Teatro i, la ricerca in comune

Una conseguenza evidente della crisi sanitaria attuale è l’aggravarsi delle disparità. Per quanto la pandemia metta a dura prova la resistenza e l’attività di tutti, alcuni gruppi o individui si trovano in condizioni più svantaggiate di altri. Limitandoci al comparto dei lavoratori dello spettacolo dal vivo, è lampante che gli artisti affermati che godono già di una reputazione e di un supporto materiale per il proprio lavoro sono in una posizione più comoda (anche se ovviamente sempre a rischio) di chi comincia ad affacciarsi alla pratica del teatro. È poi anche chiaro che vi sia una disparità marcata nel rapporto creatore-fruitore. Se l’artista può quanto meno approfittare del tempo sospeso per concentrarsi sulla creazione, sulla progettazione e sulla propria poetica, il pubblico è del tutto tagliato fuori dall’esperienza estetica. Le misure di distanziamento e di tutela della salute non permettono che il processo creativo passi dal piano della forma, o della pianificazione/scrittura del testo, all’evento performativo: il cosiddetto ‘rito’.

Per cercare di reagire almeno in piccola parte a questa disparità e per dare sia agli artisti emergenti che al pubblico un’opportunità di ristorarsi sotto un’ombra di momento partecipativo, il Teatro i di Milano ha attivato una stagione insieme provocatoria e concreta, dal titolo pubblicAzione. Il principio che ne sta alla base è il seguente. Poiché artisti e pubblico non si possono incontrare in occasione della messa in scena di spettacoli, che per il Teatro i consistono soprattutto nei lavori di drammaturghi e drammaturghe emergenti, si cercherà appunto di effettuare “azioni pubbliche” di altra natura. Ne sono state isolate due.

 

La drammaturga Francesca Garolla, ph. Valerio Ferrario.


Da un lato, abbiamo il progetto Pubblicazioni, che prevede la creazione di una «Biblioteca virtuale di drammaturgia contemporanea», i cui titoli sono stati selezionati appunto con un gioco dialettico tra artisti e pubblico. A monte, 170 tra drammaturghe e drammaturghi hanno risposto a una call per proporre uno o più testi teatrali inediti da aggiungere agli scaffali di questa libreria. Delle 230 proposte pervenute, ne sono state selezionate 129 a opera di un comitato di esperti, che comprende gli organizzatori della stagione pubblicAzione del Teatro i: l’attrice Federica Fracassi, l’autrice Francesca Garolla e il regista Renzo Martinelli. A valle, invece, un pubblico di 100 spettatori-lettori è stato raccolto attraverso un’altra call e ha partecipato alla costruzione della biblioteca. I 129 titoli sono stati ridotti a cinque, che a loro volta costituiranno la base portante per la creazione di altrettanti podcast. In tal modo, il progetto Pubblicazioni riesce a ritagliarsi un piccolo momento performativo. Dopo lunghe letture in privato, si lascia che sia la voce degli artisti più interessanti – o rappresentativi della nuova drammaturgia – a parlare dei tempi difficili che viviamo.

La ‘pubblicazione’ del Teatro i è dunque una ‘pubblica-azione’ perché ambisce a “fare comunità grazie alla drammaturgia”. In altri termini, le procedure collaborative che sottostanno alla creazione della biblioteca virtuale intendono restaurare in parte la dimensione dell’incontro e della condivisione dal vivo. Potremmo anche dire che lo studio in comune fa rivivere con l’immaginazione l’esperienza condivisa a cui, prima, si partecipava in presenza. Un’altra implicazione positiva è poi la realizzazione di un piccolo patrimonio testuale che si amplierà nel tempo. Il sito del Teatro i conserverà infatti i testi pervenuti, lasciando agli utenti generici la possibilità di leggere alcuni estratti, a quelli interessati a una specifica drammaturgia di richiedere la versione completa.

 

L’attrice Federica Fracassi, ph. Piergiorgio Pirrone.


Dall’altro lato, la seconda azione pubblica della stagione pubblicAzione è la rassegna Emersioni. Dialoghi tra attrici. Stavolta l’iniziativa è di taglio frontale. La direzione del Teatro i ha selezionato dodici parole chiave su cui discutere in dieci dialoghi da remoto (creazione, perturbamento, conflitto, comunità, entusiasmo, corpo, maschera, confini, paura, mito, differenza, misura). In ciascun dialogo, un’attrice affermata e un’emergente scelgono su quante/quali nozioni concentrare le loro riflessioni. Basso continuo di ogni discussione è tuttavia il macro-concetto di emersione. L’assunto di ricerca è che, poiché non comprendiamo le parole che usiamo, occorre prendersi lo spazio per ragionare in comune e consentire il recupero del vero significato del linguaggio teatrale. Su ciò di cui parliamo così distrattamente, non si deve tacere.

 

Sempre sul piano concettuale, il riferimento al macro-concetto di emersione consente di porre una distinzione logica. Esiste forse una differenza tra la nozione di ‘emergenza’ e quella di ‘emergentismo’. Per quanto sia l’una che l’altra provengono da una medesima radice e designano entrambe il verificarsi di qualcosa che rompe la linearità delle nostre azioni o dei nostri pensieri, c’è una sfumatura decisiva che le mette quasi agli antipodi. L’emergenza forse suggerisce la rottura che fa emergere un comportamento attivo o cognitivo nuovo, ma che è improvvisa e involontaria. Tale è proprio l’attuale pandemia, che si è verificata contro la nostra volontà (per quanto ne siamo noi stessi la causa) e costringe ad attuare in modo repentino una serie di cambiamenti strutturali quanto eccezionali. L’emergentismo potrebbe invece esser il processo che fa emergere qualcosa di inedito, tramite atti lenti, meditati e volontari. La stagione del Teatro i auspica procedimenti di questa natura. Si può così sostenere che il lento emergentismo si oppone alla dinamica convulsa dell’emergenza. I tempi costringono ad accelerare e a non riflettere, ma anche – e qui c’è un paradosso – a non dare spazio a nuove scoperte. La necessità della sicurezza è anzi a volte evocata per legittimare restrizioni e chiusure. Il Teatro i oppone che si deve al contrario tanto rallentare e ragionare, quanto dare identiche opportunità a chi è già affermato e a chi sta iniziando un percorso artistico, a chi può creare e a chi (come il pubblico) è tagliato fuori dall’evento partecipativo.

 

La conferma che la stagione pubblicAzione mira a questa produttiva logica non-lineare si trova anche nel Manifesto poetico che sta sul suo sfondo. Il Teatro i scrive di non apprezzare il “mondo tutto in ordine” che si è creato durante l’emergenza, perché si tratta di un universo ordinato soltanto nelle apparenze. Vi è infatti un “disordine” di natura “interiore”, mentre la “lingua” si è “ammutolita” perché si è stati privata della possibilità di parlare e ricercare in comune. L’emergenza sanitaria ha fatto insomma subentrare il caos e un mutismo negativo, mascherato dai valori della salute e della sicurezza. Contro questa deriva che isola e silenzia, la stagione del Teatro i reagisce appunto con proposte artistiche che aprono “vie di fuga al pensiero e feritoie abbastanza grandi da fare passare parole”. Sono modalità di rottura e infrazione, che portano tuttavia ad emersione l’intelligenza e un linguaggio più consapevole.

 

Comitato lettori esperti.


La stagione pubblicAzione di Teatro i merita insomma apprezzamento per i suoi tentativi di recuperare almeno l’incontro e la condivisione in un mondo in cui diventa sempre più difficile incontrarsi/condividere. Considerevole è anche l’ambizione di raccogliere testi e voci che raccontino questo nostro tempo sospeso. Detto ciò, sollevo tuttavia due dubbi, che fanno anche da preludio a un abbozzo di proposta.

La prima perplessità investe la convinzione che tale pur lodevole stagione sia un modo per salvare il teatro, ossia la relazione autentica tra artisti e pubblico. Pare piuttosto che Pubblicazioni salvaguardi la componente letteraria e quindi non-teatrale della nuova drammaturgia. I testi selezionati sia a monte che a valle sono stati soltanto letti, dunque si è visto solo le loro potenzialità sceniche ed estetiche. Anche la dichiarazione che la creazione di questa biblioteca virtuale diventa un patrimonio duraturo nel tempo è, in un certo senso, una vittoria ambigua. È una banale verità che ciò che di buono e bello emerge a teatro è per sua natura effimero, ossia non coincide con la forma dello spettacolo, né con la parola scritta. Vantarsi di aver costruito qualcosa di duraturo significa dunque lodarsi per aver fatto qualcosa di anti-teatrale, appunto di aver fatto della letteratura. Sarebbe allora forse più corretto dire che il progetto Pubblicazioni costruisce le premesse per un teatro futuro. Esso raccoglie forme che preludono a eventi e relazioni dell’avvenire.

 

Il secondo dubbio riguarda la modalità dei dialoghi di Emersioni. Forse qui viene meno proprio la positiva dinamica partecipativa che invece il progetto Pubblicazioni era riuscito a creare recuperando (anche se poco e sul piano immaginativo) la dimensione dell’incontro dal vivo. La direzione sceglie le parole, le artiste lavorano su un materiale già dato, il pubblico si fa recettore passivo di una riflessione su cui non ha avuto voce in capitolo. In questo modo, però, si sbilancia di nuovo l’asse sull’autonomia dell’artista. Si ricade così nelle fauci della Cariddi dell’esclusione del pubblico, che si voleva giustamente evitare, per sfuggire alla Scilla del silenzio e dell’isolamento. Chi assicura, ad esempio, che la parola misura interessi per davvero gli spettatori del dialogo? O se non altro, quante altre parti ancora oscure del dizionario teatrale sarebbero potute emergere, se si fosse lasciata possibilità di scelta anche al pubblico? Poiché si era corso con Pubblicazioni il rischio di aprire la partecipazione a tutti i livelli, si sarebbe forse potuto osare oltre ed estendere la logica di inclusività anche a Emersioni.

 

Da quest’ultimo dubbio, infine, potrebbe seguire l’abbozzo di proposta di pensare a una stagione teatrale come un laboratorio di ricerca permanente, che coinvolge in modo attivo tutte le componenti del processo creativo. Non potendo più pensare il pubblico come destinatario di spettacoli, potrebbe valere la pena cercare modalità di ‘pubblica azione’ che portano spettatori e artisti a riflettere insieme, oltre che più di frequente e meglio, sul teatro che vedranno, sulle relazioni che instaureranno a scena aperta. Il rischio bello è insomma partire dell’assunto che l’arte teatrale è difficile e approfittare del tempo sospeso per studiare, rendendosi più colti, lucidi ed esigenti. Mi pare che pubblicAzione di Teatro i, pur con i suoi limiti, abbia aperto una pista promettente verso un simile scenario ambizioso, forse utopistico.

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