Yona Friedman e le utopie realizzabili

Come vivere con gli altri senza essere né servi né padroni

Andrea Bocco

 

Con Come vivere con gli altri senza essere né servi né padroni, Yona Friedman (Budapest 1923-), architetto e teorico politico naturalizzato francese, volle procedere alla “urgente e necessaria” divulgazione dell’avvento di ciò che chiama “mondo povero”, cioè un nuovo assetto conseguente alla dissoluzione delle grandi organizzazioni, all’esaurimento delle risorse, e all’impossibilità della comunicazione universale. Il testo, del 1973 e oggi edito per la prima volta in italiano da Elèuthera, argomenta le ragioni per cui Friedman ritiene evidente la prossima e probabilmente rapida transizione (e ritorno) a un’economia fondata su gruppi locali a piú basso livello di specializzazione, che adoperano tecnologie piú semplici, e quindi costituiscono micro-società piú resilienti. Questa opzione potrebbe essere scelta consapevolmente (anche come risposta efficiente a una crisi ecologica senza precedenti), e quindi gestendo, per quanto possibile, la transizione in modo morbido e civile; oppure avvenire per necessità quando la civiltà occidentale per come la conosciamo si affacci sul bordo del collasso.

 

Come vivere... costituisce uno dei tasselli della teoria friedmaniana della sopravvivenza (in un mondo che dispone di mezzi limitati) basata sull’auto-organizzazione e sulla minore vulnerabilità dei gruppi sociali locali diversificati, quasi autarchici, di dimensioni limitate (sulla base del principio del “gruppo critico” argomentato in Utopie realizzabili): in altri termini, una spiegazione “scientifica” e post-crisi ecologica della di gran lunga prevalente maniera tradizionale di organizzarsi dei gruppi umani nella storia. Non v’è alcuna nostalgia in questo: Friedman ritiene che la tendenza verso il “mondo povero” sia inevitabile e che si debba lavorare per prepararsi a sopravvivervi in modo civile e perché tali gruppi siano egualitari; anche poiché tecnologia e scienza avanzate non sarebbero incompatibili con un simile modello sociale.

A differenza di altri testi sullo stesso tema che scrisse nello stesso decennio, in Come vivere... Friedman scelse di esprimersi con disegni essenziali, estremamente semplificati, e da brevi testi a mo’ di didascalie. Questa scelta si può far risalire ai film di animazione aventi per soggetto favole africane, che realizzò tra 1960 e 1963, e alla sua prolungata frequentazione di discipline come la cibernetica e la teoria generale dei sistemi, capaci di svelare e rendere visibile la struttura matematica delle relazioni tra gli elementi dei sistemi.

 

Negli anni Sessanta, Friedman aveva infatti pubblicato La théorie des systèmes compréhensibles, e poi Les mécanismes urbains, dove indagava il processo di trasformazione delle città per mezzo di modelli matematici e utilizzava il disegno per rendere piú comprensibili concetti altrimenti astratti; a questi testi aveva fatto seguire il saggio Per un’architettura scientifica in cui proponeva un metodo sistematico di pianificazione degli ambienti di una casa da parte degli abitanti stessi, Il tema era comune ad autori contemporanei, tra cui Nikolaas John Habraken e Christopher Alexander, che condividevano la tendenza verso una ridefinizione del ruolo dell’architetto, che (“come professore di lingue straniere”, come nella felice metafora di Manuel Orazi) avrebbe dovuto trasformarsi per informare, con le sue competenze tecniche e attraverso strumenti di facile comprensione, le autonome scelte abitative dell’“utente”. Insieme a pochi altri autori, quali John F.C. Turner, Colin Ward, Bernard Rudofsky, Friedman è un convinto assertore non solo dell’autodeterminazione degli abitanti ma anche che essi siano gli unici a poter realmente risolvere i propri problemi.

 

Friedman afferma che nel quadro del movimento del maggio 1968 ripensò il metodo di comunicazione delle sue teorie e le modalità di interazione con il suo pubblico; rivisitò pertanto i contenuti di Per un’architettura scientifica per renderli comprensibili anche a un pubblico infantile. Nacque cosí Come vivere..., in un primo tempo diffuso nelle scuole primarie francesi grazie al sostegno economico del Ministero degli Affari Culturali. Il sostegno fu subito ritirato; mi pare di poter dire non solo per le sue posizioni politiche contro la grande organizzazione statale accentrata, particolarmente forte in Francia, ma forse ancor piú per le sue eresie economiche (preconizzazione della perdita d’importanza del denaro, ripresa della pratica del baratto, anch’esso peraltro contenuto poiché si può scambiare solo il surplus, vale a dire ciò che non è a monte indispensabile alla sopravvivenza di chi lo produce).

In seguito, Friedman ha continuato a impiegare l’argomentazione per immagini. Tra gli anni Settanta e Ottanta, parallelamente allo svolgimento di incarichi per l’UNESCO, Consiglio d’Europa e altre istituzioni, dedicò gran parte del tempo alla realizzazione di qualche centinaio di manuali finalizzati a trasmettere ai poveri informazioni su tecniche semplici di sopravvivenza. Lo scopo era restituire capacità di fare in campi di cui poteri politici e professionisti si erano impadroniti. Per Friedman, «Al giorno d’oggi (...) gli individui (...) sono separabili in due gruppi. Il gruppo degli esperti e il gruppo dei profani. (…) Come si può parlare di partecipazione, di responsabilità, anche di libertà se, in un gruppo, da un lato, si trovano degli specialisti e dall’altro degli individui sprovveduti? (…) Non è sufficiente richiamare il dialogo, (...), bisogna cominciare ad apprendere la regola del gioco». Queste considerazioni sono totalmente coerenti con quelle espresse da Illich riguardo all’esproprio istituzionalizzato dell’autonomia popolare. Ma per tornare a essere artefici del proprio destino, le persone non devono solo controllare le tecniche, ma a monte conoscere i “meccanismi” di funzionamento della società.

 

I due testi che nell’edizione italiana accompagnano l’opera originale – la prefazione di Manuel Orazi, forse il massimo studioso di Friedman, e la postfazione del curatore del libro, Franco Bunčuga, autore delle Conversazioni su architettura e libertà con Giancarlo De Carlo – mettono bene in luce le relazioni del pensiero di Friedman rispettivamente con quello di Martin Buber che egli non poté non incontrare durante gli anni della sua residenza in Israele, e con teorici anarchici e libertari quali Geddes, Kropotkin, Bookchin, Ragon; Bunčuga ricontestualizza le riflessioni di Friedman in temi attuali quali il federalismo di piccoli centri urbani, la decrescita e il controllo democratico delle reti informatiche. Questi due testi sono ancor piú preziosi in quanto Friedman non ha pressoché mai dichiarato quali siano state le fonti delle sue teorie né ha mai accettato di essere messo in relazione con alcun altro autore sia pur in evidente assonanza di idee e incrocio di traiettorie biografiche.

 

 

Tetti

Franco Bunčuga

 

Tra la grande mole di manuali prodotta da Yona Friedman molti dei quali purtroppo definitivamente dispersi o attualmente ancora difficilmente disponibili o consultabili spiccano per quantità e complessità quelli dedicati alle coperture degli edifici, ai ripari, in poche parole tutto ciò che questo volume unisce sotto la definizione inclusiva di Tetti. Anche se spesso di tetti veri e propri non si tratta, piuttosto di strutture orizzontali composte da forme e materiali le più varie e improbabili. Se Friedman rivolge una particolare attenzione a questi elementi costruttivi è perché tutte le parti di un edificio possono essere realizzate in autocostruzione con tecniche e materiali locali, senza particolari competenze tecniche, tranne spesso quelle che debbono rispondere alle maggiori sollecitazioni e dimostrarsi durevoli nel tempo: le strutture di copertura orizzontali, appunto. 

 

In particolar modo questi manuali sono stati pensati per favorire la partecipazione in progetti di auto-costruzione nei Paesi Terzo mondo, in gran parte prodotti per conto dell’Unesco a partire dagli anni Settanta e prodotti in un gran numero di copie in India per iniziativa dell’allora presidente Indira Gandhi come strumento di sviluppo nelle aree rurali più povere. Risultato finale di queste iniziative fu l’istituzione del Museum of Simple Technology, una delle grandi iniziative sociali promosse da Yona Friedman nell’allora Madras negli anni Ottanta. Il museo stesso, costruito da maestranze locali sotto la direzione di Friedman, sperimenterà per l’occasione una copertura in cupole in struttura di bambù. L’obiettivo di questi manuali non era fornire tavole di progetto da eseguire, ma suggestioni, metodi, pratiche da sperimentare e modificare in loco, secondo le esigenze del momento. Soprattutto ingenerare l’attività partecipata di autocostruzione e di autogestione comunitaria.

 

Il modello di questi e di tutti i manuali che seguiranno, a volte come semplici fogli ciclostilati o riprodotti a mano, anche su lavagne, a supporto della pratica di auto-costruzione è il testo Comment vivre entre les autres sans être chef et sans être esclave? apparso nel 1974 che vuole essere un po’ ‘la versione a fumetti’ – come lui stesso lo definisce di Utopies réalisables apparso negli stessi anni. Questi primi schemi e disegni verranno utilizzati nel processo di progettazione partecipata in occasione della realizzazione del Lycée Bergson ad Angers, in Francia, unica architettura pienamente realizzata da Friedman e diventeranno da quel momento in poi il suo principale strumento operativo. 

 

La prima raccolta organica dei manuali relativi alla realizzazione di coperture risale al 1991, in due volumi editi a Parigi per conto dell’UNESCO: Roofs part 1 e Roofs part2. Local materials, simple technology, sophisticated ideas, Manuals for self-help buildings, Collections “Etabilissements humains et environnement socio-culturel”, e a questa edizione fa riferimento il curatore Andrea Bocco, con piccole aggiunte e modifiche. Il commento finale al testo che il curatore redige insieme a Laura Trovato, oltre ad adempiere pienamente a una doverosa contestualizzazione dei manuali e alla loro genesi storica, acquista a mio avviso un particolare pregio dal fatto che Andrea Bocco non sia prevalentemente uno storico, ma che insegni Tecnologia dell’Architettura al Politecnico di Torino, e soprattutto che abbia sperimentato molte delle strutture proposte da Friedman nei suoi seminari con gli studenti, realizzandole in laboratorio. Non sempre, ammette, confermandone la realizzabilità: molti dei disegni di Friedman non erano mai prima stati verificati realmente dal punto di vista statico e dei materiali. Bocco dalla mancanza di verifica strutturale di alcune proposte di Friedman non trae una critica o tanto meno una condanna all’utilizzo possibile degli schemi grafici, ma ricorda che l’enorme produzione di disegni e strutture attraverso manuali capillarmente distribuiti voleva soprattutto fungere da veicolo di promozione delle tecniche di autoprogettazione. Tecnica collettiva che ha sempre cercato di promuovere in sintonia con l’idea di convivialità perseguita dal suo grande ‘compagno segreto Ivan Ilich’, come lo definisce Bocco, di cui in quegli anni era divenuto amico. Ilich credeva fermamente che l’architettura potesse essere strumento conviviale per eccellenza e soprattutto potente strumento di partecipazione sociale e generatore di comunità. Idea che affonda nella tradizione di pianificazione libertaria che risale alle teorizzazioni dei geografi anarchici Petr Kropotkin ed Eliseo Reclus, via Geddes, Patrick Mumford e tanti altri il cui pensiero Friedman molto probabilmente aveva conosciuto nei suoi anni di permanenza in Israele attraverso alcuni esponenti del Movimento per la Città Giardino che operavano a Tel Aviv. Yona Friedman nei suoi scritti non cita mai nessuno né allega note o biografie che ci diano l’indizio di qualche influenza, e anche quando stimolato, nega qualsiasi contatto con altre esperienze o idee, ma innegabilmente in quegli anni condivideva un clima culturale che avvicina il suo percorso ad architetti quali Christopher Alexander, Enzo Mari, Viktor Papanek e soprattutto Bernard Rudowsky, come ci ricorda Bocco, e, aggiungo, lo pone in sintonia con architetti e militanti anarchici attivi nel secondo dopo-guerra quali Andrea De Carlo in Italia e Michel Ragon in Francia con i quali ebbe stretti rapporti. 

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