Visioni

China MiévilleI, La fine di tutte le cose

Che i generi appartenenti al campo del “non realistico” – fantascienza, horror, fantasy, e così via – stiano godendo di una generale riabilitazione è cosa nota. Così com’è altrettanto risaputo che quegli stessi generi godono oggi di straordinaria salute: sotto la generica etichetta del weird prolifera un’incredibile vitalità che a poco a poco finalmente emerge alla luce. Quello che, almeno in Italia, non è invece ancora abbastanza noto, è che questo terreno così fertile ha generato da una decina d’anni uno scrittore poderoso e importante: China Miéville, inglese, nato nel 1972. In Italia lo pubblica Fanucci, e ha già all’attivo nove romanzi su cui è molto difficile imporre una catalogazione di genere: alfiere dell’urban fantasy, sì, ma di quel new fantasy contemporaneo che da anni si propone (con successo) di riformulare radicalmente i canoni del genere irrigiditi sul modello tolkieniano; autore fantascientifico, ma dotato di una superba capacità stilistica; inventivo e visionario, eppure rigoroso militante politico trotskista e no-global; giallista e horror alla bisogna, ma dotato di vastissima strumentazione culturale e teorica; scrittore capace di scrupoloso realismo e allo stesso tempo costruttore di vaste metafore sociopolitiche. 

 

Basterebbe, per farsi un’idea della ricchezza dell’immaginario di Miéville, fare uno slalom fra le trame dei suoi romanzi. La città & la città: un noir a tutti gli effetti, con tanto di protagonista poliziotto e ragazza morta, ma surreale e metafisico, ambientato in una metropoli in cui convivono, negli stessi luoghi e nella forzata ignoranza reciproca, le due città di Beszél e Ul Qoma (da questo romanzo è già stata tratta una miniserie della BBC2, andata in onda in aprile 2018). Un regno in ombra, suo romanzo d’esordio, dove a una Londra mefitica e criminale viene contrapposta una Londra speculare e fantastica, abitata da creature leggendarie, dal pifferaio magico di Hamelin a Loplop, il re degli uccelli inventato dal pittore surrealista Max Ernst. Perdido Street Station, ambientata nella megalopoli di New Crobuzon – un po’ Londra un po’ Il Cairo – un luogo dove magia e scienza sono continuamente intrecciate e si aggirano inquietanti creature mediatiche chiamate Falene, e dove si scatena a un certo punto nientemeno che una rivoluzione. La città delle navi, dove il governo è composto da vampiri che infliggono alla popolazione urbana il versamento di un’accisa del proprio sangue. Tutte costruzioni tenute insieme da una struttura solida e ricchissima, la cui metafisica – come ogni vera intenzione filosofica – trabocca di realismo. Proprio per questo in Miéville l’intento romanzesco non viene mai schiacciato dall’allegoria: è uno dei pochi scrittori oggi capace non solo di sviluppare trame, ma di costruire visioni. 

 

Secondo una distonia temporale (ma meglio tardi che mai) esce ora per Fanucci, a distanza di nove anni dalla sua pubblicazione inglese, uno dei più vulcanici romanzi di Miéville: Kraken. An anatomy (inspiegabilmente col titolo italiano La fine di tutte le cose). Si tratta di una grande commedia intorno a questo animale mitologico fatto di leggenda, una satira menippea intorno a una figura situata nella forbice tra l’iconografia graphic-novel e cinematografica più pop e le grandi operazioni allegoriche di matrice biblica, da Melville in giù. 

 

 

L’episodio scatenante è la misteriosa scomparsa di un raro esemplare di calamaro gigante dal Darwin Centre di Londra. Protagonista, secondo il canonico sviluppo del romanzo di avventure, è Billy, giovanissimo nerd molto sveglio. La scomparsa del calamaro fa scattare un meccanismo giallistico di thrilling che procede per vorticosa espansione, allargando progressivamente a dismisura le implicazioni immaginifiche, così che il giallo dilaga inaspettatamente in un urban fantasy esuberante e spericolato. In una Londra cupa e underground, dove la figura del mago e quella dell’hacker si confondono e gli spiriti maligni si muovono in taxi, si dipana una guerriglia urbana fra culti religiosi. Sette millenaristiche, dèi minori, stregoni, mistici, negromanti, lemuri, esseri totemici e paradossali scatenano una battaglia interna in attesa di una misteriosa apocalisse. Una suburra fantasmagorica e selvaggia, un purgatorio pagano traboccante di idoli, entità e inclassificabili animali notturni, dove la magia si mescola alla cibernetica, lo sciamanismo alla patologia, il fantasy con il cyber punk, in una scorribanda senza appigli dove si crede a tutto e non si crede a niente, ma ci si rifà gli occhi, si modifica e si altera incessantemente l’immagine del mondo. O, se non altro, quella di Londra: una città dove «il potere di qualsiasi oggetto deriva dalla sua potenza metaforica»: 

 

«Londra era piena di dèi dissidenti. Perché? Ecco, dovevano vivere da qualche parte. Una città che viveva nella sua vita ultraterrena. Perché no? Naturalmente, quegli dèi erano dappertutto. Parassiti teurgici, quelli adorati un tempo o ancora adorati in segreto, quelli parzialmente adorati, quelli che generavano paura e risentimento, divinità meschine: infettavano ogni dannato posto. Gli ecosistemi della divinità sono fecondi perché non c’è niente e nessun posto che non possa generare il tipo di reverenza di cui si nutrono. E solo perché gli angeli mantengono i loro antichi posti e ogni pietra, pacchetto di sigarette, tor e città ha le sue divinità, questo non significa che Londra non abbia qualcosa di speciale. Le strade di Londra sono sinapsi predisposte per l’adorazione. Vai nella direzione giusta o in quella sbagliata lungo Tooting Bec e invocherai una cosa o l’altra. Puoi non essere interessato agli dèi di Londra, ma loro sono interessati a te. E dove vivono gli dèi ci son furfanti e denaro, e racket. Assassini devoti che vivono in case di accoglienza, gun-farmers e sedicenti razziatori. Una città di studiosi di streghe, di papi e di furfanti». 

 

Un mondo che sembra peraltro rispecchiare – in modo estremizzato e fantasmagorico – quanto di fatto già avviene nel panorama mondiale, dove il paesaggio religioso subisce in questi anni un fortissimo rimescolamento, e si assiste a una moltiplicazione incontrollata di nuovi culti e religioni. Al decorso delle grandi fedi tradizionali corrisponde oggi una flora incontrollabile di religioni tanto private quanto bizzarre (chi voglia farsene un’idea può sfogliare il recentissimo Catalogo delle religioni nuovissime di Graziano Graziani, ed. Quodlibet, 2018). Affacciandosi in questo tema, così poco frequentato dalla letteratura, Miéville si fa testimone di un mondo affamato di sensatezza, nevroticamente e violentemente irrazionalistico, all’interno di una sorta di nuovo medioevo suburbano. Anche di questo nuovo fenomeno in espansione – le nuove, inedite forme dell’irrazionalismo contemporaneo – il new fantasy di Miéville sembra offrire una riuscita possibilità di rappresentazione.  

 

In questi tempi in cui su qualsiasi ambizione letteraria grava il sospetto della seriosità, Miéville trova il suo modo di essere massimalista rimanendo pop: come i grandi scrittori fantastici dell’Ottocento, come un Villiers de l’Isle-Adam dei nostri giorni, Miéville si presenta come uno scrittore metafisico senza mai traccia di solennità. Come altri scrittori del suo genere, coltiva l’imperativo di allargare il più possibile lo spazio di sospensione dell’incredulità. E scusate se è poco: forse sono proprio queste le strade della sperimentazione di oggi. Michel Houllebecq, nel suo libro su Lovecraft, scriveva che «probabilmente, una volta dissipate le nebbie morbose delle avanguardie molli, il XX secolo rimarrà l’epoca d’oro della letteratura epica e fantastica. Ha già permesso l’emergere di [Robert E.] Howard, Lovecraft e Tolkien. Tre universi radicalmente differenti. Tre colonne di una letteratura del sogno tanta disprezzata dalla critica quanto osannata dal pubblico». 

Si aprono oggi nuove possibilità nell’esplorazione letteraria: la gerarchia dei generi, ultimo – si spera – gravoso rimasuglio dell’eredità tardo-crociana, finalmente sembra scomparire. Per la potenza immaginativa, l’esuberanza fantastica, il deragliamento da un’immagine rigorosamente ed esclusivamente realistica della letteratura, si apre forse finalmente una nuova libertà. 

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