Storie di Gabriella Giandelli

Gabriella Giandelli non illustra, racconta. Ogni volta che appare un suo disegno sul quotidiano “La Repubblica” è come se un altro testo s’affiancasse allo scritto dell’autore, un testo composto d’immagini e non di parole e frasi. Più che una disegnatrice Gabriella Giandelli è infatti una narratrice. Le sue tavole si compongono di elementi organizzati in forma di novella secondo una propria precisa sintassi. 

   

 

Si osservi, ad esempio, la prima tavola di questo libro. C’è una casa di legno, con il tetto spiovente, di colore rosso e il camino che fuma. Si trova in una radura, intorno ci sono degli alberi, un muricciolo, sullo sfondo le montagne. Sul fianco della casa si nota anche un’apertura rabberciata con delle assi; davanti c’è una sedia, una sola sedia abbandonata, e un alberello dentro un contenitore, forse una latta. Un albero in primo piano impedisce la visione di una parte dell’edificio, ne occlude una porzione. Cosa nasconde il tronco? L’ingresso alla casa? Come si farà a entrare nell’abitazione? O forse la porta è dall’altro lato dell’edificio? Non lo si può sapere. Quella che sembrava una scena idilliaca, si trasforma in qualcosa di spaesante. 

  

Tutto questo non lo capisci subito. O meglio: percepisci che c’è qualcosa d’inquietante nella scena, ma non afferri immediatamente di cosa si tratta. Devi osservare la scena con calma, pazienza, guardare i dettagli che Gabriella Giandelli ha disseminato nel suo disegno. 

   

 

Nella seconda tavola del libro, invece, l’elemento conturbante è dato dalla donna sola seduta al tavolo. Cosa sta facendo lì? Perché è uscita dalla grande casa? La neve si sta sciogliendo? Sta forse contemplando il lago lì davanti? Chi è? 

     

Gabriella Giandelli è una narratrice che non sviluppa le sue storie, le accenna soltanto, ne dispone lo svolgimento, ma toccherà a chi guarda completare la narrazione, riconoscere in che punto della sua storia siamo entrati: all’inizio, a metà, alla fine? Avrà davvero uno sviluppo? Positivo o negativo? Sono tanti gli interrogativi che la sua arte suscita. E lo fa in modo più efficace là dove, come nella prima tavola del libro, non ci presenta nulla di direttamente allarmante o preoccupante, come invece accade, ad esempio, nel disegno dove appare un uomo in ginocchio che guarda dentro un’apertura nel terreno, voragine, “buco nero” che può inglobarlo. 

   

 

Qui il racconto si fa allegorico, direttamente allegorico. Non che questa immagine non sia efficace, senza dubbio lo è, ma noi sappiamo quello che può accadere, o che è già accaduto. Invece chi è la dama bianca che appare nella finestra del palazzo? Un fantasma? E chi sarà colei che la osserva dalla strada? Così come un’altra storia, tutta da scrivere – o disegnare – è quella della donna che si sta avviando di spalle verso la porta di casa già aperta: esce e sul tavolino, appoggiata a un vaso con i fiori c’è una busta. Cosa conterrà? Una lettera? Diretta a chi? E cosa c’è scritto? Non lo possiamo sapere, non lo potremo mai sapere. Tutto resta sospeso.

  

Il tratto di Gabriella Giandelli è inconfondibile: realista, eppure insieme onirico. I suoi personaggi, gli oggetti, i luoghi stessi, sono sospesi in una condizione fiabesca. A volte si tratta di una fiaba bianca, a volte invece è nera, a volte è allegra e altre angosciosa. Tutto è volto in un’atmosfera sospesa, sognante, eppure è perfettamente reale. Tutto può sempre accadere, e perciò accade. 

   

 

Nelle immagini della disegnatrice le cose appaiono dilatate, senza mai perdere tuttavia le loro dimensioni reali. Le forme che abitano i suoi disegni escono da un regno altro, parallelo, in cui le dimensioni tra piccolo e grande si scambiano di continuo: il grande contiene il piccolo, e viceversa. Sono spesso gli oggetti a definire questo Regno, oggetti quotidiani perlopiù: portacenere, scatole, libri, bicchieri, bottiglie. Qui siamo nel mondo del perturbante, mondo in cui anche le proporzioni degli uomini e delle donne subiscono un ridimensionamento o invece, all’opposto, estensioni inattese: nani e giganti, giganti e nani.

  

Uno dei grandi temi del racconto di Gabriella Giandelli è il rapporto tra uomo e donna: gli amori, e più spesso i disamori. Gli amori finiti, gli amori mai cominciati, gli amori desiderati e quelli reali. Gli uomini hanno spesso le cravatte, sono seri, non ridono, fumano, abbracciano, guardano, o sono giovanotti con lo zainetto in spalla o artisti romantici, altra versione delle Sfingi femminili. Precipitano o invece viaggiano con grandi borse; le donne invece attendono. 

  

 

Universo al femminile, il suo mondo manifesta la grande solitudine dell’essere in due, dell’appartenere contemporaneamente a più di una dimensione, reale e immaginaria. Le storie pregresse non sono mai raccontate, ma sempre alluse, si trovano in uno spazio perlopiù mentale cui possono attingere solo le sue protagoniste, mentre è interdetto, se non per profonda empatia, a chi guarda. La figura dell’allusione è connessa con quella dell’illusione. L’illusione è più reale della realtà. Ma qual è il fondamento dell’illusione stessa, a cosa allude l’illusione? È l’infanzia. Età del possibile e dell’impossibile, età delle promesse, delle attese e disattese, delle grandi gioie e degli immensi dolori.

 

La narratrice di queste tavole ci avverte: siamo stati tutti bambini, e siamo ancora tutti bambini, dentro e fuori l’infanzia. Per lei l’infanzia appare nel medesimo tempo un’età felice e insieme anche paurosa. Evoca fantasmi, che non si sa mai se provengono dall’età passata, o invece appartengono al presente. Lo spazio ulteriore che appare sovente nei suoi disegni appartiene a questo luogo di mezzo, in cui tutto può volgersi in qualcosa di meraviglioso eppure insieme di terribile. L’imprevisto è all’ordine del giorno nei suoi disegni. Nessuno però sa o saprà dire che esito avrà tutto questo. Lascia sospesa la conclusione degli eventi, così come la loro dimensione: sogno o sono desto? sogno un altro sogno? e di chi è questo sogno: mio, tuo, suo, nostro, loro? 

   

 

Come nel bosco fatato delle fiabe, gli oggetti volano per aria: un cappello, una sciarpa, una borsetta, un ombrello, un maglione. Chi li ha sollevati sino a quell’altezza? A chi appartengono? Scrittrice di punti interrogativi, domande senza risposte, Gabriella Giandelli è, in virtù del suo segno e dei suoi colori, anche una narratrice dei punti esclamativi. 

   

Ci dice: non avere paura, non temere, lascia che la tua angoscia si sciolga pian piano, che l’affanno e l’apprensione sfumino. Seguimi, vieni con me! Le mie storie, dice, sono storie da abitare senza timore; sono eventi plausibili, che io ho sognato per te, che mi abitano, che diventano immagini uscendo da un punto nascosto all’interno di me stessa, che ti ho reso visibile. Non è necessario che tu li viva, come accade a me, che li ho disegnati. Sono il modo, ribadisce in forma sommessa, eppure con forza, attraverso cui un universo nascosto si rivela, diventa visibile, sono il mio modo di dirti: c’è, è lì, a pochi centimetri da te. Siediti, osserva, guarda. Non c’è altro da fare. Il racconto non avrà mai fine. Tutto finisce e tutto ricomincia di nuovo. Siamo tutti coinvolti.

 

Questo testo è compreso nel catalogo della mostra: Gabriella Giandelli, Centottantasei disegni per Repubblica, Nuages, 2019. Domani 17 dicembre alle 18.30 alla galleria Nuages si terrà una conversazione tra Gabriella Giandelli, Marco Belpoliti, Giovanna Durì e Angelo Rinaldi.

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