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Proibito giocare

Pur vivendo da sempre a Roma non avevo mai trovato l’occasione di visitare le terme di Caracalla, i “vecchi giganti”, come le chiama Carducci nelle Odi barbare. Così domenica pomeriggio, il secondo giorno della riapertura al pubblico dell’intera area archeologica, ne ho approfittato. Soprattutto ho approfittato della persistente assenza dei turisti, dell’obbligo di prenotare la visita anzitempo e quindi del numero chiuso, per godermi lo spettacolo in una condizione di quasi assoluta solitudine. 

È singolare che io cerchi la solitudine nei giorni in cui tutti si sforzano di rientrare nel mondo. Per Cioran esistono due modi di percepire la solitudine: sentirsi soli al mondo e avvertire la solitudine del mondo. Per me è semplice: ci è stato imposto un intervallo di tempo in cui ci siamo sentiti soli al mondo, ma adesso, mentre questa condizione può dirsi conclusa, mentre tutti cercano di tornare alla moltitudine, io m’interesso al secondo termine della questione.

Per Cioran questo sentimento di solitudine cosmica deriva “non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero”. Per poi finire col chiedersi chi sono i più infelici, “coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all’esterno?”.

 

Nel mio caso non mi pongo il problema dell’infelicità. Ma la solitudine del mondo mi attrae come problema in sé. Ossia come problema disconnesso dal mio essere un individuo intimamente indifeso, glabro e incapace di opporre resistenza alle scudisciate della solitudine. E non c’è un luogo più adatto delle terme di Caracalla, dove incombono le cime frastagliate delle antiche rovine, i vuoti, come gole tra i calanchi, in cui attraverso lo sfondamento del cielo risuona l’urlo impetuoso dei gabbiani, per sentire questa nuova solitudine del mondo, per farne esperienza, per avvertirla nei termini più esatti e magniloquenti, immergendosi in essa senza pose artefatte, nella mia più pura e completa natura di uomo senziente.

 

 

Ho portato mio figlio a giocare a basket nel campetto pubblico di viale Tiziano. Una volta arrivati, abbiamo aspettato mezz’ora che si liberasse uno dei due canestri. Poi abbiamo cominciato a fare qualche tiro. Dopo pochi minuti è arrivata una pattuglia di poliziotti che ci ha invitato a smettere. Uno dei due ha detto che a Roma le aree giochi sono ancora chiuse. Mi sono guardato intorno, e lui ha aggiunto: “Sì lo so, non ci sono cartelli di avviso, né nastri gialli, però le garantisco che sono ancora chiuse”. L’altro poliziotto ha puntualizzato: “La sindaca non riapre finché non sarà tutto sanificato”. 

Dal 17 maggio a Roma è in vigore un’ordinanza municipale sulle aree ludiche. Nell’ordinanza si parla di un “piano di intervento per la pulizia e l’igienizzazione approfondita e frequente delle superfici più toccate”, compresi quindi i campetti di basket. Ma a un mese di distanza non si è igienizzato un bel niente. E le aree giochi restano chiuse.

 

C’è un deserto, il Rubʿ al-Khālī, il cui nome significa Quarto vuoto. Il primo vuoto, il secondo e il terzo sono il cielo, la terra e il mare. Il quarto è il deserto. Un luogo di natura che non è terra né cielo né mare, ma qualcosa a metà, una linea d’orizzonte, un concetto metafisico, il più vuoto dei vuoti, un vuoto ancestrale.

Ma c’è un quinto vuoto che non è un vuoto della terra, bensì un vuoto umano, un’embolia gassosa che galleggia nelle relazioni, nel tempo che trascorriamo ogni giorno a contatto (reale o virtuale) con le persone. È una bolla che si contrae e si dilata senza che ne possiamo cogliere i segnali premonitori, una bolla che a volte esplode provocando tempeste e maremoti, onde d’urto che ci logorano e che ci scavano, e che poi tornano a farsi minuscole e silenziose, ad abitare i nostri abissi insondabili, come nuove molecole dall’aspetto innocuo, ma potenzialmente più letali e facili da innescare.

Da quando passo la maggior parte dei miei giorni chiuso in casa, prima per decreto legge, ora per il proseguimento fino a data da destinarsi dello smart working, distolgo continuamente lo sguardo dai primi quattro vuoti per concentrarmi sul quinto, che di tutti è il più esteso, intrappolante e duraturo.

 

Nel posto in cui lavoro non lo chiamano smart working, ricorrono alla precipitosa traduzione italiana lavoro agile. Ciò che non è agile è impacciato, lento e inconcludente. Credo che sia un segnale di cosa in fondo pensino perfino loro del modo di lavorare di prima. Pur lavorando a casa dal 9 di marzo sono infinitamente più produttivo, inquino di meno e non vivo sepolto sotto tonnellate di stress. Nonostante ciò, si susseguono gli attacchi alla pratica dello smart working da parte di esauste glorie del giuslavorismo e altezzosi amministratori locali. Quanto a me, mi scrivono: “Stiamo preparando un piano per il rientro in azienda che possa garantire le maggiori condizioni di sicurezza per la salute del personale”. La loro voglia di rivedermi è spasmodica.

 

 

Andare a una mostra, visitare un monumento o un luogo in cui si avverte la gloria della natura, mi provoca una strana sensazione. La bellezza del mondo mi appare di un genere insostenibile, si tramuta presto in sofferenza. Credo che il motivo principale sia dovuto al fatto che percepisco tutto come bellezza aperta, mentre noi umani riusciamo a godere senza limiti solo della bellezza conclusa, ossia della bellezza delle cose di cui riusciamo a cogliere la finitezza. Ciò che definiamo perfezione, in fondo, è questa pretesa di intuire che non c’è altro al di là della forma intera di cui godiamo. Se per alcuni mesi abbiamo rimpianto il mondo di prima è perché riuscivamo a comprenderlo (o così crediamo), e il piacere di viverlo era dato dall’idea che in esso intuivamo una certa finitezza, o perlomeno conoscevamo il modo per orientarci. Al contrario, l’indefinito di cui si è ammantato ora il mondo è ciò che ci impaurisce, è come se il mondo improvvisamente negasse il postulato aristotelico secondo cui “natura abhorret a vacuo”. Ora abbiamo la percezione che la natura non tenti più costantemente di riempire ogni spazio, ma che stia esponendo se stessa al vuoto.

 

Tre giorni dopo il nostro incontro con la polizia al campetto di basket di viale Tiziano, la sindaca ha riaperto le aree giochi. Sul giornale ho letto il passaggio di un’intervistata a una donna a passeggio nel Parco della Caffarella in cui dice: “Mio figlio è incredulo, forse dopo tutto questo tempo ha dimenticato cos’è uno scivolo”.

Esistono due tipi d’incredulità. L’incredulità di chi è sgomento di fronte a un fenomeno nuovo e sconosciuto e l’incredulità di chi rifiuta, per ragioni soggettive, di credere. Daniel Le Masson des Granges, in un testo del 1771 dal titolo Il filosofo moderno ovvero l’incredulo condannato al tribunale della sua ragione, scrive: “I motivi dell’incredulità debbono esser molto più certi, che le ragioni di credere”.

L’incredulità è centrale nella comprensione del tempo attuale, dove ogni argomento ha propugnatori e oppositori, e dove vige il rifiuto di ogni verità di mezzo, e di conseguenza di ogni complessità. Abbiamo negazionisti che negano ogni cosa, perciò non hanno tardato a palesarsi i negazionisti del Covid. Sono perfino scesi in piazza, hanno assaltato le reti, sostenendo che il contagio è un’invenzione della politica, una nuova strategia della tensione che mira all’impoverimento delle masse e al controllo sociale. Si dà il caso che, dovendoci essere motivi “molto più certi” per non credere, professarsi increduli sia tanto più faticoso che accettare una verità. Rispetto alla teologia, per esempio, confutare le tesi di chi crede nelle manifestazioni di Dio richiede uno sforzo speculativo molto più grande del semplice atto di fede, che invece presuppone di abbandonarsi completamente alla fede.

 

Ma mentre le manifestazioni di Dio non hanno carattere di certezza oggettiva, i malati e i morti da contagio sono un’indiscutibile evidenza. 

Confutare questa evidenza quindi comporta uno sforzo. Ma quello di cui parlo è uno sforzo contro se stessi. Il negazionismo, in ogni sua forma, è principalmente questo: non un insulto all’intelligenza altrui – poiché credo che la nostra intelligenza, ossia l’intelligenza di tutti coloro che non mettono in discussione il dato mondiale secondo cui, al momento in cui scrivo, il contagio ha prodotto qualcosa come quattrocentoquarantaseimila morti – sia al riparo da tali assalti, bensì all’intelligenza propria.

Molto più intelligente è l’incredulità del bambino che riscopre, dopo mesi, lo scivolo. Questa è l’incredulità del primo tipo, quella data dallo sgomento. In essa vi è il brivido umano della riscoperta e il godimento della meraviglia. Ed è questo, forse, il vero punto da cui ripartire.

 

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