Ugo Gregoretti: inventore di linguaggi

Una delle consuetudini estive è diventata, negli ultimi anni, la trasmissione Techetecheté, in onda dopo il TG 1. È seguitissima sia da chi si riposa dopo una giornata spossante, sia da chi è negli ozi di una vacanza o esce poco di casa – e col caldo ancora meno. Si tratta di un grande successo costruito sugli inesauribili archivi della RAI, ma soprattutto è un album di famiglia collettivo in cui la prima domanda dello spettatore, davanti all’attore di prosa, alla soubrette o al presentatore, è: “Sarà ancora vivo?”. Qualcuno è ancora vivo, fortunatamente; ma in definitiva la trasmissione è una sorta di album dei morti. Corrado, Mike, Sandra e Raimondo sono come dei parenti che ci ricordano i nostri veri parenti. Meno noto, ma certo non dimenticato da chi ha più di quarant’anni, anche perché era spesso in video, è stato Ugo Gregoretti, morto a Roma pochi mesi prima del suo ottantanovesimo compleanno (era nato il 28 settembre 1930).

 

Gigi Proietti con Ugo Gregoretti sul set dello sceneggiato “Il circolo Pickwick”, 1968

 

Mi è capitato di frequentarlo per qualche tempo all’inizio degli anni Novanta. Allora lavoravo per la televisione, e in quel periodo lui stava facendo una trasmissione a Milano. Era già un pezzo di storia della RAI, perché ci era entrato nel 1953, e dispensava allegramente un certo numero di aneddoti. Uno di questi, piuttosto famoso e conteso con altri pionieri, era il retroscena della prima ripresa televisiva dell’austero Pio XII, al quale un romanissimo operatore dava ordini tra il divertimento di tutti: “Santità, più a sinistra… No, più a destra…”.

 

Era una televisione onnipotente e insieme scanzonata, di cui Gregoretti fu uno dei fondatori. Raccontava, tra celia e verità, di essere entrato in RAI perché fornito di raccomandazioni potentissime. Gli altri giovani di belle speranze come lui erano chiamati “corsari”: fra loro c’erano Umberto Eco, Furio Colombo, Fabiano Fabiani e Piero Angela. Un “fuori quota” era Sergio Zavoli, il “socialista di Dio”: inattaccabile, quindi, ma anche il più bravo di tutti. Su di loro regnava il direttore generale Ettore Bernabei, democristiano – meglio: fanfaniano – di stretta osservanza. All’epoca, per un giovane intellettuale, la televisione era considerato un ripiego, qualcosa di cui vergognarsi a parlarne nei caffè di piazza del Popolo. Lo stesso Gregoretti puntava a fare del cinema. Eppure la televisione stava diventando centrale nel sistema dei media allora dominato dal cinema e dal rotocalco. Lo divenne alla metà degli anni Sessanta: ricordate l’episodio Guglielmo il dentone nel film I complessi (1965), nel quale Alberto Sordi vuol diventare uno speaker televisivo? L’Italia del miracolo economico stava cambiando vorticosamente e la televisione era uno strumento del cambiamento e al tempo stesso la sua cronaca.

 

 

 

 

Gregoretti era un ottimo cronista. Considerava uno dei suoi primi reportage, La Sicilia del Gattopardo (1960), nato sulla spinta del successo del romanzo di Tomasi di Lampedusa, la sua cosa migliore. In quegli anni firmò il programma televisivo Controfagotto, in cui si esaltava la sua capacità di osservatore del costume (memorabile un servizio in cui un onorevole mostrava le migliaia di raccomandazioni ricevute e il sistema per dargli seguito), la stessa che si ritrova nell’episodio Il pollo ruspante, dal film Ro.Go.Pa.G. (1963), con un indimenticabile Ugo Tognazzi alle prese con la nascente società dei consumi.

 

Nonostante avesse già esordito al cinema con I nuovi angeli (1962), il regista romano ha dato il meglio di sé in televisione, allora un medium nascente di cui si doveva inventare ex novo il linguaggio. L’esempio nasceva, più che dalle poco note televisioni straniere, dal giornalismo dei settimanali (“L’Espresso”, “L’Europeo”, “Epoca”), dove il racconto dell’Italia avveniva attraverso il modulo dell’inchiesta, in cui giornalista e fotografo lavoravano insieme.

Gregoretti fu tra i primi a fare una televisione d’autore, fu una delle prime “firme” di viale Mazzini. Nei suoi documentari, nelle sue trasmissioni, nei suoi “speciali” - ricordo ad esempio un bellissimo ritratto di Sergio Endrigo - l’immagine rubata alla realtà incorniciava la parola. Era la lezione del neorealismo applicata al piccolo schermo: un modo di fare televisione che condivideva con Nanni Loy, comunista come lui. Fu il periodo d’oro della televisione italiana, oggi riproposto ad libitum dai canali tematici e da programmi come Techetecheté, appunto. Tutto questo nonostante vigesse una censura severissima e troppi argomenti, sesso e religione in primis, fossero rigorosamente tabù. Come è noto, la necessità aguzza l’ingegno.
 

 

Alla fine degli anni Sessanta Gregoretti aderì al PCI – è il periodo di film come Apollon: una fabbrica occupata (1969) e Il contratto (1970), che hanno il merito di mostrare le lotte operaie – e fu presidente dell’Associazione Italiana Autori Cinematografici. Ricordo che una volta lo intervistai nella sede della Unitelefilm, la casa di produzione romana legata al Partito. Non ricordo le mie domande, anche perché sono passati quasi venticinque anni: probabilmente gli chiesi dei suoi innovativi sceneggiati, che rifacevano i classici popolari dell’Ottocento (Dickens, Salgari) secondo un preciso progetto pedagogico, ma strizzando l’occhio al presente.

 

Era molto vanitoso – indimenticabile la sua voce chioccia, nasale, e l’espressione un po’ beffarda – ma la sua era una vanità scoperta, che si perdonava all’istante: anche perché era sempre lieve, spiritoso, forse col rimorso di non avere fatto almeno un film memorabile. Ma le sue migliori opere televisive sono destinate a restare, come testimonianza di un momento, oggi rimpianto, della nostra Storia.

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