Stati Uniti: verso il totalitarismo delle identità?

Una conversazione

Una conversazione tra Massimo Cacciari, Antonio Gnoli e Alessandro Carrera, tenuta in occasione della pubblicazione del libro di Alessandro Carrera Anatomia degli Stati Uniti. Diario di un amore difficile (Luca Sossella editore). 

 

Massimo Cacciari

 

Il libro di Alessandro Carrera è molto più di una raccolta di articoli, è un libro che racconta una storia, e quindi un destino: ha una struttura e una pregnanza che ne fanno qualcosa di importante per tentare di capire in Europa che cosa sono gli Stati Uniti oggi. Io ho cominciato a fare filosofia riflettendo sull’importanza degli articoli di Marx sugli Stati Uniti. I grandi europei hanno sempre capito che bisogna guardare agli Stati Uniti per riuscire a orientarsi su quello che accadrà qui, e questo libro serve a questo scopo. È un libro che ha anche delle qualità letterarie altissime, Alessandro Carrera è uno scrittore, è un giornalista-scrittore, quindi sono pagine di grande godibilità, drammatiche ma anche piene di autoironia e ironia, e di tenerezza nei confronti della realtà che descrive, anche laddove le cose che dice sono terribili. Talvolta alcuni aspetti dell’American way of life suonano davvero barbarici, nel senso in cui Vico sostiene che alla fine dell’intelletto c’è il ritorno alla barbarie. Anche nelle pagine in cui l’atteggiamento critico, polemico, nei confronti della realtà descritta è molto duro, vi è un amore, un pathos, che deriva dal sapere che ciò che lì accade è decisivo per noi. Come fare a non averne cura? 

Detto questo vediamo quali sono i due, tre punti che a me interessano di più, anche per suscitare la reazione di Alessandro, approfondire la riflessione che sta portando avanti da tanti anni. La prima questione riguarda una tendenza di fondo con la quale, forse, il pensiero liberal-democratico non ha fatto i conti, vedendone soltanto qua e là gli epifenomeni all’interno di certi settori del partito repubblicano, della cultura repubblicana. Si tratta di una tendenza che, pur venendo da lontano, appartiene allo spirito americano, un elemento anarchico nel senso più preciso del termine: l’idea che il governo sia un male necessario e debba governare il meno possibile. Bisogna stare attenti a questa prospettiva, che probabilmente attiene allo spirito stesso della democrazia. In fondo l’idea regolativa, l’idea democratica nella sua prospettiva ultima, ha molto a che fare con la convinzione che una democrazia perfetta sarebbe una democrazia di autogoverno. Quest’idea americana, che poi viene tradotta in modo distorto e con conseguenze esiziali, in fondo ha un’anima buona. Un’anima di autogoverno, un’anima contraria a ogni ministerialismo e a ogni centralismo. La faccenda cambia laddove questa istanza, questa cultura, si traduce nel fare da sé, nel non avere altra legge che sé; ma nel trascendentalismo americano vi era anche quel tipo di cristianesimo “sociale” che implicava un rapporto col prossimo. Credo che la polemica contro alcuni aspetti della cultura e della politica repubblicana da parte dei democratici, molte volte, abbia sottovalutato questa dimensione, che è invece importante riassumere. Questa tradizione, questa tendenza, va assunta nel suo aspetto positivo che è indistricabile dall’idea di democrazia progressiva. La democrazia è progressiva nella misura in cui smantella le strutture burocratiche amministrative centralistiche, in cui realizza davvero un foedus: smantella il centralismo per realizzare un federalismo – ben diverso da “ognuno per sé”.

 

È evidente che non intercetteremo mai, non contraddiremo mai, le conseguenze negative di questa cultura semplicemente con prediche socialistoidi, e mi pare che nel libro sia implicita questa avvertenza, per così dire, nei confronti dei democratici. Badate che bisogna comprendere, anche nel senso positivo, questa prospettiva. Bisogna lavorarci dentro, non solo guardarla da fuori, e trasformarla, metabolizzarla in qualche modo. Ma se ogni istanza di questo genere viene catalogata come cattiva, come non etica, sulla base dell’eterno politically correct, allora si resta del tutto impotenti nel contrastarne gli effetti negativi. 

Un’altra questione da approfondire antropologicamente e culturalmente, contenuta nella “psicostoria”, come dice Alessandro, raccontata in queste pagine, è quella che porta a una domanda cruciale: gli Stati Uniti, da Clinton in poi, sono in grado di svolgere la funzione che hanno sicuramente avuto dall’inizio del novecento e poi con la prima guerra mondiale, di elemento fondamentale della governance globale? Questa è la domanda più drammatica che ci si può porre, perché la cosiddetta pace dopo il secondo dopoguerra deriva dal mantenimento di questo polo. Ora, al di là delle questioni geopolitiche e delle trasformazioni economiche, i testi di Alessandro Carrera si chiedono se culturalmente gli Stati Uniti sono in grado, come certamente lo sono stati almeno fino alla caduta del muro, di mantenere questo ruolo politico e culturale. Alla lettura di testi del genere, viene il dubbio che la funzione di orientamento culturale valido per tutto il mondo non sia più praticabile dagli Stati Uniti.

 

Alternando toni drammatici a toni ironici, i vari psicodrammi mostrati dall’autore sono tutti dominati dalle paranoie, dalla fobia del male che da fuori, mai da dentro di noi, ci assale: prima erano i sovietici, poi nel corso degli anni ottanta e novanta quella paura è stata metabolizzata, adesso è una paura vicina, è una situazione di paura endogena: il male è l’altro di per sé. Il male non è più il comunista, non è più la Cina, ma è l’altro. Certo può essere anche il migrante, ma più in generale è tutto quello che mi rende insicuro e che mi porta alla necessità di credere a ciò che indica la via per superare questa minaccia: devo aggrapparmi a tutto ciò che mi rassicura, qualunque sia il discorso. C’è il male, che è altro da me, e c’è chi mi assicura che questo male verrà battuto. Ma il male continua a esserci, quindi continua a esserci il bisogno del guru che mi garantisce con ricette più o meno magiche che il male è vincibile, superabile. Un Paese che si regge su questo straordinario stato di emergenza ha la stabilità intrinseca necessaria per essere il fattore garante di ordine? Mi pare di no. Mi pare di capire che gli Stati Uniti sono in qualche modo costretti a continuare a svolgere questo ruolo, ma sempre peggio e sempre più malvolentieri, e l’elemento di arroccamento e di difesa sta prevalendo. 

 

La visione di un ordine mondiale in cui gli Stati Uniti occupano una posizione di potenza egemone, come nel ventesimo secolo – in cui la volontà di potenza è anche auctoritas e non solo potestas – non è più attuale. Questo naturalmente apre prospettive drammatiche per tutto il mondo, e per l’Europa in particolare, che per ben due volte è stata “salvata” dagli Stati Uniti, durante le guerre e durante il dopoguerra, ed è stata salvata da Stati Uniti in cui certamente c’erano problemi di carattere culturale e antropologico, ma non certo nei termini che risultano valere oggi, nei termini che Alessandro descrive. 

Se è così davvero, se gli Stati Uniti risultano culturalmente inetti, inadatti ormai a svolgere il ruolo che hanno avuto nel ventesimo secolo, la svolta d’epoca è cruciale. Se l’Europa, che troppo è stata abituata a svilupparsi all’ombra degli Stati Uniti e della guerra fredda, non ce la farà a fare da sé siamo alla vigilia di uno sconvolgimento straordinario degli equilibri geopolitici, perché questo vuoto verrà certamente colmato. La politica è un sistema di vasi comunicanti e questo grande vuoto che si sta determinando nell’occidente verrà sicuramente colmato da forme politiche, qualsiasi sarà la declinazione, che probabilmente non avranno a che fare con la democrazia. La lettura del libro, di questi articoli che non sono articoli ma veri e propri saggi, suggerisce un insieme di riflessioni e di domande che ci sbattono davanti una rappresentazione realistica del Paese che è, che è stato, e che continuerà a essere sicuramente decisivo per tutti noi. La decadenza dell’impero americano significa che o l’Europa riesce a fare da sé oppure che l’Europa come potenza politica sparirà. È già sparita? Ma il combinato disposto della decadenza americana e della scomparsa dell’Europa significa che il mondo che tra un po’ vivremo è un mondo che con la democrazia non avrà più nulla a che fare. 

 

Antonio Gnoli

 

Ho ascoltato con molta partecipazione e interesse la riflessione di Massimo, in particolare sull’origine per così dire barbarica dello spirito americano, l’individualismo anarchico che ha caratterizzato lo sviluppo e la straordinaria fortuna di questo Paese: meno vincoli e più iniziativa privata; e poi sull’incapacità degli Stati Uniti di presentarsi oggi come l’unico artefice di una governance mondiale. La crisi di egemonia alla quale mi pare facesse riferimento Massimo è la crisi di una auctoritas, di una separazione fra potestas e auctoritas. Il mancato ricongiungimento di questi due elementi può fiaccare l’identità forte del Paese. Credo che questa sia un po’ l’architettura che sorregge il bel libro di Alessandro, che mi ha colpito perché ragiona su ciò che realmente sta accadendo, sul passaggio dalla presidenza Trump a quella di Biden, e sul possibile significato di questa ipotetica trasformazione. Il tutto è sorretto – bisogna dire, anche con una certa divertita faziosità e provocazione – dall’asserzione che gli americani sono un popolo fondamentalmente non furbo, che non vuol dire che siano un popolo stupido o ingenuo, significa invece, e questa potrebbe essere l’intenzione profonda dell’affermazione di Alessandro, che l’America non ha dovuto sopportare nessun dominio esterno. Non ci sono stati eserciti che l’hanno invasa, non si è mai sentita sconfitta e quindi non ha avuto bisogno di nessuna dote, diciamo così, di furbizia attraverso la quale tentare di sopravvivere, di scamparla. Anche per questo gli Stati Uniti sono fortemente arroccati dentro la loro identità. 

 

Senza la furbizia allora da quale collante, si domanda Carrera, sono tenuti insieme? Dal collante religioso. Dal fatto che l’americano, entità antropologica anche un po’ generica, ha puntato tutto sulla sua credenza, sul credere a qualunque cosa, ma credere religiosamente. Il motivo religioso che attraversa l’America, e lo si vede costantemente nell’incisività delle chiese evangeliche, diventa quasi un fattore di orientamento politico secondo il quale, prevalente rispetto all’elemento sociale della solidarietà, agisce soprattutto la tendenza a creare il nemico. Sull’elemento della fede poi è facile incardinare una attività di disinformazione. Le chiese sono i luoghi in cui nasce l’industria della disinformazione, di cui tutta la presidenza Trump ha goduto, moltiplicandone gli effetti in maniera straordinariamente efficace. 

Qui farei una distinzione, perché sennò non si capirebbe il motivo per cui Trump è stato sconfitto, con tutte le contingenze politiche del caso, come la presenza del Covid e la maniera in cui lui l’ha gestita. Io credo che sia importante distinguere fra industria della disinformazione e sistema della disinformazione. L’industria della disinformazione è un fenomeno che alberga nelle nostre democrazie, oggi molto più accentuato che in passato anche grazie alla vistosa influenza delle tecnologie.

 

Il sistema della disinformazione, invece, è un sistema che puoi denunciare ma non puoi combattere o che puoi combattere soltanto marginalmente, ed è la disinformazione attiva nei Paesi a scarsa tenuta democratica. Di esempi ne abbiamo tantissimi, a partire dalla Turchia, ma anche nel nostro centro Europa con alcuni casi nel cosiddetto gruppo di Visegrad, per passare alla Russia o alla Cina. L’industria della disinformazione è la stessa che ti consente di avere anche un’informazione corretta, che ti permette di denunciare, di opporti efficacemente a quelle che sono le tantissime manipolazioni che quella stessa industria mette in atto.

Alessandro ha colto nell’assenza di furbizia, nell’ingenuità, un elemento che riconduce attraverso il contatto con il religioso a una forma di populismo. Il populismo trumpiano si è abbondantemente servito della tendenza elementare a credere a qualunque cosa, spacciando le migliaia di menzogne che poi sono state verificate come tali. Questa è una parte molto interessante, come molto interessante è il tema della morte. A me ha colpito la frase in cui Alessandro dice che il vero argomento del libro è l’irrisolto rapporto degli americani con la morte. Io penso che la morte sia un grande rimosso per gli Stati Uniti, incapaci di coglierla come un’esperienza autentica, per usare un’espressione un po’ pomposa, come un’esperienza di verità. Non so perché accada, forse perché è una nazione senza un’origine, in quanto di origini ne ha tantissime. Forse perché è lì che hanno inventato il consumo, l’American way of life, il desiderio di portare a decine di milioni di persone qualche cosa che rassomigli a un sogno, traducibile in forme più materiali possibili. 

 

Credo che il tema della morte, il tema del rimosso, sia in qualche maniera legato al modo in cui gli americani guardano al potere: due elementi che convergono in una delle ultimissime canzoni di Bob Dylan, Murder Most Foul, che prende spunto dall’assassinio di Kennedy. La morte diventa una specie di compagnia segreta con la quale non si riesce mai a fare i conti se non in maniera violenta e brutale, se non attraverso l’omicidio, l’assassinio, la forma più barbara, che è affiorata spesso nella storia americana, anche la più recente. Ascoltando Massimo pensavo che per lungo tempo le parole chiave di questo straordinario Paese parlavano di sogno americano, di nuova frontiera; poi è arrivato America First, ma oggi non so quale possa essere la parola chiave. La partita è molto complicata, e la crisi incubata da questo gigante ferito riguarda tutto l’occidente, anche considerando la comparsa sulla scena internazionale della potenza formidabile che è la Cina. Probabilmente allora il nuovo slogan verrà fuori da questo confronto che rischia di essere un confronto mortale. 

 

Alessandro Carrera

 

Per rendere onore alle sollecitazioni di Massimo Cacciari e Antonio Gnoli ci vorrebbe un altro libro. Cercherò adesso di rispondere in maniera concisa. Partirò dalla questione dell’anarchismo implicito nella democrazia americana, ma voglio dire qualcosa anche sulla questione religiosa. 

Gli Stati Uniti nascono da tre anime, fondamentalmente. La prima è quella dei pellegrini puritani che fuggivano dall’Inghilterra, non tanto perché fossero perseguitati, ma perché la loro idea di cristianesimo era troppo estrema per l’Inghilterra, e cercavano un luogo vergine dove poter finalmente creare la loro Res publica christiana. In Inghilterra erano costretti a convivere con i cattolici, con gli anglicani e con altri ancora, quindi non c’era la libertà assoluta – totalitaria – che volevano.

 

 

Ma questa non è l’unica anima, perché poi è arrivata una seconda ondata di emigrazione dopo i pellegrini, quella dei borderers, vale a dire i poveri inglesi, del Galles e della Scozia, che andavano in America a cercare una nuova opportunità ma non sottoscrivevano l’ideologia puritana: quelli che in qualche modo sono gli antenati dell’atteggiamento libertario. Poi sono venute le altre ondate di emigrazione dall’Europa, quelle che hanno portato i modelli politici europei, variamente riproposti o realizzati negli Stati Uniti, e che vanno dall’illuminismo dei Padri Fondatori al socialismo e all’anarchismo dell’Ottocento. Per esempio, anche se erano pochissimi, gli anarchici italiani che emigravano negli Stati Uniti pensavano forse che lì finalmente avrebbero potuto realizzare quello che nell’Italia della dinastia dei Savoia e di re Umberto non era possibile. Queste sono le tre anime – quella continentale europea largamente illuminista, quella dei borderers, e quella puritana – che entrano in contrasto nel corso dei secoli. Non è che Jefferson e Washington rappresentassero tutti gli americani, tutt’altro. C’era una buona parte di americani che non voleva affatto staccarsi dal regno inglese; i separatisti erano essenzialmente una minoranza, quella che ha poi deciso la sorte degli Stati Uniti, all’inizio era solo il 25% della popolazione. Poi naturalmente non si può dimenticare l’anima afroamericana che viene dai 400 anni di schiavitù o di segregazione, né quella dei nativi americani, le due grandi anime che sono state rimosse finché è stato possibile. 

 

Mettere insieme le volontà eterogenee di tutte queste anime non è facile per nessuno: sono compresenti ma lontane fra loro. Hanno sempre lottato e a rotazione ne emerge una, diventa dominante, e le altre restano in sottofondo fino a quando non torna il loro momento. C’è stato un momento in cui l’anima libertaria è riemersa, magari anche nello spirito della contestazione alla guerra del Vietnam e del movimento Flower Power. È durato poco, ma c’è stato, mentre adesso siamo in una fase decisamente neo-puritana o addirittura penitenziale che è stata abbracciata da varie comunità. Nella classe dirigente politica invece abbiamo un modello liberal-democratico che persiste anche se non va molto d’accordo con altre cose che stanno accadendo nella società americana. 

 

Quindi, preso atto di questa frammentazione: sarà ancora possibile una pax americana? Gli Stati Uniti potranno ancora avere un peso sui conflitti attualmente esistenti, anche con le loro armi imperialiste? È difficile rispondere, perché da un lato la dirigenza politica attuale sembrerebbe il trionfo della democrazia liberale: Biden nei primi mesi della sua presidenza si comporta come un nuovo Roosevelt, sta facendo cose che nessun altro presidente ha mai fatto, cose che Obama non si era permesso di fare, che Clinton non si era permesso di fare, e se lo può permettere perché l’età gli consente di non preoccuparsi del suo futuro in politica. Ma ricordiamoci che è stato il Covid a sconfiggere Trump; senza il fallimento davanti al Covid, Trump sarebbe ancora alla Casa Bianca. Biden ha solo due anni di tempo però. Fra due anni, alle elezioni di medio termine, ci sarà un bagno di sangue, perché la presa di Trump sul partito repubblicano è ancora fortissima, e perché anche se ai repubblicani manca una strategia politica, hanno una strategia elettorale molto chiara: stanno lavorando negli Stati chiave per ridurre la possibilità di voto, in modo da tagliare fuori le minoranze. In Italia questo sembra impossibile, ma senza entrare nei dettagli delle complicatissime leggi elettorali americane, diverse per ogni Stato, vi assicuro che, se veramente si vuole, si può impedire alla gente di votare: è quello che i repubblicani stanno facendo in Georgia, in Arizona, in Texas. Senza proporre assolutamente nulla a livello politico, economico, finanziario, sociale, hanno la quasi certezza di riconquistare la maggioranza al Senato e forse anche alla Camera, quindi di bloccare ogni idea che venga in mente a Biden e ai suoi ministri dal 2022 al 2024.

 

Ora, non è detto che questo debba assolutamente accadere, ma c’è una forte probabilità che accada, per questo dico che la pax americana è sempre più difficile da realizzare. Ci sono dei problemi strutturali che riguardano non solo il federalismo americano, che in fondo è stato creato per garantire il potere a una minoranza, ma soprattutto la rivoluzione culturale-identitaria che è in atto e sta mettendo tutti contro tutti. La presidenza Biden potrebbe essere minata non tanto da ciò che potrebbero fare i repubblicani, ma da quello che potrebbero fare i democratici tra di loro, autodistruggendosi.

Vorrei dire solo una cosa sul “cristianesimo sociale”. È vero, c’è stato e in parte c’è ancora, ma con alcune importanti limitazioni. R. W. Emerson, che era un pastore unitariano e un convinto abolizionista della schiavitù, in Self-Reliance, che è un po’ il suo saggio-manifesto di individualismo metafisico, dice chiaramente: “Non ditemi che io mi devo impegnare a far star meglio tutti i poveri. Sono forse i miei poveri?”.  La posizione, come si vede, è molto diversa da quella tradizionale cattolica. In ogni caso, all’epoca delle streghe di Salem il nemico era Satana, dopo un po’ di secoli è diventato l’Unione sovietica. Ma con l’Unione sovietica gli Stati Uniti avevano di fronte un nemico rispettabile, innanzitutto perché i russi sono bianchi, come gli anglosassoni americani; in secondo luogo perché avevano una cultura, un’economia, una tecnologia che per contrasto ha dato grande impulso alla cultura americana. Nell’epoca in cui bisognava far fronte al marxismo, la Cia finanziava programmi di cultura umanistica e mandava gli scrittori americani in giro per il mondo, mandava i pittori, mandava perfino i quadri di Mark Rothko e degli espressionisti astratti in giro per il mondo per dimostrare che anche gli americani, non solo gli europei comunisti, avevano una cultura. 

 

Dopo il crollo del Muro e la fine dell’Unione sovietica non ci sono più stati nemici rispettabili, gli americani non hanno mai considerato il Medio Oriente, i talebani, Osama Bin Laden come nemici rispettabili. Erano per loro semplicemente dei criminali e le guerre fatte contro di loro erano operazioni di polizia, non erano neanche guerre, non si sono neanche preoccupati di vincerle. Infatti non hanno vinto in Iraq, non hanno vinto in Afghanistan e pare che la cosa non importi a nessuno. Dall’epoca del Vietnam in poi gli americani non hanno vinto una guerra che sia una, e non gliene importa niente, continuano a dire di avere l’esercito più potente del mondo e che loro sono imbattibili. Non gli importa perché in effetti non hanno combattuto guerre, hanno semplicemente lanciato delle operazioni di polizia, e come un distretto di polizia può chiudere perché si decide che il quartiere è insalvabile, ecco così hanno fatto con l’Iraq, con l’Afghanistan e altre situazioni. 

 

Ma se viene a mancare il nemico rispettabile, chi prende il suo posto? Ecco, il nemico diventa il vicino di casa, il nemico è chiunque non la pensi come me. Questo lo aveva già scritto D.H. Lawrence nei suoi saggi sulla letteratura americana. Lawrence è da prendere con le pinze per le sue idiosincrasie, per alcuni aspetti era anche reazionario, d’accordo, ma certe cose le aveva viste e quando scriveva, negli anni trenta, che sentiva dire che l’America era il Paese della libertà ma lui non aveva mai visto un Paese in cui la gente aveva una tale paura del proprio vicino di casa, coglieva un punto fondamentale. Lo si può dire ancora adesso, anzi adesso lo si può dire ancora di più ed è ciò che determina il continuo stato di emergenza nel quale gli Stati Uniti vivono. Fuori dagli Stati Uniti non ci rendiamo conto di questo ma in America si convive con la paura. C’è gente che non esce più di casa perché ha paura del pazzo che entra in un supermercato e inizia a sparare. Questo succede tutti i giorni, in ogni Stato degli Stati Uniti. Ora, se il nemico è il vicino di casa, cosa può fare la presidenza Biden, pur mettendo in atto delle politiche sociali, che si spera abbiano il loro effetto? Può veramente rivitalizzare le infrastrutture? Basterebbe? È quello che ci auguriamo, perché negli scorsi quattro anni non si è fatto assolutamente nulla, e anche prima, con i repubblicani che bloccavano Obama in ogni modo, si poteva fare poco. 

 

Ma il problema allora è un altro. Se gli Stati Uniti sono nel pieno di questa crisi culturale, chi può prendere il loro posto? In realtà nessuno. L’Europa non solo non può prendere il posto dell’America perché non è una vera federazione di Stati, è un insieme di Stati in cui si parlano 27 lingue diverse; ma soprattutto perché l’Europa, in passato, il suo ruolo l’ha già avuto. Nel bene e nel male, l’Europa ha fatto quello che doveva, ed è nel suo tramonto. Come Cacciari ha scritto tante volte, il compito dell’Europa è vivere questo suo tramonto, lungo o breve che sia. Una nazione che prenda il posto dell’America non c’è, perché il modello cinese non è il modello americano e non è esportabile. È assorbente e inclusivo per quanto riguarda gli interessi del popolo e della cultura cinese, ma non può diventare cosmopolita, non può diventare globale nel senso in cui lo erano gli Stati Uniti. Quindi il vero problema è se dalla rivoluzione culturale in atto negli Stati Uniti può nascere una nuova classe dirigente che in qualche modo si prenda carico di quello che gli Stati Uniti sono stati e dovrebbero ancora essere.

 

L’attuale classe dirigente, quella delle ultime elezioni, è fatta di persone di grande competenza e di grande esperienza, però il presidente ha 79 anni, ed è vero che ci sono molti giovani nel suo governo, ma saranno sufficienti a creare una classe dirigente futura? Biden è diventato presidente perché era impossibile continuare come prima, ma in un’altra situazione, appunto fra due anni, fra quattro anni, si presenterà un giovane politico o una giovane politica che possa in qualche modo riassumere le anime americane? Kamala Harris potrà veramente prendere il posto di Biden? Riuscirà a convincere, non dico gli americani nel loro complesso, ma i democratici che si sono invischiati in richieste di political correctness  e di uguaglianza radicale sempre più frammentate e difficili da soddisfare, e ai quali non va bene più niente? È difficile rispondere a questa domanda.

 

Uso consapevolmente il concetto di “rivoluzione culturale” proprio per indicare una rivalutazione continua e permanente, in senso trotzkista-maoista, delle identità di ogni tipo. L’identità viene ridiscussa ogni giorno, ogni ora e ogni minuto. Se ne ricavano definizioni sempre nuove, identità sempre più aggiornate. In questa situazione niente può stare fermo. Tale mobilità dà luogo a eccessi, a problemi che vediamo tutti i giorni: la cancel culture, un certo neo-segregazionismo invocato apertamente, in particolare dalla minoranza afroamericana che, esausta e consapevole dell’atteggiamento razzista dell’“uomo bianco”, si è allontanata dal concetto di condivisione, dall’idea di appartenere a una stessa comunità, a una stessa nazione. Non è la prima volta che compaiono movimenti separatisti negli Stati Uniti, ma in questo momento stanno riemergendo con forza. Una volta c’erano le Black Panther, adesso c’è il terrore social-mediatico, e anche accademico, di cui si potrebbe parlare a lungo perché è il problema del presente ma sarà anche il problema del futuro.

 

Ci ho pensato molto prima di iniziare il libro con la frase “Gli americani non sono molto furbi”, perché non è che in Italia siamo così incredibilmente smart. Pensandoci bene, l’Italia è stata un laboratorio di pessime idee per tutto il secolo ventesimo: siamo noi che abbiamo inventato il fascismo, siamo noi che abbiamo inventato il governo del tycoon mediatico, siamo noi che abbiamo inventato il populismo digitale del Movimento 5 Stelle. Tutto quello che ho vissuto in America, ogni tanto lo dovevo ricondurre a quello che era già successo in Italia, ricordandomi che la mancanza di furbizia americana non è necessariamente una cosa negativa, così come la furbizia spicciola italiana non è necessariamente una bella cosa. 

 

Nel libro poi ho parlato di una pulsione di morte che fa parte della cultura americana e che proviene dal fatto che i pellegrini si sono trovati, per prima cosa, a doversi confrontare con una natura incomprensibile, e quindi con la paura di ciò che sta dietro quella collina, perché laggiù non c’è mai stato ancora nessuno e ci potrebbe essere qualunque cosa, animali feroci, creature mai viste, o Satana in persona. Questo dà origine a un rapporto con la morte che non è quello della consuetudine quanto piuttosto un terrore, chiaramente espresso nella letteratura horror americana, da Edgar Allan Poe in poi. Un terrore che in Europa era storicizzato perché legato a specifici eventi come la Guerra dei trent’anni, la peste, l’Inquisizione, mentre in America veniva da ciò che non si sapeva e che la natura ti nascondeva. 

Però probabilmente il concetto di pulsione di morte non è neanche il più preciso. Sarebbe meglio parlare di una passione di morte o passione per la morte. La pulsione è una cosa che ci costringe, la passione è un incrocio fra destino e libero arbitrio. Come insegna Spinoza, la passione è ciò che mi fa andare incontro al mio destino con la sicurezza che non solo è quello che devo fare ma è anche quello che voglio fare. La passione per la morte è in realtà ciò che sta dominando la vita quotidiana negli Stati Uniti.

 

Non c’è soltanto la gente che ha paura di uscire di casa perché teme che ci sia il pazzo al supermercato, c’è anche chi va al supermercato con la pistola in tasca sperando di essere il primo ad estrarla, uccidere il pazzo e diventare un eroe. È ciò che chiamerei il “privilegio di uccidersi tra americani”: non c’è niente di più profondamente americano del privilegio di uccidersi l’un l’altro. È un privilegio che nessun’altra cultura e nessun’altra società può condividere, perché nel resto del mondo se si vuole uccidere qualcuno bisogna pur avere un motivo, che sia familiare, sociale o politico. Lo si fa per odio personale, per vendetta, per denaro o per ideologia. Ma negli Stati Uniti non c’è bisogno di nulla di tutto ciò. Uccidere il prossimo (ma anche, attenzione, essere uccisi dal prossimo, purché sia americano) è un privilegio individuale e riguarda tutti senza distinzione, bianchi, neri e chiunque altro. Questa è la passione per la morte che rende impossibile qualunque riforma dell’uso delle armi. Non credo assolutamente che qualcuno possa fare qualcosa rispetto a questo problema; gli americani continueranno a uccidersi fra di loro perché questo è il loro segno distintivo, il loro privilegio e il loro orgoglio.  

 

Massimo Cacciari 

 

Il discorso di Alessandro ha mostrato ancora meglio la straordinaria complessità culturale ed etnica che agita gli Stati Uniti, il differenziarsi dell’identità fino al dissolversi dell’idea stessa, una condizione di metamorfosi continua sulla base di alcune sostanze relativamente permanenti. La mia domanda allora è se questa complessità ha ormai dissolto completamente quella che alcuni autori, come Harold Bloom, definiscono una sorta di religione americana, che costituisce l’identità riunificante della nazione. Secondo la quale, pur nella complessità e nella differenza, resta sempre la possibilità, come nell’ultima scena de Il cacciatore, di cantare insieme “questa terra è la mia terra”: quest’anima è del tutto scomparsa o c’è ancora? Probabilmente la domanda è destinata a restare aperta, come non si può sapere se negli Stati Uniti ci saranno le energie, dopo la sconfitta di Trump, per impostare la formazione della nuova classe dirigente, con tutti i pericoli sottolineati. Ma se la complessità ormai non è più tale, perché è avvenuta la rottura di ogni forma, allora è anche difficile che possa nascere una classe dirigente in grado di rappresentare la pluralità, senza ridurla a un denominatore comune, come in alcuni momenti della storia è avvenuto. Ora mi pare che la rappresentazione – e quindi la rappresentanza – sia diventata un’equazione praticamente irrisolvibile, in cui non c’è una variabile nota ma solo incognite.

 

Antonio Gnoli

 

Il modo in cui dall’Europa, dall’Italia, guardiamo gli Stati Uniti, ci permette di percepire alcune cose, come la potenza economica e militare, oggi entrambe messe in discussione proprio da un nuovo assetto geopolitico e geoeconomico. Forse però guardiamo meno a ciò che fa la qualità della vita che gli americani vivono e, in qualche modo, subiscono. Le profonde divisioni razziali che ancora esistono, la violenza che esplode improvvisa e la passione per la morte – il fatto che ciascuno si senta tanto potente da poter togliere la vita a qualcun altro – la paura che, di conseguenza, domina le zone meno protette, l’impoverimento dei grandi distretti industriali. Certamente non è sufficiente ricondurre il quadro alla fede dell’americano, alla sua credenza, o credulità, al suo modo di aprirsi a qualsiasi esperienza; agiscono molto anche la disperazione e lo scetticismo, altrimenti non spiegheremmo quei settanta e oltre milioni di persone che hanno votato per Trump, e quindi quest’America che è decisamente divisa e vive un’enorme frammentazione. Il secondo aspetto che ha richiamato Alessandro, fortemente preoccupante, riguarda quello che succede sotto la presidenza Biden: quali sono gli stimoli culturali e quanto si è complicata la ricerca collettiva – ma non comune – di un’identità culturale. C’è una specie di maccartismo lessicale, per cui oggi uno scrittore o un biografo deve necessariamente esibire una sorta di “fedina esistenziale”. In attesa che queste tendenze attraversino l’oceano, il fatto che la cultura statunitense si stia dogmatizzando in modo terrificante mi pare un problema da considerare

 

Alessandro Carrera

 

Durante la cerimonia di inaugurazione della presidenza Biden Questa terra è la mia terra è stata cantata. E il giorno dopo è uscito un articolo in cui un rappresentante nativo americano affermava che questa terra era la sua terra, e che gli è stata portata via. Non so, veramente, se sia più possibile cantare “questa terra è la mia terra”. Mi viene anche da pensare a The Gift Outright, la poesia che Robert Frost ha recitato all’inaugurazione di Kennedy, e che cominciava dicendo: “La terra era già nostra prima che noi fossimo della terra” (“The land was ours before we were the land’s.”). Frost intendeva proprio dire che i pellegrini e i pionieri non appena arrivati erano già “americani”, “questa terra” apparteneva già a loro, anche se solo dopo la guerra d’indipendenza sono stati veramente posseduti dalla terra che già possedevano. Anche Frost, in altre parole, ignorava ciò che oggi non è più possibile ignorare. Oggi un afroamericano gli domanderebbe se, dopo che i suoi antenati sono stati trapiantati a forza in questa terra, è mai stato fatto qualcosa perché lui la potesse considerare sua. E il nativo americano direbbe che gli americani di Frost non appartengono affatto a questa terra, e che questa terra non è mai appartenuta a loro.

La rivoluzione culturale in atto consiste nel ridiscutere completamente i presupposti che erano dati assolutamente per scontati, non dico ai tempi della presidenza Kennedy, ma fino a sei mesi fa. Il che potrebbe essere fantastico da un certo punto di vista, potrebbe essere una grandissima occasione per chiarire come stavano le cose e per ricominciare su altre basi. Non è detto che tutto ciò che sta accadendo sia negativo, assolutamente no, però per il momento gli americani sono la comunità di chi non ha niente in comune, e il risultato immediato è che crolla il principio stesso della rappresentanza, in base al quale c’è chi viene scelto in base a procedure democratiche proprio allo scopo di poter parlare a nome di qualcun altro. Se nessuno può rappresentare nessun altro, se nessuno può parlare a nome di nessun altro, che cosa resta della democrazia?

 

Io ho scritto cose che nessuno al mondo (fuori degli Stati Uniti, s’intende) troverebbe offensive, ma spero che il libro non venga tradotto in inglese perché qualcuno avrebbe sicuramente da ridire, e non in un dibattito di tipo politico, esprimendo un disaccordo, quanto piuttosto sintetizzando il dissenso in modo inappellabile: “Ciò che dici è inaccettabile perché tu pretendi di parlare a mio nome”. Ecco, anche se io volessi difendere attivamente una causa, come avveniva nel sogno degli anni sessanta e delle coalizioni che lottavano insieme per i diritti civili, sarei quasi nell’impossibilità di farlo perché io come maschio bianco eterosessuale europeo non ho il diritto di difendere la causa di nessuno. Sono colpevole di tutte le colpe dell’Occidente, oggettivamente colpevole,  secondo la nozione di colpevolezza oggettiva che Sartre aveva esaminato nella Critica della ragione dialettica in relazione allo stalinismo. Oggi viene applicata senza che si conosca lo stalinismo, però viene applicata. Diciamo, e so di esprimermi per paradossi, che questa è la differenza tra la rivoluzione culturale americana e quella cinese: in quella cinese, se non venivo fucilato potevo essere mandato in un campo di rieducazione, dove mi avrebbero fatto il lavaggio del cervello per poi reinserirmi nella collettività; nel caso americano il reinserimento non è possibile, perché se le mie colpe sono quelle della mia razza, io non posso cambiare il colore della pelle né posso cambiare etnia. Sono questioni di cui discuto anche con i miei studenti. Con prudenza, ma ne voglio parlare con loro perché viviamo tutti in questa situazione e tutti devono poterne parlare, ma il problema del mutamento radicale del concetto di rappresentanza è ormai cruciale. 

Come se ne esce? La mia proposta paradossale è di trasformate la political correctness in una religione – tanto in America tutto diventa una religione, prima o poi – che avrà i suoi officianti e le sue chiese, ma almeno renderebbe gli altri liberi di non far parte di quella chiesa. L’unica proposta che francamente posso avanzare è l’istituzione di un politeismo delle teocrazie.

 

La trascrizione dell’incontro, avvenuto online il 14 maggio 2021, è a cura di Silvia Pallocca.

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