Siri Hustvedt. Ricordi del futuro

Nel 1978, la ventitreenne Siri Hustvedt lascia il Minnesota per trasferirsi a New York. Ha vinto una borsa di studio per studiare Letterature Comparate alla Columbia, l’anno successivo, ma prima di iniziare il dottorato vuole mettersi alla prova come scrittrice e provare a scrivere un romanzo. Prende in affitto un appartamento in periferia e inizia a percorrere la città con un misto di paura, eccitazione e sprezzo del pericolo; patisce la solitudine, all’inizio, e deve stare attenta a non spendere troppo. La New York del ’78 è come Parigi o Londra per un qualsiasi eroe ottocentesco; percorrere in metro le viscere della città scansando le offerte di piaceri sessuali a buon mercato e i potenziali pericoli significa per Minnesota, come iniziano a chiamarla, decidere di esplorarne le potenzialità creative (“Abito nella possibilità”, scrive d’altronde uno dei suoi poeti preferiti, Emily Dickinson, e nel recente Città sola, Olivia Laing racconta con dovizia di particolari come quella New York, nonostante le sue ombre, potesse essere davvero una manna per gli artisti).

 

In Ricordi del futuro, l’ultimo libro di Hustvedt pubblicato da Einaudi con la traduzione di Laura Noulian (pp. 360, € 21), si sovrappongono però due prospettive temporali; nell’altra siamo nel 2016, anno in cui la scrittrice ritrova casualmente un manoscritto che credeva di aver perso. Si tratta della storia che stava scrivendo nell’inverno del ’78 a proposito di due adolescenti che giocano a fare i detective; nel corso delle settimane Minnesota aveva perso interesse nei loro confronti e iniziato a origliare i deliri della vicina Lucy, che biascicava parole a proposito di una figlia caduta dalla finestra, o spinta da qualcuno, non lo sapremo mai. Lucy è in evidente stato di sofferenza psichica, e con l’aiuto dello stetoscopio del padre Minnesota cerca di decifrare i rumori confusi che provengono dall’appartamento, ed è così che si apre il terzo filo nella narrazione, quello che riguarda proprio Lucy. Quando finalmente Minnesota entra in contatto con lei, non solo si apre un’altra storia, in base a uno degli assunti centrali del libro, ovvero che ogni storia diventa sempre un’altra storia, ma esplora, grazie ai personaggi che le gravitano intorno, nuove possibilità di conoscenza e di percezione di sé che hanno a che fare con la misoginia e la violenza maschile, anche. 

 

Hustvedt scrive in piena era Trump, e questo strano libro di fili che si intrecciano e prospettive temporali che si mescolano si trasforma presto da Bildungsroman della giovane e provinciale scrittrice che scopre la metropoli a riflessione sempre più accorata sulla condiscendenza (non solo maschile) verso le ambizioni e i traguardi delle donne. C’è il #metoo, in trasparenza, e ci sono perfino delle streghe newyorchesi con tanto di legamenti di bambolotti e divagazioni sulla potenza della placenta, accolte dalla Nostra con il giusto disincanto ma anche con quella intima partecipazione che è sempre il segnale della presenza di una storia che ci riguarda. 

 

 

Tutto inizia con il ricordo del padre che si indispettiva quando l’atteggiamento nei suoi confronti era meno che adorante, e continua con Chris Kraus che commenta sarcastica gli allievi del brillante marito (vedere il recentemente tradotto I love Dick, per capire), con Paul De Man in un’aula universitaria che dice cose non memorabili ma in virtù del suo prestigio accademico riceve comunque l’ammirazione incondizionata dei presenti, e finisce con Trump e l’“età dell’odio” in cui ci tocca vivere. In un’intervista al “Guardian” in occasione dell’uscita di un volume di suoi saggi, A Woman Looking at Men Looking at Women: Essays on Art, Sex and The Mind, nel 2016, Hustvedt commentava così l’avvento di Trump: “È stato eletto perché il suo sfruttamento della grande tecnica della menzogna ha funzionato, e perché la misoginia è viva e vegeta sia tra gli uomini che tra le donne. È stato eletto perché, come ha dimostrato uno studio di Yale, di fronte a un’identica descrizione di un politico ambizioso, sia gli uomini che le donne rispondono al candidato femminile con sensazioni di “oltraggio morale”, ma non provano le stesse sensazioni verso un candidato maschio che aspira al potere”. 

 

Nel suo romanzo forse più ambizioso, Il mondo sfolgorante, Hustvedt affrontava il problema di come il talento femminile possa essere misconosciuto dal mondo dell’arte; in Ricordi del futuro, a fare da talismano dell’ambizione della scrittrice da giovane c’è la baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, scrittrice e rutilante artista dada solo di recente riscoperta dalla critica, parte della quale la ritiene l’autrice della Fontana di Duchamps, con cui ebbe una breve relazione e di cui lasciò l’eloquente ritratto: un tripudio di penne di pavone dentro un bicchiere di vetro. Qui, l’ossessione di Hustvedt per Elsa von Freytag-Loringhoven la trasforma in un talismano reale, non solo simbolico: il coltello che le viene regalato da un’amica dopo un’aggressione sessuale viene ribattezzato “la baronessa”, e si tramuta in un oggetto magico che permette di esprimere la rabbia prima inespressa.

 

In un saggio successivo contenuto in Vivere pensare guardare, Hustvedt scrive: “Quando terminai il mio terzo romanzo e mandai ai miei il manoscritto, mio padre stava già male ma viveva ancora a casa. Quel libro era il primo in cui narravo con voce maschile. Un pomeriggio squillò il telefono e, con mia grande sorpresa, era mio padre. […] Senza nessun preavviso, si lanciò in una lunga disquisizione sul libro, lodandomi per i miei sforzi letterari, e io mi misi a piangere. Lui parlava e io singhiozzavo. Lui continuava a parlare e io singhiozzavo ancora di più. Anni di lacrime. Non avrei mai predetto una reazione così violenta. Ma quindi, dopotutto, sapeva. Sapeva quanto desideravo la sua approvazione, il suo consenso, la sua stima, e sapeva anche che, diversamente da quanto avevo sempre creduto, non mi era dovuta: questo avviò un riavvicinamento. Quell’evento ci cambiò, entrambi. Perlomeno parte della distanza che c’era tra noi scomparve, e nei mesi prima della sua morte, seduti l’uno accanto all’altro, parlavamo da amici, da forti pari, da persone reali, non ideali, che si erano ritrovate”.

 

Nella Donna che trema, pubblicato sempre da Einaudi nel 2010, le indagini di Hustvedt tra neuroscienze, filosofia e psichiatria andarono a toccare la sorgente della rabbia e del dolore che affiorano, sempre con estremo controllo, nei suoi libri spesso a metà tra saggistica e fiction. Dopo la morte del padre, a una commemorazione in suo onore, Hustvedt si ritrova a tremare violentemente. Non si tratta di un episodio isolato, perciò cerca di capire di cosa si tratti: un attacco epilettico? Isteria? E cos’è veramente l’isteria? E quando io tremo, chi trema veramente? Io? Ma io non sono il me tremante, e di sicuro non voglio esserlo. La donna che trema non ha risposte definitive sull’origine del suo disturbo, ma Hustvedt non ha l’aria di una che si fa intimidire facilmente, né dai lutti, né da Trump e meno che mai dalla morte. In un’altra recente intervista, ha stilato una specie di elenco delle cose che ha intenzione di scrivere prima di morire: “un altro romanzo, un libro filosofico, e molti, molti saggi da inserire in un’altra raccolta”. Secondo me può fare anche di meglio.

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