Vittore Carpaccio, Il giudizio di Paride

Chissà perché all’Accademia Carrara, che è uno dei musei di media grandezza più belli d’Italia (e quindi del mondo), non avevo mai notato questo quadretto su tavola del Carpaccio. Non certo a causa delle sue esigue misure (13,2 x 27,6 cm), che lo denunciano come pannello di qualche oggetto o mobile, probabilmente “parte della decorazione di un piccolo scrigno che doveva includere lateralmente due tavolette … con le immagini di Giunone e Minerva”. Fatto sta che l’ultima volta che ci sono stato mi ha colpito già da lontano. La targhetta lo titola "Il giudizio di Paride", mentre altri, più assennatamente, anche Paride in un paesaggio, ma io tengo buono il primo, che è quello che ho visto quando mi sono avvicinato alla piccola opera, trascurando per una volta la più grande e nota Nascita di Maria, dello stesso autore, sulla quale pure ci sarebbe parecchio da dire, a cominciare dalla postura della puerpera, sant'Anna.

Il tema è importante e trattato da molti artisti grandi e piccoli che vi hanno visto anche una bella occasione di sfoggiare la loro abilità nella rappresentazione del nudo femminile in triplice copia, ognuna perfetta, secondo i canoni di bellezza delle loro rispettive epoche e società, andando al contempo incontro al pizzicore voyeuristico del pubblico, in prevalenza maschile, e cercando di stimolare anche le sue conoscenze classiche e una variegata congerie di possibili interpretazioni morali, allegoriche, mitologiche e di semplici gradevoli chiacchiere che non vedo perché negarsi; 

 

 

 

anche se alcuni, come Botticelli e un maestro fiorentino della prima metà del ‘400, hanno scelto rappresentazioni più decorose, neoplatoniche, forse per non incorrere nella punizione di questa o quella delle dee, notoriamente piuttosto gelose delle proprie nudità, e implacabili nella vendetta sugli sfortunati che per caso maligno le avessero sorprese, eccetto Venere naturalmente, che ama sfoggiarla, professione di dea dell’amore a parte. 

 

 

 

Generalmente la scena è affollata, perché oltre alle tre dee e a Mercurio, e all’immancabile rompiscatole Eros con arco e freccia già innescata per essere scoccata, non mancano altre presenze umane e animali.  

Le dee sono rappresentate nelle più varie posture, e il giovane principe da pastore arcadico, o selvatico qual era, può tramutarsi in guerriero armato e rivestito di corazza da capo a piedi, o in giovanotto nerboruto con solo un panno a coprire le pudenda, chissà se eccitate al cospetto di tanta bellezza, ignaro del fardello che la richiesta delle dee sta gettando sulle sue spalle e su quelle del suo popolo disgraziato, travestito da dono superbo, altrimenti inarrivabile e invidiabilissimo, che peraltro lui dovrà conquistarsi con una fuga precipitosa, come in un quadro di Tintoretto che la rappresenta, nella sua popolata convulsione, come un ratto vero e proprio.

 

 

 

 

Qui invece si vede unicamente questo damerino solitario nel paesaggio, con quello specchio d’acqua, che mi ha fatto venire in mente in un primo momento quello di Narciso, e tutti quegli alberelli che gli fanno corona, che invece, anche se c'entrano poco (ma le associazioni funzionano così), mi hanno richiamato quelli della foresta di San Giorgio e il drago di Altdorfer dell’Alte Pinakothek, e mi sono chiesto che cosa ci facesse lì. Mi sembrava così fuori luogo, vestito come un fighetto, con quella piuma vezzosa sul cappello, in una posa che, pure a prima vista, mi è sembrata da elegante gagà e poi invece come un atteggiamento quasi di difesa, di uno che è smarrito, non nello spazio, ma di fronte al mondo, al tempo, al futuro immediato che già intacca l’immediato presente, perché non sa come agire, né cosa lo aspetta, perché non è nemmeno in grado di pensarlo vagamente, di prefigurarne qualche scenario elementare, in qualche modo prevedibile, se non scontato, soddisfacente e con una via di fuga possibile, come quasi sempre nella realtà. Se non che qui si tratta di dee, non delle solite fiere o di altri predatori che un pastore, bene o male, deve saper affrontare negli aperti pascoli di regioni deserte.

 

Forse le dee gli hanno appena chiesto di giudicare e lui è indeciso non su chi scegliere, perché quello è facile, per quanto belle siano tutte, ma sulle conseguenze che gliene verranno per ciascuna che decidesse di premiare; o forse ha già scelto e sta pensando a quello che ha fatto come a un evento fortunato, al premio che Venere gli darà, senza il sospetto di come invece si sentiranno e cosa poi trameranno le due sconfitte, dee esse pure, e donne, permalose per nascita e rango, non abituate a essere messe in secondo piano, o anche solo un po’ oscurate, non importa se in un campo non di loro specifica pertinenza, cosa che però non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello, a loro, perché insomma per le donne, e massimamente le dee, come insinua l’eterno maschilismo che ovviamente respingo con incrollabile convinzione, la bellezza è sempre e comunque il loro campo di pertinenza, ci mancherebbe altro, e quando lo negano non ci crede nessuno, si tratta del più classico esempio di denegazione, la santissima verneinung freudiana che viene sempre buona in tutte le salse... Sta di fatto che Paride è lì, come sospeso. Magari è solo lusingato, fatuo com’è. Magari aspetta, gongolando, il suo premio, la bella Elena. Ma lì, solo, in mezzo a tutta quella natura, bella quanto lui, più di lui, il suo capo reclinato mi sembra meno quello di un giovane pensieroso, o piuttosto sognante, quanto quello di uno che, a dispetto di tutti i trionfi e le promesse del futuro, è già fin da ora, e per sempre, senza remissione, sconfitto.

(Sì, sì, d’accordo... ma prima avrà amato Elena, però.)

 

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