Trump, opera d'arte?

Poco dopo l'11 settembre 2001, Andres Serrano, autore del controverso Piss Christ (1987), decise di “contribuire allo sforzo bellico”. Lo fece a modo suo, da artista, con la serie America (2002). Sono 49 ritratti, vivacemente colorati e della dimensione di un manifesto, una galleria dei personaggi che Serrano riteneva rappresentativi della realtà del suo paese: il rapper Snoop Dogg con il suo sguardo strafottente, l'ebreo ortodosso Abraham Schnitzer con i suoi riccioli biondi, un boy scout di nove anni, l'elegante e sensuale Chloe Sevigny, una coniglietta di Playboy con il suo costumino rosso, una Little Miss Yankee bambina con il suo diadema luccicante... 

Tutti così tipici, così kitsch, con la loro unicità feroce, aggressiva, ostentata. Dunque tutti figli del conformismo che ci accomuna: l'identità come assemblaggio di diversità ricercate, costruita a qualunque prezzo. Per capire la differenza, basta ricordare gli “uomini del XX secolo” ritratti nei capolavori di August Sander, dove la diversità è figlia di un' identità radicata nel territorio, nella classe, nel genere. Serrano ha ripreso in altre occasioni lo stile di questi ritratti: ha fotografato anche un leader del Ku Klux Klan con divisa e cappuccio a punta neri, o una body builder dalla muscolatura esagerata. 

Nella serie degli “uomini qualunque” scampati all'11 settembre spicca una delle icone pop più clamorose di questi decenni: Donald Trump, imprenditore, miliardario, eroe del gossip matrimoniale, autore (tramite ghost writer) di un best seller planetario intitolato The Art of the Deal (ovvero L'arte di fare affari), nonché star del reality show The Apprentice, da lui prodotto e condotto tra il 2004 e il 2015. Nonché futuro presidente degli Stati Uniti d'America.

 

 

Fino a qualche tempo fa, utilizzare il “populismo” e “l'Uomo Qualunque” per spiegare il radicale cambiamento dello scenario politico all'inizio del XXI secolo pareva maleducato. Oggi, dopo la Brexit e il trionfo di Trump, tutti riprendono e rilanciano una categoria che pare spiegare l'inspiegabile con inossidabile semplicità. Da noi, spiegherebbe i successi della Lega ma anche quelli di Berlusconi e di Grillo, che ci sembrano gli ingredienti della “miscela esplosiva Donald”: ancora una volta, come ai tempi del fascismo, il nostro paese pare anticipare mutamenti di più ampia portata. 

Questi “populismi” hanno però radici e specificità che li caratterizzano e che meritano di essere analizzati. E forse possono avere esiti diversi, e dal punto di vista politico devono essere combattuti in maniere diverse. 

 

Hanno anche qualche elemento comune. Intanto rispondono a un' evidente crisi dei meccanismi democratici, esasperati dall'incertezza economica e dal riequilibrio di un mondo globalizzato. La risposta che offrono non è un allargamento degli spazi reali di democrazia, ovvero più partecipazione, con inedite modalità di informazione, consultazione e deliberazione, rese possibili (e necessarie) dalle tecnologie digitali e dalle comunità riflessive. In genere i leader populisti prendono la scorciatoia del cazzotto sul naso del rappresentante dell'establishment (o della casta), per presentarsi come l'Altro, il nuovo. Anche se non è vero. Il referendum italiano sulla Costituzione è emblematico, con due schieramenti interni alla casta (con la parziale eccezione del 5 Stelle) ma ferocemente contrapposti, che scatenano entrambi un' isterica campagna anticasta: Renzi e la sua corte contro i leader della vecchia destra e della vecchia sinistra ormai accomunati. 

 

Accanto al nodo dell'evoluzione (o dell'involuzione) delle democrazie Occidentali, ce n'è un altro, altrettanto cruciale: la rivoluzione dell'immaginario. Da sempre la sinistra fa una bandiera della difesa delle diversità e delle minoranze: si presenta come una “coalizione arcobaleno”, aperta e inclusiva. La destra tende a essere identitaria: Dio, patria e famiglia. Anche la recente campagna elettorale repubblicana sembra andare nella stessa direzione, con gli attacchi agli immigrati e l'intolleranza verso le diversità, radicata nella misoginia e nel razzismo. 

Tuttavia vedere Trump e la sua zazzera sfavillare nella galleria di Serrano fa venire qualche dubbio. Il ceto medio è stato marginalizzato e proletarizzato, prosciugato dalla disoccupazione, dalle tasse (che i super-ricchi e i poveri non pagano), dalle conseguenze di una globalizzazione mal gestita. Non è più quella la classe egemone, o il modello di vita felice, se non nei vecchi telefilm. Il presidente degli Stati Uniti non rappresenta più l'uomo qualunque, al suo meglio o al suo peggio. Anche il presidente degli Stati Uniti, come ciascuno noi, è un freak. La sua identità, come la nostra, è frutto di ibridazioni. È un effetto d'immagine. Un'icona eccentrica. 

 

Di questo paradosso si nutrirà il prossimo quadriennio. Donald Trump potrà travestirsi da leader autoritario, seguendo la parabola inevitabile dei capipopolo populisti del passato, nascondendo le contraddizioni politiche dietro il decisionismo dell'uomo forte (ma causando inevitabili contraccolpi, in una società complessa e articolata). Potrà fingere – con scarsa credibilità – di difendere le classi medie, ovvero si farà paladino della versione tradizionale dell'Uomo Qualunque. Magari proverà a seguire l'istinto radicale della destra anarco-liberista, da sempre presente negli USA: lascerà spazio all'infinita gamma dei colori dell'individualismo narcisista, ma si troverà a combattere chi crede di sapere quali siano i colori dell'identità americana e perseguiterà i “diversamente colorati”.

Qualche mese fa, quando Trump si è candidato, “The Guardian” ha chiesto a Serrano che cosa pensasse di lui: “Non parlo mai male di chi ha posato per me”. Anche se probabilmente non sarà quello il ritratto ufficiale del prossimo Presidente degli Stati Uniti d'America. 

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