Uguaglianza
Fair-play, inclusione, comprensione, determinazione, uguaglianza, rispetto, pace, fratellanza, coraggio, ispirazione, solidarietà: ogni sabato il testo di uno degli undici podcast sui valori olimpici e paraolimpici realizzati da Doppiozero per BAM, con la collaborazione di Malagola, ascoltabili su Spotify.
L’uguaglianza è un’invenzione. Nessuna cosa del mondo reale è uguale a nessun’altra: non i gemelli omozigoti, né i fili d’erba, tantomeno le nuvole, due gocce d’acqua o le gambe di una stessa persona. E i telefoni dello stesso modello? All’apparenza si assomigliano, ma forse uno funziona e l’altro no. Certe cose reali, per esempio le merci prodotte in serie, a prima vista sono indistinguibili, ma se avessimo a disposizione una lente, una bilancia, una vita intera per misurarle sarebbe evidente che no: sono quasi uguali, ma non esattamente uguali. Non invecchiano nello stesso modo, non occupano lo stesso posto, se fanno un suono non è proprio lo stesso suono. Se si parla della vita organica, a dimostrare la disuguaglianza bastano le panoramiche dei dottori sui denti, le impronte digitali e il DNA, le spore, gli scheletri, le aperture alari e le scaglie infinite. Volendo andare a fondo della questione, è facile ammettere che l’uguaglianza esiste solo nella mente di chi la evoca, come ideale: una cosa uguale a un’altra si riesce a immaginarla, ma non c’è. Dell’uguaglianza si può fantasticare come del drago, il tappeto volante e l’infinito. A differenza di questi tre luoghi dell’immaginazione, però, c’è qualcosa di concreto che si può fare, una volta inventata l’uguaglianza, per darle l’aspetto di una cosa vera?
I due modi fondamentali per produrre l’uguaglianza li ha schematizzati bene Aristotele prima ancora che l’uguaglianza avesse nella cultura occidentale qualsiasi significato sociale, religioso o politico:
- Se vuoi ottenere l’uguaglianza devi dare agli uguali qualcosa di uguale.
- Se vuoi ottenere l’uguaglianza devi dare ai disuguali qualcosa di disuguale.
Il distinguo si spiega perché il mondo, appunto, è un posto dove le cose si assomigliano senza corrispondersi, altrimenti basterebbe l’uguaglianza aritmetica, quella per cui si danno a tutti due mele, o tre baci, o lo stesso reddito di cittadinanza. Ed è fatta. Invece no, il mondo è imperfetto e diseguale, quindi le ricette per l’uguaglianza sono due: se parti da una mela te ne basta una, se ne hai sette bisogna trovare qualcuno per fartene posare cinque nel cestino.
Per capire più nel concreto come si può fare per portare quaggiù l’uguaglianza si osservi l’inizio di una competizione di atletica, in particolare i 400 metri a ostacoli.
Prendiamo una gara femminile, una a caso di quelle già viste, che ora si sovrappongono nella mente rimandandoci indietro una visione di terra rossa zebrata dalle otto corsie della pista, rinchiuse in un perfetto ovale. Le atlete stanno per partire, ben sfalsate sulla partenza in curva. Sono concentrate e perse nei loro riti invisibili. Tra poco il giudice di partenza urlerà: “ai vostri posti!”, ed ecco che si assesteranno sui blocchi di partenza, e dopo: “pronti!”, la posizione di ciascuna sportiva per un istante si frizzerà. Poi il colpo di pistola e subito dopo il lancio nel vuoto della corsa...
Adesso riavvolgiamo un attimo la sequenza e giochiamo al gioco degli alieni o dei bambini: domandiamoci di ogni circostanza il perché.
Perché ciascuna atleta parte da una posizione diversa? Perché altrimenti le concorrenti non percorrerebbero la stessa distanza di 400 metri. La pista è disuguale, si piega, le corsie più larghe sono ovali maggiori. Se le atlete fossero tutte in fila, quella sulla prima corsia correrebbe 400 metri, ma la seconda 407,038, la terza 414,704, fino all’ottava che si sfiaterebbe ingiustamente per 453,032 metri (ingiusto e disuguale!). Ognuna è lontana dall’altra 7,038 metri esatti – per ottenere questo numero qualcuno ha pensato pure di contare che la prima corsia è un po’ più stretta, infatti ha un bordino in rilievo su cui è meglio non appoggiarsi correndo, o si sbanderebbe. L’atleta che parte più avanti non è avvantaggiata: per decidere chi parte in quale posizione si sorteggia. È giusto trattare i disuguali in maniera disuguale.
Perché c’è stato un sorteggio? Che differenza fa? Correre in prima corsia o in ottava non è lo stesso: nella prima devi curvare di più. Nell’ottava le svolte sono morbide, ma sei davanti, non puoi vedere le altre, mentre avanzi non hai riferimenti. Quindi alla fine correre in mezzo è la più grande fortuna e affinché questa fortuna possa toccare a tutte con uguale probabilità non si è scoperto niente di meglio di un sorteggio. Infatti, è giusto trattare i disuguali in maniera disuguale.
E perché le atlete si appoggiano su quegli oggetti ferrosi e dentati che in qualche modo si agganciano alle loro scarpe? La corsa esiste dall’antichità, i blocchi di partenza ci sono solo dal 1948, dalle Olimpiadi di Londra di quell’anno: li aveva brevettati intorno al 1929 un professore di ginnastica testardo, un americano di nome George T. Bresnahan. Si era accorto che i suoi atleti, se partivano rannicchiati a terra facendo leva su quei due gradini rovesciati, guadagnavano sui 100 metri quasi 34 millesimi di secondo. Prima del 1948 la partenza era un gesto più diseguale di ora: ciascuno poteva usare i suoi arnesi personali per darsi la spinta. Certo dovevano essere rigidi, non potevano rovinare la pista, ma chi poteva assicurare che diversi blocchi di partenza non rendessero diseguale lo scatto? Adesso le atlete sono uguali, ed è giusto trattare le uguali in maniera uguale.
E perché le urla? Perché una pistola? Un occhio normale non se ne accorge, ma non tutte le partenze si equivalgono. Quella vietata si chiama falsa partenza e consiste nel partire qualche decimo di secondo prima dello sparo. Se i nervi di un’atleta la tradiranno e lei oggi brucerà la partenza, sarà espulsa dalla gara. I giudici servono a questo: sono i massimi esperti della disuguaglianza, a volte la sanno vedere, di certo la riconoscono in cuffia. Le atlete sono uguali sul filo dell’urlo, i tre comandi arrivano identici alle loro orecchie e allora è giusto trattare le persone uguali in maniera uguale.

Se le mettiamo in fila, le ingegnose trovate di persone distanti secoli, fanno il regolamento di gara della corsa dei 400 metri a ostacoli, ma soprattutto sono strategie per portare l’uguaglianza nel mondo corrente in cui ogni molecola è diseguale. Ci sono voluti migliaia di anni, intelligenza, materiali avanzati, regole sofisticate per espellere da un singolo momento della vita sportiva il massimo numero possibile di diseguaglianze. L’invenzione dell’uguaglianza richiede un enorme lavoro che non finisce mai.
Tra due secoli si saranno aggiunte delle regole, nuovi piani della realtà verranno considerati per espandere l’invenzione dell’uguaglianza e portarla sulla terra del campo. Faccio degli esempi senza avere la scienza: il colpo di pistola sarà equidistante dalle orecchie delle atlete? Come si potrà trattare il vantaggio psicologico di partire dietro le altre e poi superarle? Non sarà meglio omologare il tipo di scarpe? Sembra che sotto questi dubbi al futuro corra un filo di follia, ma in effetti c’è, se per follia si intende l’immaginazione necessaria a portare qualcosa che non esiste dentro la realtà.
Le due ricette dell’uguaglianza si possono applicare con perizia e fantasia a ogni campo dell’azione umana senza vedere mai la fine, ma per fare in modo che non si spenga questa fiamma ideale – quella che regola il ridisegno quotidiano dell’universo diseguale da parte degli umani – c’è un posto speciale in cui praticare il sogno dell’uguaglianza e questo posto si chiama: la scuola.
Anziché un campo di terra rossa c’è un luogo al riparo dalla pioggia con un appoggio per scrivere, la zona maggiore dello spazio non si vede perché è nella mente delle persone che imparano (spesso controvoglia); le scarpe sono strumenti di lettura e scrittura, calcolo, studio e disegno; la pista curva per ciascuno diversamente, a seconda della famiglia di provenienza, della disinvoltura verso la lingua che si parla, della salute mentale e fisica di ciascun alunno-atleta; al posto del colpo di pistola rintocca una campanella digitale. La scuola pubblica è costruita sul sogno dell’uguaglianza, è nata in seno alla Rivoluzione francese, per accompagnare cittadini e cittadine al suffragio universale. Le scuole napoleoniche erano la pista su cui prendere un patentino di cittadinanza minima, per guidare fino al voto senza schiantarsi sulla propria ignoranza e poter scegliere liberamente. Lo studio è il bel prezzo della libertà.
La scuola è un sistema sportivo rovesciato in cui l’obiettivo non è mettere tutti nelle stesse condizioni di vincere la gara, ma far tagliare a tutte le persone che studiano lo stesso traguardo: farle arrivare alla fine. Nella gara le atlete partono dalla posizione più eguale possibile perché si veda chi corre più veloce. A scuola è l’opposto perché l’arrivo è alla stessa distanza per tutti, ma uno corre e l’altro cammina, certi studenti vogliono direttamente scappare sugli spalti o togliersi le scarpe. Spesso i genitori parlano della scuola in termini di velocità: “la mia è più veloce: si annoia”, oppure: “vanno troppo veloci per lui, non gli sta dietro”.
Come si ottiene l’uguaglianza in questo caos?
Una prima forma di uguaglianza consiste nel fare il campo grande, ma veramente immenso, che ci stiano dentro tutte le persone, e si chiama scuola pubblica. Una seconda forma di uguaglianza è più sottile. L’insegnante è il giudice di gara e ha il compito più difficile che c’è: inventare ogni giorno il modo di tenere insieme le eccezioni, dare cittadinanza all’uguaglianza, adattare il programma alla classe, e addomesticare la classe al programma.
Una tecnica piuttosto diffusa dal giudice-insegnante consiste nel denunciare sin da subito che si va al passo del più debole: si mettano calmi i più veloci, per loro il tempo sarà geologico. La tecnica opposta è quella di bruciare le tappe, seguire i corridori alati dal merito, bocciare, ignorare i lenti, magari farli sentire in colpa. Ma gli insegnanti-giudici più geniali percorrono una terza via, quella che richiede il lavoro maggiore della fantasia: fregarsene dei singoli individui, guardare con pazienza alla classe come a un unico organismo che col suo ritmo taglierà il traguardo. Non vale che arrivi dall’altra parte della pista un mignolo, un rene, un gomito: tutto il corpo collettivo deve passare di là ed entrare nell’estate. E nel corpo collettivo le diverse velocità sono funzioni da attivare, sono come le marce di un’automobile.
Il corpo collettivo della classe ha una sua unica velocità, che cambia dopo le vacanze, che sbanda se una persona se ne va, che impenna quando fanno irruzione certe emozioni. Nei confronti del corpo collettivo, l’insegnante-giudice è come un semaforo.
Col colpo di pistola verso l’alto, l’insegnante-giudice-di-partenza scandisce i vuoti e i pieni: chiama qualcuno all’ultimo banco, attiva la memoria di un’altra, coinvolge il terzetto della matematica, associa Tizio a Caio se tra i due può esistere una mutua simbiosi. A volte l’insegnante-giudice usa anche la competizione, ma la usa come si usa la frizione per ingranare, senza pensare mai che qualcuno possa arrivare alla fine da solo.
L’insegnante-giudice ha buona memoria, un orecchio finissimo, le sue preferenze le tiene per sé, i nomi più o meno li ricorda, anche quando non lo sa sta facendo educazione civica. E la classe non litiga, o se litiga poi fa la pace. Non è un problema che ciascuno abbia il suo voto, perché se l’insegnante-giudice ha lavorato bene, tutti si aspettano di misurare circa così. Per questo lavoratore del mondo che non c’è la più grande arma non è il sapere, ma la sensibilità, oltre alla voce che deve usare moltissimo.
I buoni insegnanti sono i più raffinati inventori dell’uguaglianza. La inventano ogni giorno, più volte al giorno, persino al mattino presto, senza ancora essere del tutto svegli. Questi bravi insegnanti possono testimoniare che due studenti uguali, due calligrafie uguali, due teste uguali non si sono mai visti: di più, se due temi fossero uguali sarebbe la prova che qualcuno ha copiato. L’uguaglianza è un’invenzione, eppure – alla fine di quella corsa a ostacoli che è la scuola – se tutto ha funzionato, molti ragazzi e molte ragazze, pur senza averla mai vista di persona, escono con l’idea che l’Uguaglianza da qualche parte c’è e gira voce pure che sia una bella cosa.
In copertina, fotografia di Selma Da Silva.
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