Mimmo Gangemi. Il prezzo della carne

24 Gennaio 2015

Tre estorsioni, un sequestro, l’onorata società e un omicidio sospeso fra le righe di una narrazione densa e lucidissima, esatta e neoclassica. Una penna verista e l’intensità ematica di un romanzo criminale e pedemontano, il rigore e lo straniamento per una materia mafiosa più ermetica, ma non meno espressiva di quelle già vagliate in termini letterari. Il prezzo della carne di Mimmo Gangemi è la riscrittura di Un anno d’Aspromonte, pubblicato nel 1995: l’omaggio dell’autore alla casa editrice del suo esordio, la Rubbettino, e insieme la prova di una tecnica narrativa maturata e oggi più focale: una prova d’affetto che lo scrittore deve al suo primo romanzo, cresciuto fino alla maggiore età.

 

Ragioni spaziotemporali non ci permetteranno collazioni né altri scrupoli filologici, ma intanto il tempo del racconto non è cambiato e s’installa nei primi anni Novanta con i suoi telefoni “portatili”, le insegne esagerate e sempre accese, Tangentopoli e i rapimenti di persona (figli d’imprenditori) all’ordine del giorno in apertura di notiziari. Sulla minore e già accennata frequenza scrittoria della ‘ndrangheta rispetto alle altre associazioni mafiose, la sua nomenclatura è riducibile in pochissimi termini anche nel libro, così recondita eppure palese, declinata nei suoi riflessi di onorata società, locale e coesa, silenziata e compromissoria. C’è infatti nel romanzo l’intero campionario della vita di piazza stratificata nelle cortesie, nei saluti formali e tutta quella ritualità vetero-gentilizia di codici d’onore: l’apparenza delle cose che invece nasconde, anzi, intorbida il vero prezzo della carne e il seme più efferato della “nuova” criminalità organizzata. Gangemi coglie ogni rifrazione e la sua resa è perfetta perché non ha le urgenze del romanzo giallo, ma prende invece il respiro e riposa il lettore con le diagnosi dei personaggi, le descrizioni naturali, i momenti di vita campestre.

 

L’autore irradia una trama di crimini e omertà per contrasto, partendo da tre telefonate estorsive, identiche nei modi e diverse nelle reazioni delle tre vittime: Gino Parisi, Pasquale Sergi e Don Ciccio Aversa. Depositari di vitalità quasi resistenti fra loro, saranno presentati separatamente nei capitoli successivi: un rispettabile ingegnere cresciuto al soldo del cemento armato, ma senza santi in paradiso; un arricchito di ritorno che, con tutte le sue trascuranze, ostenta lusso e soldi, tronfio delle invidie che consacrano la sua grandezza di riscatto; uno “sporco di lingua” dalla vita sdoppiata, «come tocca a chi è figlio di lunga fame e di faticoso benessere, in bilico tra il malandrino e l’uomo nuovo». Ci sono le tre vittime (iniziali) e i quattro estorsori, gli orfani, i cristianoni, collocati invece insieme in una specie di chiasmo figurativo: il capo carismatico, la mina vagante, il braccio esecutore e il “debole”, anzi, la spalla riflessiva, seguendo un cliché già trito ma inevitabile per lo svolgersi del racconto. C’è anche una coralità di personaggi trasversali e maestrie descrittive (ad esempio il professore Scordo) e ci sono i Barrese più centrali nel racconto: Mico «si teneva a mezzo tra onorata società e ‘ndrangheta, a parole era rigido nel codice d’onore, un custode delle regole, nei fatti aveva la spregiudicatezza sanguinaria dei nuovi tempi» (p. 29). Di giorno affabile galantuomo, di notte bandito; il terribile fratello invece, Vestiano ‘nimali, feroce e primitivo. Infine, e quasi per antitesi, don Rosario, l’anziano capobastone di una locale quasi dissolta, l’orma trasversale fra onorata società e ‘ndrangheta, prigioniero di un personaggio e chiamato, suo malgrado, a rinverdire l’antica gloria del padrino. Le sue idiosincrasie e quelle di Gino Parisi, «pentito di non essersi rivolto a don Rosario, che aveva ragionevolezza e un qualche senso di giustizia, benché distorto e insano» (p. 146), sono le migliori introspettive del romanzo, e le dolcissime pagine di dedica allo sfortunato Peppuccio di don Michele prepareranno Gino a diventare l’ultimo protagonista del libro, il prezzo più umano della carne.

 

Senza essere un noir puro, Il prezzo della carne ha un plot narrativo molto efficace in termini di suspence o risvolti inattesi, con un primo focus a metà racconto, soluzioni filmiche a panoramica (esemplare il volo d’uccello su tutti i protagonisti dopo l’incendio di un’auto, «eterno braccio di ferro tra miseria e paura», p. 79) e una nuova parte più lirica e sinusoidale fino all’epilogo. Non faremo sgradite sinossi, ma parleremo ancora di doppie facce e omertà civili, cristianità sciorinate e arretratezze latenti (specie dei calabresi emigrati nelle grandi città industriali), di chi si prodiga in carità esibite e chi “bussa con i piedi”, di ominità e di quell’onore “appiccicato alle femmine”, mogli rassegnate, cagioni di ludibrio. Sono le chiavi de Il prezzo della carne, e proprio “la carne” è un accento fra le labbra dei Barrese («Non consideri questa carne»; «Ascolta questa carne»; «Da qui in avanti decide questa carne») come per tutte le bocche, i proverbi e le metafore contadine. Il calco di Giovanni Verga è ancora una base imperativa per tutta la letteratura meridionale di denuncia sociale: così per Gangemi scrittore metodista, capillare e sistematico, fatale e naturalista.

 

C’è un crocefisso, quello di Zervò, a simbolo della montagna dei sequestri, e c’è un foro di proiettile nel costato di Cristo: «Non era il caso di affidarsi alla legge, non ingeriva, aveva deciso l'Aspromonte zona franca, da lasciare in abbandono. Né agli uomini d'onore, non in grado di garantire neppure loro stessi, insidiati dalle nuove orde sanguinarie» (p. 134). Fra contrasti e sfumature, calchi e simbolismi, Il prezzo della carne è come un fiore bianco, posato sulla tomba della vittima da chi vuole rivendicare l’uccisione o rivelarne l’estraneità. Così recondito, così tragico.

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