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Carola Susani. La fatica di pensare la bellezza

Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.

 

Carola Susani scrive romanzi e racconti, collabora con “Nuovi argomenti”, con la cronaca di Roma de “La Repubblica” e con il settimanale “Gli Altri”. Il suo ultimo romanzo, Eravamo bambini abbastanza è uscito a marzo per Minimum fax.

 

 

Faccio fatica a pensare alla bellezza. Come se rifiutassi di tematizzarla, di sistemarmi la questione davanti agli occhi e interrogarla. Mi irrita, la bellezza, non so da dove prenderla, come maneggiarla. E invece la bellezza mi preme. Ma che cos’è la bellezza che mi preme? La bellezza non è una soltanto. Si può contrapporre una bellezza senza autore (o con quell’autore ironico che è Dio, che si limita ad agire, a dare inizio, e che si sottrae all’operare), una bellezza della “natura” insomma, come si dice, alla bellezza creata da noi attraverso l’imposizione delle mani e del pensiero, attraverso la forma, attraverso l’opera. Si può sentire che la capacità umana di imporre forma, che tocca l’apice nell’opera degli artisti, sia qualcosa di più fragile, struggente e perciò potente, forse più potente dello splendore della natura indifferente e si può cercare in ogni opera d’arte del passato e del presente lo sforzo del suo farsi, il suo processo, il diventar bellezza. Si può ritenere ogni sforzo di produrre forma come se fosse a noi contemporaneo, come se fosse lo stesso sforzo (e in parte è così, è vero): questo lo fa Filippo Tuena nei suoi libri e lo dichiara in quest’ultimo Stranieri alla terra, edito da Nutrimenti. Un libro molto bello sull’arte e sulla sua fragilità. Ecco, questo mi interessa: il nostro sforzo di combattere il caos, di contendere alla morte, all’entropia, al degrado, con l’unico strumento che abbiamo in dote, la capacità, la necessità di dare forma.

 

Trovo bellissimo pensare al processo dell’arte, o dell’artigianato, il processo squisitamente umano del creare sempre qualcosa da qualcosa forzando, mai dal nulla, trovo bellissimo pensare a quel processo nel suo potere e nella sua violenza. Lo trovo così bello perché è diventato problematico. Nell’epoca in cui viviamo nessuna enfasi sull’opera e sulla sua capacità di aprire formidabili scenari, nessuna retorica sul braccio creatore, è più credibile. L’idea di una umanità creatrice, prometeica, liberatrice si è fatta risibile. Troppa ambivalenza si porta dietro il creare, troppi contraccolpi, fallimenti e inganni. Nel Novecento i creatori hanno perso la pace. Hanno abbassato le corna. Solo, si ostinano, non possono farne a meno. Non possiamo: continuiamo a creare, perché a tutt’oggi non riusciamo a pensare un altro modo attraverso cui accamparci sulla terra. Eppure sappiamo bene di essere perdenti, sappiamo che la forma non è più detto che riesca a conquistare una durata. Ci siamo fatti meno presuntuosi, più essenziali. Ci accontentiamo della forma che non dura, spazzata via all’istante. Un trionfo sulla morte di un momento.

 

Ecco perché trovo così entusiasmanti i creatori, noi creatori dimessi, nella nostra battaglia sempre persa e vinta insieme, persa già mentre la si vince, vinta ogni volta che la si combatte. C’è anche però chi tenta un’arte, e un pensiero della bellezza, che si sottrae all’operare. Che rifiuta l’idea del fare, del contendere al caos, dell’imporre forma. C’è chi – penso ad esempio al gruppo di architetti-artisti che si dilata e si contrae sotto il nome Stalker – prova a pensare l’intervento umano come traccia in nulla diversa dallo smottamento del suolo e dai detriti, in nulla diverso dalla vita ostinata dei muschi, e alla bellezza come un esito di stratificazioni e di processi in cui il fare, la sua progettualità, si è ridotto e capovolto tutt’al più in un dare inizio. Avverto una stanchezza di fronte alla bellezza che c’è già, alla bellezza pettinata che calma, apprezzo gli accumuli di detriti, gli argini dei fiumi urbani, le ferrovie. Mi piacerebbe pensare alle mie tracce come tracce tra le altre, detriti tra i detriti, forza tra le forze, come l’orma di un cane o un’impronta di pneumatici, ma non ci riesco. Lo sforzo dimesso di dare forma è ancora quello che mi interessa, la tensione tra la forma e il caos – il caos che però è la trasformazione, quella che chiamo lalibertà non mia, la vita stessa - che la travolge.

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Robert Mapplethorpe, Calla Lily, 1986

04 Luglio 2012