Nel secolo di Alzheimer

Quando nel 1987 Rita Hayworth morì a sessantaquattro anni paralizzata e offuscata di mente nel suo appartamento di New York, i medici rivelarono che non si era trattato di un caso di alcolismo, come la stampa mondana aveva scritto per anni riguardo al suo stato di salute, ma che da oltre un decennio l’attrice era affetta dal morbo di Alzheimer. 

 

La stessa dichiarazione la rilasciò sette anni dopo l’ex presidente americano Ronald Reagan, da tempo non più in grado di riconoscere le persone che gli facevano visita, né di ricordare gli otto anni della sua presidenza. A quel punto, fine anni Ottanta, l’opinione pubblica prese atto che di quel male dal nome impronunciabile soffrivano da 40 a 50 milioni di persone in tutto il mondo.  Oggi in Italia ne sono colpiti circa mezzo milione di individui, mentre a livello mondiale si reputa che nel 2050 ne soffrirà un individuo su 85.

 

Ma chi è e come è vissuto l’uomo che ha dato il suo nome a questa malattia? Alois Alzheimer è il discendente di una famiglia originaria della Germania centrale, lo Spessart. Figlio secondogenito di un notaio, nasce nel 1864. In quegli stessi anni il ginecologo ungherese Ignaz Semmelweis, di cui Céline ha lasciato un fulminante ritratto, ha scoperto la causa della febbre puerperale, di cui è morta la prima moglie del padre (Louis-Ferdinand Céline, Il dottor Semmelweis, Adelphi).

 

Alois, grande di corporatura e prestante, ha seguito gli studi ginnasiali, poi si è iscritto a medicina. Va a Berlino, dove insegnano Vierchow, studioso dei tumori e collaboratore di Schliemann negli scavi di Troia, e Robert Koch, scopritore del bacillo tubercolare. Poi torna a Würzburg. Dotato di un carattere allegro e burlesco, dedica i primi anni alle attività studentesche e sociali piuttosto che agli studi. Si laurea con una tesi sulle ghiandole del cerume, che sin dai tempi di Aristotele si riteneva fosse uno scarto dell’attività cerebrale.

 

Alzheimer si dimostra subito eccezionale al microscopio, ma già nella scelta dell’argomento della dissertazione manifesta un inconsueto talento nell’incrociare le strade altrui. Emil Kraepelin, uno dei più famosi psichiatri tedeschi – la scienza in quel secolo è tutta o quasi tedesca – ha guarito proprio a Würzburg una vecchia signora dalla sordità togliendole tamponi di cerume induriti. Sarà proprio Kraepelin, suo futuro capo nella clinica di Monaco, a diffondere per primo il nome della malattia. Alzheimer è molto dotato nel disegno e le sue tavole istologiche sono ancor oggi dei capolavori di precisione: osserva, rappresenta, descrive. Ha un occhio eccezionale ed è molto meticoloso.

 

Del resto, quello che in definitiva farà, come scrivono i suoi biografi Konrad e Ulrike Maurer in Alzheimer. La vita di un medico, la carriera di una malattia, è proprio introdurre la microscopia in psichiatria. Uno dei primi a usare il microscopio nell’esame dei tessuti è stato uno psichiatra di Francoforte, Heinrich Hoffmann, di cui noi oggi ricordiamo più i meriti letterari che non quelli medici. Hoffmann è infatti l’autore del libro per bambini illustrato con 15 tavole colorate, ed edito sotto pseudonimo, Pierino Porcospino, per lo psicoanalista selvaggio George Groddeck “il cantico dei cantici dell’inconscio per adulti”. È ancora lui, Hoffmann, lo psichiatra di Francoforte, a fondare nel 1833 la “Clinica per dementi ed epilettici”, dove il giovane Alois Alzheimer entrerà per svolgere la sua attività di medico.

 

 

La discussione in corso nella scienza dell’epoca riguarda l’origine delle malattie psichiche. Si affrontano “psichici” e “somatici”. I primi vedono le cause e le possibilità di cura nell’anima, i secondi nel corpo. Nel dicembre del 1888 Alzheimer arriva al “castello dei matti”, come si chiama l’imponente complesso in stile gotico che funge da clinica. Qui incontra un altro medico, Franz Nissl, che farà importanti scoperte sulle tecniche di colorazione dei tessuti, ma che per il momento è ancora sconvolto per la scomparsa del proprio maestro, lo psichiatra von Gudden, annegato in circostanze misteriose insieme al folle Ludwig II, di cui è medico curante. I due giovani medici sono i fondatori della moderna istopatologia della corteccia cerebrale.

 

Usano uno strumento ottico, la “camera lucida”, che proietta l’oggetto osservato sulla superficie da disegno con l’aiuto di un prisma, strumento che il giovane Vladimir Nabokov, futuro disegnatore di farfalle a Harvard, imparerà a usare un decennio dopo con il proprio istitutore privato. La vita di Alzheimer è un continuo incrocio di situazioni, una serie di “sincronie”, come le chiama C.G. Jung, che per altro sarà seduto nelle prime file di quella sala in cui Alois, durante un congresso di psichiatria, comunicherà le proprie scoperte su quella strana malattia che si manifesta come demenza precoce. Alzheimer ha una grande passione medica, l’arteriosclerosi del cervello.

 

Nella clinica fa di tutto: cura i pazienti, cerca di migliorare l’ambiente, si dedica alle ricerche, stende relazioni e articoli. È disponibile, attento, attivo. Ha già osservato sette pazienti che manifestano alterazioni normalmente attribuite alla sifilide, eppure nessuno di loro ne è affetto. Alzheimer ha compreso che la perdita delle facoltà intellettuali si manifesta attraverso numerosi infarti cerebrali, occlusioni e spostamenti di piccolissime arterie nel cervello e nel tronco cerebrale. Lo dice per la prima volta a un congresso a Dresda nel 1894. L’attività di psichiatra lo mette in contatto con una serie di casi patologici.

 

Scrive, tra i tanti, anche un articolo intitolato: Un criminale nato, che riguarda un giovane affetto da una perversione feticista. Conosce le opere di Cesare Lombroso, ma ne respinge l’idea di “atavismo”. Nel caso preso in esame, diagnostica un disturbo mentale degenerativo ereditario. È il 1894 quando riceve un telegramma dalla lontana Algeria. Lo chiama un celebre neurologo, Wilhelm Erb. Un suo paziente soffre di “rammollimento del cervello” e vorrebbe che Alzheimer, specialista per il quadro clinico della paralisi, lo esaminasse. Alois non sa che il fato è lì in agguato. Corre in Francia meridionale, ma l’uomo muore di lì a poco. Si prende cura della vedova, Cecilie Simonette Nathalie Geisenheimer, e finisce per sposarla.

 

È ebrea, ricchissima e generosa, e gli permetterà di lavorare al suo microscopio senza preoccuparsi di questioni economiche. Cecilie si converte al cattolicesimo, religione della famiglia di Alzheimer. Nascono successivamente tre figli. Come padre, nel ricordo dei figli, è un uomo divertente, attento, poco presente per via del lavoro, ma sempre prodigo di aiuto. In casa dei due coniugi Alzheimer vige una favolosa generosità. Sono una famiglia borghese, cattolica, ma non bigotta. La generosità si spinge fino a regalare ai figli una residenza in campagna che sarà il loro regno per tutta l’infanzia e la giovinezza. Ma nel 1901 Cecilie muore e il clima festoso cambia. Rimasto vedovo a 37 anni – è la seconda morte dolorosa, dopo la scomparsa della madre avvenuta da ragazzo –, Alois è preoccupato circa il proprio futuro e si getta nel lavoro. Ha raggiunto a Monaco Emil Kraepelin.

 

Lavora nella “Reale Clinica Psichiatrica”. Con lui ci sono Ernst Rüdin, uno svizzero che diventerà uno dei profeti dell’eugenetica e della protezione della razza, e Felix Plaut, che nel 1907 scopre l’origine sifilitica della paralisi progressiva. Tra gli allievi di Kraepeling figura Ugo Cerletti, che nel 1938 realizza la prima elettroshockterapia, e una serie impressionante di studiosi che daranno il loro nome a malattie di diversa origine. Il 9 aprile 1906 il caso lo visita ancora. Muore a Monaco una paziente, Augusta D., cui aveva dedicato nel passato un’attenzione particolare: è una donna di 56 anni, demente, ricoverata da diversi anni. Alois si fa mandare la cartella clinica e il cervello. Può finalmente esaminarli con calma. Scopre alterazioni paragonabili a quelle di pazienti di 70-80 anni. La diagnosi è certa: si tratta di una malattia presenile. Comunica la scoperta alla trentasettesima conferenza dell’Assemblea degli psichiatri tedeschi sud-occidentali a Tubinga.

 

È il 3 novembre 1906, nella seduta pomeridiana. Ad ascoltarlo anche, come si è detto, Carl Gustav Jung, psichiatra di Zurigo, collaboratore di Freud. Alzheimer conosce l’opera di Freud, l’ha letta e commentata. Mostra al congresso le immagini delle fibrille nervose di Augusta D. e le placche. Conclude: “Non vi è alcun dubbio che esistono molte più malattie psichiche di quante ne registrano i nostri libri di testo”. Alzheimer ha dimostrato come si possano affiancare quadri patologici e quadri anatomici: la psichiatria può essere finalmente considerata degna degli altri ambiti della medicina. L’intervento tuttavia cade nel vuoto. Il congresso è impegnato dalla discussione delle tesi di Freud. Si dibatte di patologie sessuali e masturbazione.

 

Alzheimer non si dà per vinto, pubblica in rivista la relazione. Niente. Oggi Augusta D. è, insieme al caso Anna O. di Freud, la più famosa anamnesi della storia della psichiatria. Ma ancora il destino gli viene in soccorso. Il suo primario, il professor Kraepelin, deve assentarsi dal lavoro per redigere la nuova edizione, l’ottava, del suo fortunatissimo manuale per studenti di medicina. Decide di pubblicare da sé un volume di Psichiatria generale. Alzheimer è abituato a queste sostituzioni, lo fa volentieri. Nell’edizione del 15 luglio 1910, uscita in ritardo, Kraeplein parla per la prima volta della “devastazione cerebrale senile” e la battezza come “morbo di Alzheimer”. Il nome è trovato.

 

L’interpretazione clinica non è ancora chiara, mentre il quadro dei sintomi è evidente: alterazioni della memoria, disorientamento spaziale, modificazione della personalità, variabilità del tono dell’umore, sospettosità, irritabilità, scoppi d’ira, comportamenti violenti; compaiono deliri, allucinazioni, afasie, agrafie, crisi d’ansia. È una delle malattie del XXI secolo. Con l’innalzamento dell’età media sarà evidente che la compromissione del cervello e l’atrofia della corteccia, in particolare nel lobo temporale medio, è statisticamente rilevante nei soggetti anziani. Remo Bodei nel suo recente libro Generazioni vi dedica alcune interessanti pagine: chi è colpito da Alzheimer non sa più chi è, non connette, è disorientato.

 

L’identità personale, termine coniato da Locke nel 1694 nel Saggio sull’intelletto umano, è possibile solo se non viene reciso l’importante filo della memoria delle cose passate, se “non si spegne il concern, la preoccupazione delle cose future”. Per tornare alla vita del suo scopritore, c’è da ricordare che s’ammalerà del morbo anche il più fedele aiutante di laboratorio, proprio alla vigilia del suo trasferimento a Bratislava per assumere la cattedra di psichiatria nel 1912. Ora anche Alois è malato: soffre di affanno e di scompensi al cuore: esausto. Muore di lì a tre anni, non senza essersi speso anche nell’esame psichiatrico delle malattie provocate dalla Prima guerra mondiale.

 

La causa della morte, a 51 anni, è probabilmente un’infezione, da cui scaturisce una febbre reumatica e un’insufficienza renale. Al momento della sua scomparsa nei necrologi, non viene neppure menzionata la malattia che ha preso il suo nome. La ignora persino il condirettore della “Rivista generale di neurologia e psichiatria” diretta da Alzheimer. Si torna a parlare del “morbo di Alzheimer” solo negli anni Sessanta del XX secolo, quando entra nella letteratura medica. Nel 1966 sostituisce in modo definitivo la dizione di “demenza senile”. Bodei ricorda anche che, se è vera la teoria dei tre cervelli di Paul MacLean, secondo cui il cervello umano sarebbe composto di tre cervelli, il cui più antico è il cosiddetto rettiliano responsabile degli impulsi e degli appetiti, sarebbe proprio questo, il più ancestrale, a conservare meglio le proprie facoltà, come si evince dalla particolare attenzione che i malati di Alzheimer dimostrano alla proiezione di film pornografici.

 

Con questa malattia diminuisce la “memoria progressiva”, che riguarda sia il passato recente che quello lontano, la “memoria semantica”, che consente di trovare le parole adatte, e la “memoria procedurale”, che si manifesta nella incapacità di compiere quelle azioni prima quasi automatiche, come allacciarsi le scarpe.

In America oggi l’Alzheimer è al quarto posto tra tutte le cause di morte, presto sarà al secondo. Nelle case di riposo per anziani di tutti i paesi industrializzati, più della metà dei ricoverati ne è affetta. Sessant’anni fa la scrittrice danese Ellen Key definì il XX secolo “il secolo del bambino”. Oggi possiamo dire che il XXI è quello dei vegliardi, affetti da un morbo inguaribile, di cui quasi mai si muore in modo diretto.

 

Per saperne di più

 

Il libro di Konrad Mauer e Ulrike Maurer mette bene in luce la carriera di Alois Alzheimer e quella della malattia che da lui prende il nome. Il testo contiene le trascrizioni dei colloqui tra il medico tedesco e Augusta D., la prima paziente affetta dal morbo. Konrad Mauer è ordinario di Psichiatria e direttore della prima clinica psichiatrica dell’Università di Francoforte, mentre Ulrike ha invece curato l’istituzione del museo e del centro di documentazione presso la casa natale di Alois Alzheimer. Sul tema del morbo di Alzheimer si possono leggere diversi libri editi negli anni scorsi, a partire dal volume di Matteo Borri, Storia della malattia di Alzheimer (il Mulino); e ancora: La mente rubata. Bisogni e costi della malattia di Alzaheimer (Franco Angeli), a cura del Censis, di argomento sociologico; Gordon Wilcock, Quando il nonno torna bambino. Convivere con il morbo di Alzheimer e altre forme di demenza senile (Franco Angeli), e il Vademecum Alzheimer, edito per la prima volta nel 1985 dall’Associazione Italiana Malattia Alzheimer. Un quadro clinico e storico della patologia di Alzheimer è ben descritto alla voce Demenza nel dizionario Psicologia (collana Le Garzantine), a cura di Umberto Galimberti. Il libro di Bodei, Generazioni. Età della vita, età delle cose (Laterza), è una sintesi molto ben fatta dei problemi che riguardano la relazione tra giovani e anziani nel nostro sistema sociale e culturale.

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