati durante il servizio militare, e poi persi di vista), ricordo di essere stato attratto da una grande foto esposta tra molte altre (non sapevo che l’autore fosse lui): in quell’immagine, il “soggetto” quasi non c’era: quel poco che poteva svolgere la sua funzione (un personaggio di spalle, seduto su un parapetto, due batterie di fari spenti, una città in lontananza) era relegato nel margine inferiore; protagonista era il cielo, un cielo smisurato rispetto a quello che di solito si vede nelle fotografie (“Quanto cielo!”, pensavo tra me). Quel vuoto, quell’aria, quella luce, quell’etere, sembravano il vero centro dell’immagine. 

 

 

In Salvare l’ora, questo effetto di vertiginosa apertura non c’è: le polaroid faticherebbero, per loro natura, a reggere tanto spazio. Questo limite –programmaticamente accettato e anzi ricercato dal fotografo – genera un inusuale avvicinamento al visibile, una drammatica concentrazione. Spesso, come nella foto datata Milano 2011, è persino difficile identificare gli oggetti rappresentati; più che a un gioco di astrazione formale, questo conduce a uno smarrimento. In questo interno, non c’è niente di domestico. La macchina ha puntualmente registrato le cose, il mondo, qui e ora, ma la loro rassicurante familiarità si sottrae allo sguardo, che è sfidato a ritrovarla. 

Lo smarrimento è sottilmente enfatizzato dal rapporto che si stabilisce tra immagini e “titoli” (o per meglio dire datazioni): quella che in altri contesti costituirebbe una didascalia, un’informazione su luoghi e circostanze, una “spiegazione” intorno a ciò che si vede, risulta qui del tutto incongruente con l’oggetto che ci viene mostrato. L’effetto è quasi comico: a rappresentare la città di Milano in un certo anno è una scena tanto indecifrabile quanto fungibile. Date e luoghi vengono come vanificati, da un lato, ma dall’altro la loro natura, la loro problematica relazione con il vedere, emerge clamorosamente. L’ora si salva e si trasfigura nell’immagine. 

 

In altre immagini – Berlino 2011, Potsdam 2011 – il centro – tipicamente sfuggente nella produzione precedente di Chiaramonte – riaffiora, lampante ma depotenziato: una piccola foglia gialla su uno sfondo di pietrisco, a Berlino; a Potsdam, una piuma bianca posata su un prato verdissimo. 

In un’altra foto – anch’essa datata Berlino 2011 – ad attrarre lo sguardo è una sorta di flabello sulla destra, un ventaglio chiaro che però – con la sua vistosità – non fa che rinviare al vero fuoco della scena, il tronco d’albero che si erge in ombra nel mezzo di un bosco allettante e pauroso come quello delle favole. 

 

 

 

Ancora un bosco appare nell’immagine datata come altre Berlino 2011, ma col sottotitolo Sole nero, dove sotto un cielo crepuscolare (in realtà in pieno giorno) si affaccia, tra le fronde scure, un disco puntiforme, se possibile ancora più scuro, nerissimo, circondato da un’aureola stellante. Il sole, appunto. 

L’effetto ottico – di per sé spettacolare – si carica di senso: la fonte di ogni luce è il punto più profondamente buio dell’immagine; sole e sguardo – sorgenti simmetriche del visibile – si fondono in un solo occhio, cieco e raggiante.  

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