Analfabeta

L’analfabeta conosce l’abbiccì, ma quando era piccola i suoni prendevano grafie diverse, per questo ancora oggi dà la caccia alle lettere come fossero le farfalle della vispa Teresa che una volta prese si polverizzano. Il primo alfabeto è stato l’abeceda, i suoi segni rappresentavano il serbo-croato, una lingua che era già due e che aveva anche due alfabeti, uno latino e uno cirillico. I giornali li alternavano, una pagina pari una dispari, Zagabria e Belgrado si definivano attraverso il loro alfabeto, solo a Sarajevo, super partes, ogni nome di via si scriveva nei due caratteri. Così è stato prima della Grande Divisione del paese diventato ex che ha tagliato mari e fiumi, e alla lingua ha tolto quel trattino che rende necessarie ulteriori precisazioni per dire quale è la lingua madre. Nelle convulse dissertazioni storiche, nelle infinite pagine letterarie che cercano l’altro senza mai sapere se sia vicino o lontano da sé, il Serbo e il Croato appaiono figure del doppio che hanno cercato un equilibrio nella presenza del terzo, il Bosniaco – divenuto il capro espiatorio.

Fin da piccola prendevo tre o quattro volumi alla settimana in biblioteca, in classe organizzavo il prestito, ogni libro aveva un foglietto dove annotare la data. Nella Jugoslavia non-allineata degli anni sessanta la collana per ragazzi comprendeva le letterature del mondo, arrivata in Italia Milano mi è sembrata una città monocolore, in classe ho continuato a organizzare il prestito, ma ero l’analfabeta nel banco dell’asino. Le doppie dell’italiano sono diventate un’ossessione, il vocabolario quell’ancora di salvezza che placa l’ansia da perfezione. La parola si sacralizzava, mentre lo sguardo si sdoppiava – mi ingozzavo di lettere. L’insicurezza semantica insidiava la stabilità psichica, perdere la trebisonda è come perdere l’alfabeto.

Da qui l’accanimento che diventa l’inseguimento dell’impresa perduta: trovare per ogni significato il suo significante, colmare lo spazio tra la vita e la sua rappresentazione sulla pagina. L’analfabeta rimanda il suo scrivere per la paura di non riuscire a smettere. In giro con uno scudo di lettere, passa il tempo a leggere - i testi degli altri che dell’alfabeto hanno certezza. L’immagine della macchina da scrivere, ricordo d’infanzia di una generazione, si confonde con il ricordo della macchina da cucire, quelle che ritroviamo nei musei ebraici tra le cose abbandonate di chi è svanito in fumo. La pacificazione è nella composizione delle possibilità: Immaginando tutto, l’arazzo di Alighiero Boetti dove le lettere fanno il tessuto.

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