Rivoluzione Grillo

Il movimento Cinque Stelle di Grillo è un movimento “tecnicamente” rivoluzionario.  “Tecnicamente” vuol dire che, indipendentemente dai contenuti e, forse, anche al di là delle intenzioni dei suoi animatori, ha come sua finalità la sovversione del sistema. Ne consegue che, come accade ad ogni movimento rivoluzionario in una fase rivoluzionaria, il suo principale obiettivo è la distruzione della forza politica che, all’interno del sistema, rappresenta il polo riformista. Non c’è dunque nessuna speranza per il Partito Democratico di poter trovare un punto d’accordo con i grillini. 

 

La divergenza è strategica e annulla a priori ogni possibilità di convergenza tattica. L’inconciliabilità tra le due agende è assoluta. Non bisogna, credo, farsi ingannare dalle somiglianze di famiglia tra i programmi o dalla composizione dell’elettorato che ha votato i due gruppi.  Per il Partito Democratico, erede in questo della tradizione del Partito Comunista Italiano,  l’obiettivo strategico resta il sistema paese. Che esso vada comunque salvato non è semplice affermazione da campagna elettorale. È piuttosto la ragion d’essere di quel partito, come la vicenda del governo tecnico ha mostrato. Elezioni alla caduta del governo Berlusconi avrebbero certamente significato una sua facile vittoria politica, ma tale opzione era considerata dal gruppo dirigente un atto irresponsabile nei confronti di un paese in gravissima crisi. Sotto la guida di un autentico ex-comunista italiano come Napolitano, il PD optò allora per un sostegno ad un governo tecnico, ben sapendo di dovere prima o poi pagarne un carissimo prezzo (è la stessa logica che ispirava le scelte del PCI alla fine degli anni ‘70).  Ma nel DNA di quel partito c’è il sacrificio per il bene comune  o per ciò che, non senza una certa dose di ottusità, è ritenuto tale.

 

Ancora oggi il PD si illude di poter rivolgersi al movimento di Grillo facendo appello alla stessa logica. La bandiera bianca che viene sventolata è, infatti, quella della responsabilità comune per l’Italia. Curiosamente un partito che nasce comunista, e che quindi aveva nella rivoluzione il suo orizzonte strategico, non è più in grado, a causa della sua metamorfosi italiana, e, direi, “risorgimentale”, di comprendere la radicale eterogeneità al sistema di un movimento tecnicamente rivoluzionario. Ciò che gli uni vogliono comunque salvare è quanto gli altri vogliono comunque affondare. Il dialogo è tra sordi. Lo si può verificare ogniqualvolta un esponente del movimento Cinque Stelle prende la parola. Pare non rispondere alla domanda che gli viene posta, che poi è sempre la stessa: contribuirete alla salvezza del sistema-paese? In realtà non è stupido come talvolta può sembrare. Semplicemente non accetta i presupposti di quella domanda, vale a dire quanto essa implica come premessa taciuta, e cioè la priorità del bene della nazione sull’interesse strategico rivoluzionario del movimento. Una cosa simile accade anche sul fronte berlusconiano, ma in quel caso ad avere il primato strategico è  un interesse particolare fino all’idiosincrasia. Ora, il sistema non è minacciato alla sua radice da un siffatto interesse. Il gangster non ha infatti nessun interesse ad affondare il sistema, perché del sistema è un parassita. In questo quadro tecnicamente rivoluzionario nessuna opzione politica, nel senso tradizionale della dialettica dei partiti, è praticabile. Non a caso la sola ipotesi finora ventilata dai grillini è quella di un governo impolitico (tecnico) che acceleri nei fatti l’implosione del sistema. Il partito democratico attuale appare così condannato alla solitudine del morente.

 

Simmetricamente un panico sottile si diffonde nella marmaglia berlusconiana, perché è ben nota la fine che fa la famiglia dello zar quando l’ipotesi socialdemocratica salta in aria. Per chi non voglia cavalcare l’onda movimentista (un’ipotesi assolutamente legittima dal momento che il sistema paese che si dovrebbe salvare non è poi una gran bellezza), non resta che confidare nell’ “invenzione politica”.  La logica dell’invenzione è sempre la stessa, in ambito politico come in quello scientifico o artistico. Bisogna fare un salto di paradigma, bisogna abbandonare la scienza normale e avventurarsi nel mare aperto delle ipotesi.  In poche parole, bisogna creare qualcosa che non c’è, traendo da ciò che esiste più di quanto esiste di fatto. Inventare politicamente non è questione di tattica politica, ma di destrutturazione e ristrutturazione “gestaltica” dell’insieme di partenza. Qualcosa di nuovo, di mai fino ad ora visto, deve apparire sullo sfondo. Da questo punto di vista la situazione di confusione che stiamo vivendo è quanto mai feconda.

 

Il movimento di Grillo ha avuto il merito oggettivo di portare sulla scena forze nuove e di trasformare radicalmente l’agenda del dibattito pubblico. Le necessità dell’invenzione restituisce all’”essere di sinistra” un senso finalmente forte. Perché “essere di sinistra” non sarà  più questione di opinioni, di idee, di gusti, come è stato per troppo tempo, ma di azioni che non mirano né a salvare lo stato di cose presente, costi quel che costi, né semplicemente ad affossarlo nell’indeterminazione del caos, bensì a trasformarlo razionalmente. La domanda per la quale evidentemente non c’è adesso risposta è: dove trovare l’energia necessaria a questa invenzione? Ed esiste?

 

 

Questo articolo è apparso su il manifesto mercoledì 13 marzo

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