Yayoi Kusama. Infinity Net

Due parole: Infinity Net. Un titolo icastico con cui l’artista Yayoi Kusama firma la sua autobiografia, ora tradotta e pubblicata anche in Italia (Infinity Net. La mia autobiografia, Johan & Levi Editore). Non si tratta solo del racconto di particolari che ricordano gli eventi della sua esistenza: il paese in cui nasce nel 1929, un Giappone chiuso e arretrato da cui vuole fuggire, a cui fa ritorno nel 1975, o la sua famiglia appartenente all’alta società, con una madre tradizionalista e un padre libertino, o la scuola in cui non riesce a trovare il proprio spazio, o ancora le allucinazioni visive e auditive di cui è afflitta, conseguenza della sua condizione tormentata.

 

  

 

Vi è dell'altro. Si comprende da subito che ogni dettaglio su cui Yayoi Kusama si sofferma, è un passo verso il delinearsi della sua folgorante carriera che coincide con la parte più oscura di se stessa. Tutto ha inizio con un libro scoperto in un negozio di Matsumoto, la città in cui vive, un testo con i dipinti di Georgia O’Keeffe, la moglie del fotografo americano Alfred Stieglitz, che in quegli anni conduceva una vita da eremita in una tenuta circondata dalle montagne del New Mexico. È questo libro che la spinge una volta per tutte a trasformare in realtà il suo più grande desiderio: recarsi a New York e divenire un’artista.

 

Per questo Yayoi scrive a Georgia O’Keeffe e, come nelle favole, riceve una risposta. La luce nel buio e l’America un poco più vicina. La prima tappa è a Seattle il 18 novembre 1957, città in cui l’artista espone ventisei opere nella galleria di Zoë Dusanne e poi finalmente New York, l’“inferno in terra”, ricorda Yayoi, un luogo rabbioso e ostile, più che la terra della felicità ostentatamente promessa, dove è difficile persino la banale sopravvivenza.

 

Ma Georgia O’Keeffe si fa viva anche in questo momento difficile: presenta l’artista alla mercante Edith Halpert, che alla Downtown Gallery aveva lanciato artisti di altissimo livello, tra cui la stessa O’Keeffe, la quale decide di scommettere sulla giovane giapponese acquistando una delle sue opere. È un altro passo fondamentale verso l’affermazione. Nell’ottobre del 1959 viene inaugurata la prima personale newyorkese di Yayoi Kusama presso la Brata Gallery intitolata Obsessional Monochrome. In mostra ci sono le sue Infinity Nets. Il successo è travolgente.



Infinity Nets

 

Cosa sono le Infinity Nets? Lo racconta la stessa Yayoi: tele nere, “così grandi da doverci arrivare con una scaletta”, sulla cui superficie l’artista dipinge una rete bianca composta da “una miriade di particelle quasi impercettibili”. Sono galassie di punti prive di struttura e di centro, variazioni mercuriali, espressione esclusiva del suo mondo interiore e della sua essenza, un vortice che disperde la propria forma pur acuendone la tensione.

 

“Mettendo insieme le singole particelle quantiche, negativi di gocce che costituivano le maglie della rete, aspiravo a predire l’infinità dello spazio, a misurarla dal punto di vista in cui mi trovavo”, rammenta Yayoi. E infatti non c’è quasi movimento, come se anima e corpo dell’artista si fissassero nel vuoto assoluto; essa sembra aver raggiunto lo stato dell’assenza di sé che rende visibile con un ritmo ossessivo e immutabile, sottratto al fluire del tempo.

 

Forse è questo l’infinito di cui vuole rendere partecipi gli spettatori, una sorta di paradossale appartenenza a sé e al proprio medium espressivo: il pensiero di se stessa che pensa? Oppure un “insieme complesso e semplice” di ossessioni e accumulazioni, come scrive Donald Judd, critico d’arte ed esponente di spicco del minimalismo, che con le sue recensioni contribuì a renderla famosa?

 

Tuttavia il successo ottenuto non le basta, la sua ricerca continua in maniera febbrile. Intorno al 1961, a soli due anni dall’arrivo negli Stati Uniti, qualcosa di nuovo compare all’orizzonte. Le Infinity Nets proliferano: coprono pavimenti, sedie, tavoli, si espandono al di là della tela, infrangono la dimensione ipnotica della bidimensionalità e diventano materia. Da toccare. Yayoi le chiama Soft Sculptures, sculture morbide.

 

Yaioy Kusama, l’artista di fronte a un Infinity Net nel suo studio a New York, 1961

 

Arte psicosomatica

 

Andy Warhol urlò: “Wow, Yayoi! Cos’è questo?”, poi aggiunse “Meraviglioso”. Qualche anno dopo, scrive l’artista giapponese nella sua autobiografia, “riempì il soffitto e le pareti della Leo Castelli Gallery di serigrafie raffiguranti musi di mucca”. È il dicembre del 1963 e alla Gertrude Stein Gallery di New York, lo sguardo esterrefatto di Warhol viene catturato da un’installazione. Si intitola Aggregation: One Thousand Boats Show di Yayoi Kusama, una barca di dieci metri, interamente ricoperta di falli bianchi imbottiti. Sul soffitto e le pareti sono appese novecentonovantanove fotografie in bianco e nero della stessa imbarcazione a forma di fallo.

 

La barca sembra stare in equilibrio perfetto. Non vi è alcun attrito di forze, non un’onda contraria o un vento avverso. È un’opera in cui tutto procede idealmente al meglio, il negativo convive con il positivo: la sconfitta di un’ossessione – l’orrore verso il sesso, risultante dell’educazione che aveva ricevuto e dell’ambiente familiare in cui era cresciuta – e la guarigione da questa fobia attuata mediante la riproduzione maniacale dello stesso motivo. Realizzando morbidi falli bianchi all’infinito – un’altra Infinity Net – l’artista, costretta a stare in mezzo a quelle forme per lei spaventose, riesce a esorcizzare la propria paura e a trasformarla in un gioco, al tempo stesso sublime e quotidiano. Un connubio riuscito di contrasti che l’artista moltiplica a sua volta in numerose personali: Driving Image Show del 1964, Infinity Mirror RoomPhalli’s Field del 1965 (dove l’uso degli specchi applicati alle pareti moltiplicava all’infinito i falli ricoperti da pois e le persone che visitavano la mostra sperimentavano la propria fusione con l’opera) o Love Forever del 1966.

 

Si tratta di “arte psicosomatica”, afferma Yayoi, una forma di automedicazione: “Lavoro, lavoro e ancora lavoro finché non resto seppellita nel processo. È ciò che chiamo obliterazione”. E poi prosegue: “applicando pois su tutto il mio corpo e poi ricoprendo di pois anche lo sfondo mi annullo”. Self-oblitaration, aggiunge l’artista. Un processo mentale che coincide con il suo obiettivo: perdersi e ritrovarsi in questo vuoto paradossale che ospita sempre la medesima ossessione, annullata da un moto perpetuo che la ripete all’infinito.

 

Yaioy Kusama, Aggregation: One Thousand Boats Show, Gertrude Stein Gallery, New York 1963

 

Self-obliteration

 

Dieci anni dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, rammenta Yayoi, entra in contatto con il movimento degli hippie, le cui abitudini, i comportamenti e i pensieri – “l’enfasi sul ritorno alla natura” e “in maniera più estrema nel modo in cui vivevano la sessualità” – non erano estranei alla sua arte e ai suoi audaci sex happening. Dal 1967 sino al 1971 ne organizza tantissimi anche nei luoghi simbolo della cultura americana: a Wall Street, davanti alla Statua della Libertà, a Central Park di fronte alla statua di Alice nel paese delle meraviglie, nel giardino del MoMa. Tuttavia Yayoi non partecipa alle performances.

 

Considera i corpi dei partecipanti e i loro desideri alla stregua delle soft sculptures ricoperte di falli: in sintonia con la volontà di allontanare le sue fobie sessuali, il flusso di punti dipinti ossessivamente sulla tela, si trasforma nei pois dipinti sui corpi nudi dei partecipanti. In questo modo, racconta “quegli esseri umani si annullavano, tornavano alla natura universale”, scomparivano. Il Self-obliteration non ha confini.

 

Yayoi Kusama, Naked Happening, Ponte di Brooklyn, New York 1968

 

Finalmente Yayoi, “la sacerdotessa dei pois”, è riuscita nel proprio intento: ha avvolto New York in una Infinity Net. Realizza film, musical, sperimenta nel campo della moda con una linea di abiti, lavora per la maison francese Louis Vuitton e collabora con Peter Gabriel. Stringe amicizia con alcune figure di spicco come Salvador Dalí, il pittore Adolph Gottlieb, lo scultore David Smith e il critico e poeta Herbert Read. Tuttavia, il ricordo più struggente e umano, Yayoi lo dedica a un artista che è stato il suo compagno: Joseph Cornell. “Il nostro era un amore platonico, sacro”, ricorda, “a me piaceva entrare nel suo mondo. Lo consideravo un posto meraviglioso, capace di trasmettere sensazioni di tale bellezza da dare i brividi solo a guardarlo”.

Yayoi Kusama, Anatomic Explosion, Central Park, New York 1968

 

Kusama Renaissance

 

Nel 1966, rammenta l’artista, avviene la sua discussa partecipazione alla Biennale di Venezia, dove espone Narcissus Garden. L’opera è composta da millecinquecento sfere argentee di plastica riflettente – pagate dall’amico Lucio Fontana poiché all’epoca l’artista non disponeva di risorse economiche – che ricoprono una porzione di erba verde e vengono vendute dalla stessa Yayoi per pochi soldi con l’intento di criticare l’anima commerciale del mondo dell’arte.

 

Quasi trent’anni dopo, nel 1993, viene invitata ufficialmente a rappresentare il Giappone alla Biennale di Venezia. Questi alcuni titoli: Mirror Room and Self-Obliteration, Shooting Stars, Infinity Flowers Petals, Pink Boat..
Il cerchio delle Infinity Nets si è chiuso.

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