Speciale

Octavio Paz Meridiano

14 Gennaio 2026

Un volume dei “Meridiani”, quasi sempre, è un’impresa corale. Come questo che è di recente uscito, dedicato al poeta e saggista messicano Octavio Paz, premio Nobel nel 1990 (Mondadori, 2025). Ma il coro di traduttori ed esegeti questa volta era guidato da un maestro che, prima che l’opera fosse portata editorialmente a termine e vedesse la luce, ha dovuto mettersi da parte, e tristemente abbandonare la scrittura e la vita. Ernesto Franco, narratore, poeta e per molti anni editor di Einaudi, non solo ha voluto e progettato questo “Meridiano” dedicato a Paz, ma soprattutto ha seguito per lunghi anni le stazioni diverse del cammino saggistico e poetico dello scrittore. E ha tradotto le diverse stazioni di una poesia assai feconda – per variabilità di forme e di modi – e di grande respiro, in un mondo letterario come quello ispano-americano, che a sua volta ha un’efflorescenza di esperienze formali e di poetiche spesso trascurata nella regione delle lettere italiane.

Del grandissimo rilievo e della poliedrica e sempre stimolante presenza che Octavio Paz aveva avuto nella cultura delle Americhe mi resi conto quando, vent’anni fa (il poeta era scomparso da pochi anni) fui invitato in Messico, insieme a una ventina di scrittori di diversi Paesi, alcuni dei quali latino-americani, per una settimana di pubbliche letture itineranti presso teatri e università (giornate di affabile vita in comune, con trasferimenti in aereo o in autobus). Mi accorsi presto che frequenti erano da parte degli scrittori latino-americani presenti nel gruppo – tra questi Alvaro Mutis, Ida Vitale, Elena Poniatowska – i riferimenti a Octavo Paz, all’amicizia con lui, alla partecipazione alle sue diverse riviste, all’attenzione e protezione ricevute da lui in anni di esilio e di difficoltà. Insomma, mi accorsi presto che il grande assente, e nume tutelare, dei nostri incontri era Octavio Paz.

Venendo a questo “Meridiano” a lui dedicato, la traduzione del  corpus poetico, molto esteso, è opera di Ernesto Franco, che già aveva pubblicato presso Garzanti nel 1992 la bellissima e già cospicua antologia dal titolo Il fuoco di ogni giorno. E aveva anche tradotto diversi scritti, compreso, nel 1991, per il Melangolo, il noto saggio L’Arco e la Lira (del 1956), uno scritto che si interroga con passione e intelligenza argomentativa sulla poesia, sulla sua essenza, sulle sue relazioni con il sapere e la prassi politica, in dialogo con il saggio precedente, Il labirinto della solitudine (del 1950).

La traduzione poetica di Ernesto Franco ha una misura di limpida corrispondenza, di tersa specularità nei confronti del testo in lingua spagnola: insieme è elegante e adeguata a ogni minimo sommovimento dell’originale, preservandone ritmi e modi.

Il saggio introduttivo e la cronologia che aprono il “Meridiano” sono di Massimo Rizzante, le traduzioni delle prose sono a cura di Ilide Carmignani, Glauco Felici, Fulvia Bardelli, Michela Finassi e dello stesso Ernesto Franco. Riferendo che i commenti e la bibliografia sono di Federica Rocco e Rocío Luque completiamo tutte le indicazioni editoriali.

Come dire in poche righe di un classico del Novecento e insieme di un’opera polifonica come un “Meridiano” che gli è dedicato?

La bella e animata introduzione di Massimo Rizzante disegna del poeta messicano un ritratto poetico-politico, unendo con finezza il dato biografico con le arcate forti che, mentre sostengono un pensiero, sono il respiro stesso della poesia. Una lettura, quella di Rizzante, condotta sull’onda delle interrogazioni che salgono, spesso amaramente, dalla nostra epoca.

Come un pensiero della poesia, dell’eros, della politica si fanno scrittura, invenzione formale, ritmo dell’immagine?  Leggendo le pagine introduttive di Rizzante possiamo trovare alcune risposte a questa domanda.

Ma sostiamo un momento sulla poesia, il cui itinerario sorprende per come allo stesso tempo esso moduli alcuni ricorrenti motivi e inventi, ogni volta, nuove forme, anche metriche, del dire poetico:   da Libertad bajo palabra, del 1949, a Piedra de sol, del 1957, da Salamandra, del 1962, a Blanco, del 1967, da Vuelta, del 1976 (titolo anche di una delle più rilevanti riviste fondate e dirette dal poeta), a Árbol adentro, del 1987, per giungere fino all’ultima stagione, quando si fanno frequenti le traduzioni, le imitazioni, ma anche i “ritorni” a città e figure della propria avventurosa vita. Si tratta di un cammino poetico che mi sembra abbia avuto una sola, grandissima, produttiva ossessione, una sola impresa inventiva: dire del corpo, dei corpi – corpi vegetali, animali, umani, celesti – cogliendo in essi il desiderio, o tensione vitale, che li costituisce, e allo stesso tempo vivere la lingua che li nomina e accoglie e interroga ed esplora come un corpo, essa stessa un corpo. Perché fisico è il visibile e fisico è il dicibile. Per questo nella poesia di Paz le sillabe hanno una loro vita, anche se separate dalla parola, e le piante sono eloquenti (la più bella poesia sull’agave – “verde lezione di geometria” – che io conosca appartiene a questo repertorio), le pietre raccontano (le pietre di culture precolombiane, tra le altre), i cieli narrano, ogni corpo scrive e pronuncia la sua storia, ha la sua lingua, è un paese e un labirinto. Per questo la convinzione che ha sempre guidato il ricercare di Paz è stata la necessità, declinata sin dai primi saggi, di tenere insieme solitudine e comunione (soledad y comunión), singolarità del corpo e alterità. È la posizione di Camus, il suo solitaire-solidaire, che ha attratto Paz, più che l’engagement di Sartre. Con l’aggiunta di una percezione, lungo gli anni sempre più nitida, che cioè siamo fatti anche degli altri corpi: “los otros todos que nosotros somos” (“gli altri tutti che noi siamo”), dice un suo verso  di Piedra de sol (il verso mi fa venire in mente una sorta di assioma poetico-politico che diceva un mio compianto amico poeta, Giancarlo Majorino, “siamo corpi di corpi”). E a sua volta, ogni singolo corpo è un universo: “Il corpo è infinito e melodia”, dice un verso di Paz che chiude la poesia Mezzogiorno.

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L’eros, di cui la scrittura poetica di Paz è come una pensosa, inventiva, costante fenomenologia, si inscrive in questa contiguità dei corpi con la natura, con tutti i suoi elementi. Un eros che, riferito al corpo femminile, è accompagnato da una certa baudelairiana “leggerezza” o “elevazione”, fondata sul riconoscimento forte della presenza dell’altra.

Muovendo, nelle prime stazioni poetiche, da Góngora e da Quevedo, Paz è consapevole che l’immaginazione deve avere nel pensiero la sua anima e il pensiero deve avere nell’invenzione la sua lingua. Per questo egli si accosta alle avanguardie – nel soggiorno parigino è amico di Breton – con forte curiosità, ma presto se ne allontana.

Il cuore della sua poetica mi sembra un uso particolare della analogia, ma si tratta di un’analogia che abolisce il come, e così anche la proporzione, sceglie cioè la comunione e la sovrapposizione tra due elementi, così che i corpi e tutte le forme della natura sono osservati come contigui e in profonda relazione tra di essi. E quel che accade nello spazio, dove il qui e l’altrove si toccano, accade anche sull’asse del tempo, dove l’altrove è presenza viva e pulsante. Ne deriva una sorta di fluttuazione che si congiunge con l’idea che il soggetto è abitato dagli altri, è costituito dalla presenza degli altri. Il che comporta una costante denuncia delle insidie dell’identità, identità di soggetto, di cultura, di patria (potrei rinviare, su questo, alle pagine dello “speciale” Un verso dedicate a una poesia di Paz: Doppiozero, 27 novembre 2025).

C’è poi – in costante dialogo con il poeta – il saggista, politico e diplomatico Paz, di cui in questo “Meridiano” la scelta delle prose dà un misurato ed efficace esempio.

Il cammino politico di Paz muove da un comunismo, con qualche giovanile indugio staliniano, presto superato (a differenza di quel che accadde a Neruda), verso un socialismo in cui democrazia e libertà possano essere coniugate. E questo, secondo una linea, opportunamente richiamata nell’introduzione a questo “Meridiano”, che passa da una triade: Montesquieu, Tocqueville, Marx. C’è, in questo cammino politico, la forte decisione di Paz, nel 1968, di dimettersi da ambasciatore, per protestare contro la violentissima e sanguinosa repressione del movimento degli studenti (il massacro di Tlatelolco, del 2 ottobre).

La vicenda politica, con i vari incarichi diplomatici avuti e i trasferimenti, non ha mai attenuato nello scrittore le attenzioni e le cure per i suoi classici, come Quevedo, Sor Juana Inés de la Cruz, il giapponese Bashō, Baudelaire, Ortega y Gasset, ma anche per i contemporanei come Lorca, Machado, Valéry. O Pessoa e Pasternak. Non è mai venuta meno la sua passione per lo studio delle culture precolombiane e per i soggiorni nelle grandi città del mondo, alla ricerca delle loro fantasmagorie e delle loro contraddizioni.

Un cammino, quello di Paz, che ha saputo dare accoglienza a una pluralità di voci e di storie, conservando, mi sembra, una cura interiore, la cura e l’intimità, per dirla con Valéry, propria di un mistico senza Dio, di un “mystique sans Dieu”.

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Gianni Montieri, Octavio Paz: biografia di un poeta

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