Primo Levi di fronte e di profilo

27 Gennaio 2016

Primo Levi di fronte e di profilo è un libro particolare; non una costruzione narrativa, né tantomeno un coerente contenitore di una ricerca. Semplificando la costruzione dell’architettura delle pagine di Marco Belpoliti si consolida una natura plurale: un volume da leggere e sfogliare, un compendio da consultazione e un dizionario su Primo Levi, uno strumento per indagare attorno alla vita e alla scrittura di un autore così complesso.

 

Si tratta di piani diversi che convivono e che permettono una lettura che si snoda su assi non necessariamente comunicanti. La struttura si tiene sulla base di un impianto cronologico che prevede la successione delle opere di Levi, dieci foto che scandiscono fasi della vita e percorsi di ricerca, gli approfondimenti dei lemmi che scavano attorno a concetti o parole chiave. Un viaggio lungo e impegnativo tenuto insieme dall’ambizione di guardare dentro l’universo Levi, le luci e le ombre di una lunga produzione tra memoria e letteratura in quelle zone di confine che possono meglio chiarire la centralità di un autore e la sua collocazione nel panorama della seconda metà del secolo scorso. Belpoliti segue il filo delle successive versioni e aggiornamenti delle opere di Levi, usa dei titoli descrittivi, quasi a voler raccontare in anticipo il punto cruciale di ogni passaggio, dei segmenti diversi che compongono il lungo viaggio nell’universo Levi.

 

L’impressione prevalente è quella di trovarsi in una doppia officina di lavoro che prosegue su binari paralleli: quella di Levi e del suo scrivere, quella di Belpoliti che per lungo tempo accumula materiali, tracce, riflessioni e interrogativi sull’autore oggetto d’indagine. Ed è così che il tracciato cronologico non di rado viene bruscamente interrotto da giudizi e considerazioni che vanno ben al di là della singola opera o della sottolineatura di discontinuità o cesura. L’itinerario di Levi si tiene su una successione bibliografica di opere che viene irrobustita e arricchita dalle simpatie o antipatie dello scrittore: animali che emergono dall’officina, colori, passioni di una vita, autori ripresi in mano o scoperte del momento. Emerge il dopoguerra nel suo lungo e contraddittorio divenire: la ricerca di uno spazio di pensiero e di libertà come antidoto agli orrori e risposta alle possibili scorciatoie rassicuranti.

 

Sono temi che compaiono a più riprese e con diversi nessi nella sua opera. La ricezione non può avvenire esclusivamente attorno a una meccanica riproposizione delle pagine meno note. Penso alla novità negli Stati Uniti del cofanetto curato da Ann Goldstein per Liveright, all’introduzione di Tony Morrison o ancora alla recente presentazione che ne ha fatto Tim Parks sulla New York Review of Books. Operazione editoriali di grande visibilità che rafforzano la proiezione e l’immagine di Levi nel mondo. Con una buona dose di semplificazione e sintesi sembra quasi che la scoperta o riscoperta dell’autore, del suo spessore di scrittore possa far passare in secondo piano i suoi lati più delicati, le linee più controverse del suo pensiero e della sua testimonianza. In fondo sanare almeno la forma della sua collocazione editoriale non dovrebbe esimerci dal confrontarci con il lascito dei suoi sguardi sulla realtà contemporanea, sul monito dei ripetuti tentativi di indagare sull’uomo, le debolezze e le ambiguità che ne segnano il cammino.

 

Provo a procedere con ordine a partire dall’interrogativo che si ripete con maggiore frequenza nelle pagine di Belpoliti. Come definire Levi? Quale via d’acceso privilegiare? Testimone della Shoah? Scrittore poliedrico con una produzione variegata e continua? Sono diversi i mondi che compongono il viaggio nella sua complessa natura e l’autore li attraversa approfondendoli e rispettandone l’alterità. Il passo più difficile è proprio quello di andare oltre la ricerca di una definizione rassicurante per misurarsi sull’articolazione di lungo periodo della sua scrittura. Così come in un paradosso interpretativo liberarsi dalla prevalenza dei temi del lager può aprire sguardi su altri aspetti del suo lavoro.

 

Ma la questione più delicata è quella di non contrapporre le nature di Levi: lo scrittore con il testimone, l’intellettuale con il chimico, il linguista con l’antropologo, lo scrittore ebraico con l’autore piemontese e italiano, il poeta con l’autore di racconti, romanzi e aforismi. L’asse portante del volume su Levi a partire dalle pagine dell’introduzione corre lungo questa convinzione: un’indagine approfondita e di lungo periodo può meglio restituire la complessità e per molti versi l’unicità di una presenza centrale nella seconda metà del Novecento.

 

Mi sembrano di grande attualità e interesse alcune questioni che attraversano le pagine del volume e che incrociano la storiografia che negli ultimi anni è tornata su aspetti che rimandano al ruolo del testimone e alla sua funzione nella trasmissione di saperi e conoscenze.

 

1. La sua voce sulla Shoah si snoda lungo una contraddizione sempre più evidente. Da un lato la distanza, anche fisica, dai luoghi di costruzione e realizzazione dello sterminio. Nell’universo Auschwitz (i 3 campi principali e gli oltre 40 sottocampi) Primo Levi non entra in contatto con il perimetro di Birkenau e con i sistemi di messa a morte; rimane fuori da quella realtà. Più si conosce – fonti, interrogativi, lavori di generazioni di storici e studiosi – quell’universo e più si è portati a distinguerlo tra sterminio, lavoro coatto, forme di detenzione e prigionia. In fondo Auschwitz in pochi chilometri raccoglie le diversità, le tipologie e le differenti cronologie del sistema concentrazionario nazista. Ma più Levi si allontana dal contatto diretto con quel mondo, più si allentano i vincoli di osservatore coinvolto e partecipe, più si alza la sua voce di attento osservatore dell’uomo, dei suoi comportamenti, di quelle linee di ambiguità e contraddizione che attraversano vittime e carnefici, che ci portano nel lato oscuro e ambiguo delle compromissioni o delle partecipazioni più o meno consapevoli. Levi è come una voce fuori campo, una guida preparata e accorta, un Virgilio che ci conduce dove la ragione fatica ad arrivare. Le sue frasi spesso come moniti compaiono nei musei della Shoah di mezzo mondo e il suo ruolo di testimone si è progressivamente trasformato fino a privilegiarne l’aspetto di denuncia delle violenze o delle sopraffazioni anche in luoghi e contesti diversi dal suo e lontani dagli anni conclusivi del secondo conflitto mondiale. Il suo indagare sull’uomo non si chiude con quell’esperienza e rimanda direttamente alle violenze, le stragi, le pulizie etniche che hanno insanguinato il lungo dopoguerra in tanti angoli del pianeta.

Il tempo che ci separa da quella cesura lo fa vedere meglio, restituisce alla sua testimonianza un valore che va ben al di là dell’itinerario biografico e del cammino soggettivo. La sua inquieta tensione sugli uomini e le loro debolezze emerge e si consolida in opere diverse, attraversa la sua poliedrica produzione. Certo I Sommersi e i Salvati occupano un posto privilegiato, sono le pagine che meglio aggrediscono i punti delicati e i nervi scoperti delle debolezze umane. Si potrebbe facilmente tracciare un parallelo o un richiamo alla storiografia che da Hilberg arriva a Browning e al suo Uomini comuni, o ancora far riferimento alle acquisizioni più recenti delle giovani leve della storiografia tedesca. La grandezza di Levi – Belpoliti in questo è molto efficace nel descriverlo – appare nella capacità di cogliere queste linee di confine, le sfumature di grigio dove le identità rassicuranti e le certezze delle appartenenze vengono radicalmente ridimensionate.

 

2. Levi contribuisce in maniera significativa a demolire o comunque ridimensionare le retoriche della memoria. Il suo rovello è quello di un racconto difficile che fatica ad essere accolto anche perché non prevede monumentalizzazioni o facili scorciatoie ufficiali. Sarebbe un peccato farlo oggi scivolare sul crinale di una memoria preponderante o onnicomprensiva. Del resto il continuo slittamento tra l’uso dell’Io e del Noi dà conto delle tortuose strade nella ricerca di tracce e momenti del passato e della variazione continua delle prospettive e dei punti di vista. Il suo racconto – proprio se analizzato nel lungo periodo e nella sua poliedrica produzione – appare come una continua messa a punto, un cantiere aperto che guarda al passato per cercare delle risposte o comunque dei suggerimenti per muoversi meglio nelle tempeste del presente. Quella difficoltà ad accettarsi come sopravvissuto, quella malcelata vergogna che accomuna tanti tornati a casa dall’esperienza del lager non ammette riduzioni a memorie unificanti o, peggio, a strettoie per arrivare a memorie collettive condivise. Tutto il contrario: la distinzione, il rispetto e la valorizzazione di singoli percorsi, di piccoli passi avanti nella convinzione che la storia può contenere e far esprimere memorie e contesti tra loro incompatibili. È a questo livello che si colloca la sua ricerca di un confronto continuo, l’impossibilità di trovare approdi rassicuranti, sia per il peso del suo passato, per quegli interrogativi sui comportamenti delle persone in contesti definiti, sia per l’angoscia di vedere in tanti contesti e talvolta vicino ai propri passi il riproporsi di forme vecchie e nuove di violenza o sopraffazione. Le identità diventano un alibi, un rifugio che non aiuta a cogliere la complessità del presente e il permanere di linee d’ombra, di zone che assomigliano a quelle grigie tonalità di cui aveva scritto qualche tempo prima.

 

La lettura del volume si chiude mentre riaffiora l’interrogativo sulla centralità di Auschwitz nella scrittura di Primo Levi. Si può staccare e isolare il resto? È pensabile una divisione tra fasi della vita e cantieri di scrittura, vista la meticolosa ricostruzione del metodo di lavoro nelle successive revisioni dei suoi contributi?

 

La conclusione sembra privilegiare un orizzonte che non disperda o contrapponga i diversi segmenti della vita di Levi. In fondo il suo posto nella letteratura del ‘900 è il risultato della sua poliedricità e dei suoi sguardi plurali.

 

Il volume di Marco Belpoliti aiuta a districarsi in un labirinto di interrogativi e ricerche. Un volume che è esso stesso una ricerca, un lungo insieme di indagini, analisi e riflessioni dell’autore. Il suo posto migliore lo immagino a fianco all’opera di Levi e alla raccolta della sue conversazioni: una lettura – di fronte e di profilo – per saperne di più e per continuare a cercare.

 

 

 

Il libro: Marco Belpoliti, Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda 2015, pp. 736, € 38,00

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