Si protendono e svolazzano, si applicano e staccano, si aggrappano e si liberano, piangono e cantano: dove si fa musica regnano le mani. Il direttore d’orchestra guida con il gesto, lo stile di un interprete è nella posa delle sue mani. A casa mia, dove tutti eccetto me sapevano suonare, la cosa che contava era l’estensione della mano. Se era ampia, se le dita erano lunghe e affusolate, ecco già pronto uno strumento da imparare. A Milano, negli anni settanta, i miei fidanzati potevano pure essere perdigiorno rivoluzionari, l’importante era che fosse bella la loro mano.

 

A Zagabria, negli anni cinquanta, dove gli usi e costumi erano quelli di una società ancora pregna dell’eredità di un mondo contadino, la mano curata era un ideale, il segno della possibilità di una rivoluzione sociale. Il baciamano un’abitudine anziana che evocava l’ossequio borghese, la rappresentazione di un certo femminile e di un certo maschile.

Il baciamano raccontato dallo scrittore Dževad Karahasan condensa la nuda vita di Sarajevo sotto assedio:

 

“La giovane attrice porge in modo civettuolo la mano per il bacio, mentre l’attore, che avrebbe dovuto baciare quella mano, fissa le unghie rovinate, le articolazioni del polso gonfie dal freddo, i segni scuri sulla pelle (…) L’attore rimane di ghiaccio e si chiede come baciare questa mano maltrattata, che non conosce più da tempo nessuna forma di cura, baciarla nella messa in scena di un rapporto di superficiale corteggiamento in cui si recita la passione”.

 

La mano è un indicatore, il suo accartocciarsi è ereditario, rivela l’invecchiamento che il corpo vuole celare, è un vettore di comunicazione culturale - oggi che lo sport forma la visione del mondo i ragazzi si ripetono il gimme five del baseball, derivato dal gesto opposto, quel low five degli afro-americani. La tua mano battuta sulla mia, come la mano di ventimila anni fa, spruzzata di ocra rossa e cenere nera, appoggiata dagli artisti di epoca preistorica sulle pareti della grotta di Pech-Merle. La mano impressa dice l’identità: dalle impronte digitali inventate da Galton 1888 a quelle batteriche che svelano il Dna.

 

Richard Sennett era un violoncellista di talento che non ha potuto intraprendere la carriera artistica per una malattia della mano. Il suo uomo artigiano, che ha imparato a cooperare “suonando un arpeggio in cui il forte pollice sinistro va ad assistere il debole mignolo destro”, ha sperimentato l’ineguaglianza tra le due mani. L’arte di governare, dice, la conosciamo tutti: è già lì in una mano che dà una mano all’altra.

Intanto, il virtuale si rovescia nel manuale, le ore lavorate danno gusto artigiano al valore della griffe, per conoscere il futuro l’homo sapiens rilegge la sua mano.

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