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Silvio D’Arzo: andare o restare

Ezio Comparoni, in arte Silvio D’Arzo nasce a Reggio Emilia nel 1920 e vi muore nel 1952, a soli 32 anni. Di padre ignoto ebbe per tutta la vita un rapporto fortissimo con la madre Rosalinda Comparoni originaria di Cerreto Alpi, piccolo paese sull’alto Appennino reggiano. 

Fu insegnante di lettere dedicando molto della sua breve vita alla letteratura. Si firmò con diversi pseudonimi, Silvio D’Arzo (di Reggio, in dialetto “reggiano” è arzan) il più noto.

La sua opera più completa, un lungo racconto, Casa d’altri, uscì postumo mentre ebbe un solo romanzo pubblicato in vita, All'insegna del buon corsiero (Vallecchi 1942); poi altri racconti e piccole produzioni, in gran parte letteratura per ragazzi. Sono i secchi cenni biografici di una fragile presenza che si direbbe marginale nella letteratura italiana ma che tuttavia come poche sembrerebbe aver lasciato un suo segno.

 

Per gli antichi greci, la consolazione di una perdita precoce si apriva nel mito (“Muore giovane colui che gli Dei amanorecita un frammento di Menandro). In tempi moderni quel mito si traveste di fascino ambiguo quando quella fragile vita è abitata da un qualche talento: come se lo spreco fosse doppio, per gli anni e il talento perduto, e ancora per le certezze di chi resta, per il silenzio degli dei.

Il “club 27” ne è l’esempio più conosciuto (Jimi Hendrix, Brian Jones, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Kobain tutti deceduti a 27 anni) nel rappresentare il fascino sospeso tra un destino ancora da decifrare e la consolazione di ciò che resta. Come, in un’età più matura, le figure di Pier Paolo Pasolini e di Bruce Chatwin, in letteratura sono altrettanti “esempi compiuti” di questo mito, del vuoto e della perdita per chi resta, di ciò che avrebbero ancora potuto dare… e di dove questo sia finito.

Forse, una parziale ragione della “persistenza” nella letteratura italiana della fragile presenza D’Arzo può appartenere anche a questo sentimento e a questa complessità. 

Comunque sia, Silvio D’Arzo è stato soprattutto Casa d’altri

 

È in questo breve romanzo che fece vedere molto del suo talento. Il romanzo era stato definito da Montale un “racconto perfetto”. Espressione definitiva nella sua positività ma che è stata in qualche modo anche una gabbia alla comprensione per chi gli si avvicinava.

In Casa d’altri il linguaggio dell’autore restituisce – come pochi altri esempi nella letteratura italiana – una sensibilità visiva e un’impronta quasi tattile, un linguaggio che nei dialoghi diventa poi “carta vetrata” nel levare, nel ridurre tutto all’essenziale. Questo e un lirismo freddo, quasi vitreo del paesaggio trasferiscono sulle pagine l’ambiente naturale e umano di un borgo montano. A detta di tutti i critici è infatti Cerreto Alpi, l’ambiente da cui trae ispirazione per narrare le vicende di Zelinda, della sua misera vita – “aveva compiuto i sessantatre l’otto agosto, e adesso lavava stracci e budella dalla mattina alla sera laggiù al canale per qualcuno o qualcosa di un paese di valle dove c’era già qualche industria” – e del suo confronto con il prete del borgo “un prete da sagre e nient’altro”.

I due che si guardano da lontano nell’immobilità del tempo, dei luoghi e delle cose che non accadono e poi una domanda di cui Zelinda fa carico l’uomo di Dio: “nella lettera c’era scritto se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima… anche uccidersi… sì…”.

 

Nella confessione della Zelinda e nell’immobilità delle cose che non accadono c’è molto del fascino del libro.

“Mi guardai un po’ d’intorno. Stava per venire la morta stagione, gli sterpi secchi, le passere uccise dal freddo, la notte che arriva alle sei, i fossi ghiacciati, i vecchi che se ne muoiono in fila e la Melide li cuce dentro il lenzuolo e io li porto al cimitero di monte, e i bambini che per l’intera stagione se ne stanno dentro la stalla a scaldarsi col fiato dei muli… Un inverno di cinque o sei mesi.”

 

 

Forse è proprio a Casa d’Altri che dobbiamo l’idea successiva di una letteratura d’Appennino, sempre naturalmente che questa esista, sebbene le tesi di laurea e i convegni che negli ultimi tempi si interrogano su questo punto siano un indizio e nonostante un premio letterario, Premio Letterario nazionale Raffaele Crovi per la letteratura d’Appennino, giunto alla IV edizione sia lì a testimoniarlo. Ne è convinta Clementina Santi, ideatrice e direttrice del premio letterario citato e presidente dell’Associazione Scrittori Reggiani, curatrice di due convegni su Silvio D’Arzo e la letteratura d’Appennino, studiosa e attenta promotrice della figura dello scrittore reggiano quando ancora questi era sconosciuto ai più. 

 

In un articolo qui su Doppiozero Matteo Meschiari si interroga se esista o meno una “letteratura d’Appennino”. Diversi gli autori citati da Meschiari che riportino a questa possibilità (“Per avere un romanzo tutto appenninico dobbiamo aspettare Guido Cavani (Zebio Còtal 1961) poi, più tardi, verranno Francesco Guccini (Cròniche epifàniche 1989), Raffaele Crovi (Appennino 2003), forse Giovanni Lindo Ferretti (Bella gente d’Appennino 2009 e infine Sandro Campani”). Personalmente aggiungerei anche Attilio Bertolucci.

Le conclusioni sulla “non esistenza” di una letteratura appenninica per Meschiari sono legate a un territorio che non può essere “patria di una poetica”: “…Direi proprio di no. L’Appennino è refrattario alle produzioni dell’immaginario, funziona più come ingombro geografico che come luogo della mente. E non dico che non esistano testi letterari sull’Appennino, voglio dire che per lo più si tratta di testi in transito, scritture che, prima o poi, vanno altrove.”

 

Eppure, almeno in relazione a Silvio D’Arzo ne è intimamente convinto Giovanni Lindo Ferretti. Sempre qui su queste pagine, in recensione al mio L’ultima transumanza (Rubbettino editore 2021), scriveva “…Casa d’altri segna la massima lontananza, tra lo sguardo di Maurizio e il mio… È la tragicità del vivere, il baratro della solitudine non illuminata dallo spirito, la caducità della carne, il dolore che opprime, la sofferenza che annichilisce, l’inconsistenza dell’uomo fronte al mistero che lo avvolge. Casa d’altri è la tristezza senza inizio e senza fine, cosmica, travalica i protagonisti, gli accadimenti e lo sfondo… È un grande onore, per chi nelle selve continua a vivere almeno col cuore, che il suo libro più bello abbia come sfondo un paese trasfigurato che è indubbiamente il nostro, probabilmente mai visto se non come visione allucinata di un esilio forzato, di uno sradicamento dalla propria storia”. 

 

Sì, il “racconto perfetto “di Silvio D’Arzo è in grado di restituire il paesaggio umano, antropologico e naturale di un piccolo borgo appenninico dell’Alpe, elemento geografico non secondario, perché quest’ultima è stata terra estrema, quasi di confine alle umane possibilità di sopravvivenza, ancor più quando nel romanzo, l’autore si immerge e ci immerge nel plumbeo orizzonte tardo autunnale. Era l’orizzonte del restare, quello per cui l’umanità appenninica rimaneva a casa, vivendo delle riserve accumulate nella bella stagione e aspettando quella successiva. Un orizzonte oggi scomparso, preindustriale, dove il modello della società contadina, sedentario, veniva applicato sul suo limite più estremo dove sì “…i bambini per l’intera stagione se ne stanno dentro la stalla a scaldarsi col fiato dei muli…” o quello dell’unica mucca o capra per il latte che sarebbe arrivato e con cui si integravano le scorte di grano e “farina rossa” di castagne.

 

 

Ezio Comparoni, nelle sue foto cittadine, ci restituisce l’immagine di un ragazzo che respirava lo spirito del tempo: il suo, che è stato anche quello di giovane uomo in cerca di un destino migliore, e quello di una nazione nel periodo della ricostruzione, nei primi cenni di una società avviata alla piena industrializzazione. Visto da una piccola città di provincia della “bassa” gli Appennini di D’Arzo erano solo la loro trasfigurazione poetica, gelida e invernale, ma non l’unica. Era infatti quella legata “al chi resta” e al loro modello economico ed esistenziale estremo per quei luoghi se vissuti tutto l’anno. Al mio paese, Cerreto Alpi appunto, non a caso chi restava, fino agli anni 40, primi anni 50 – prima cioè dell’ultima definitiva transumanza verso le città del boom economico – aveva un nome proprio, segno di una differenza e soprattutto di una realtà distintiva; venivano chiamati “casei”, traducibile sostanzialmente con “quelli che stanno a casa”.

 

Dunque quelli che restano e poi “quelli che vanno”, vale a dire l’altra metà che faceva i paesi di una larga fetta dell’Appennino. Erano certamente i paesi di cui racconta Silvio D’Arzo, sui versanti tosco-emiliani ma solo dal lato delle esistenze immobili, dei paesaggi che diventavano vitrei, trasudanti freddo e umidità. “C’è quassù una cert’ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu: nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa... Le capre s’affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri”.

Se la letteratura è espressione lirica della vita degli uomini, o in un orizzonte meno ambizioso, espressione delle trame culturali delle nostre più o meno grandi comunità e identità allora la letteratura d’Appennino, almeno quella popolare, forse può essere cercata e trovata anche in forme diverse dal romanzo. Meno statiche e più mobili, meno razionali e per così dire più dionisiache. Mi vengono in mente, tra letteratura teatro e canto, I Maggi dell’Appenino settentrionale, i canti spontanei un tempo diffusi ovunque, il “fare gli stornelli” lungo tutto l’Appennino o forse anche i Trallalero liguri.

 

Non deve essere stato un caso, che il brano Che sarà – la canzone di Fontana, Migliacci, Pes, Greco – portata al successo nel 1971 da Josè Feliciano, sia stata cantata per decenni da giovani e adulti in innumerevoli paesi dell’Appennino; io stesso sono stato testimone di canti spontanei corali tradizionali dove immancabilmente a un certo punto partivano le strofe di “Paese mio che stai sulla collina….” Credo di avere toccato con mano come non fosse solo nostalgia di una generazione che andandosene dal paese aveva fornito menti e mani per il boom economico, c’era anche l’irrequietezza di “vite sospese”, da secoli, forse da sempre. Era la necessità della transumanza e dei molti mestieri nomadi, era il richiamo di un altro orizzonte esistenziale – forse migliore e più solare – oltre l’Alpe; questo, insieme alla nostalgia, li allontanava dal determinato, dal “solo razionale”, avvicinandoli per certi versi al dionisiaco. Tutto questo era nella dimensione dell’andare, era nel suo richiamo, senza il quale a mio avviso non si può comprendere completamente cosa è stato gran parte dell’Appennino.

 

Le Alpi Liguri solo geologicamente sono diverse dagli Appennini (è il colle di Cadibona a separarle da quest’ultimi), comprese tra le province di Savona e Imperia, costeggiano più o meno lontane, più o meno vicine, il mare omonimo. È qui e nelle Alpi Marittime che sono ambientati i romanzi di Francesco Biamonti – nativo di San Biagio della Cima – voce letteraria immensa nel raccontare quei paesaggi naturali e umani, la loro intima fragilità immersa in un tempo sospeso. Rispetto a gran parte delle Alpi Liguri, chi le ha frequentate e calpestate, sa che le differenze con gli Appennini possono essere anche minime. Sarà forse un caso, ma i personaggi di Biamonti sono sempre inquieti, sempre appesi a qualcosa e al niente, sempre distanti anche quando sono lì con i loro destini trattenuti su quei monti come da un richiamo lontano, comunque altrove. Ecco, forse potrebbe essere anche questo un tratto essenziale della letteratura di Appennino. Guardando all’umanità su quei monti con occhi meno razionali, meno sedentari, meno intrisi della cultura urbana o “da società contadina” cui indirettamente apparteniamo. Riprendendo le parole di Meschiari ma girandone il significato, potrebbero essere sono anche “testi in transito, scritture che, prima o poi, portano altrove.”

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