Com’è fatta la Liguria?

Roccatagliata Ceccardi, Sbarbaro, Montale, Calvino, Biamonti, Sanguineti, Maggiani, Conte, Magliani. E poi tutti gli altri, da Novaro a Orengo, con in testa ovviamente Caproni, che s’inventò a tavolino la “linea ligure” non tanto in cerca di una vera “ligusticità” dei suoi scrittori, ma per farsi compagnia, per mettersi in coda affettuosa in un lignaggio di parola che vorrebbe riconoscere nel paesaggio scarnificato della Liguria e nella poetica umorale dell’omissione i tratti congiuntivi di una parentela. Detto altrimenti, un carattere dei luoghi e delle persone, un’indole paesaggistica e psicologica che fa degli autori liguri una bolla letteraria a parte. Quando però si va a scavare in quei paesaggi e in quell’indole, tutto scivola via come sabbia dal pugno di ferro del pensiero categorizzante. Proprio tutto? L’antropologia e la geografia del paesaggio non sono in grado, letteratura a parte, di scovare qualcosa di meno aleatorio sulla ligusticità della Liguria? Hanno qualcosa da dire, insomma, per snidare quello che un tempo veniva chiamato il genius loci e che dovrebbe funzionare come l’Irlanda per Seamus Heaney o il Lake District per William Wordsworth?

 

 

Domande probabilmente mal poste, destinate a non stimolare pensiero. Ma domande comunque utili per scoperchiare il vaso di un duplice problema. Da un lato, nel complesso e vischioso scambio di fluidi tra uomo e ambiente, il grado di necessità che governa l’osmosi, dal determinismo geografico allo scetticismo culturalista, da chi crede che il paesaggio possa modellare intere culture a chi sostiene che la mente e i suoi prodotti siano completamente sganciati dall’influenza del corpo terrestre. Il secondo corno del problema, strettamente legato al primo, è invece quello di capire a che cosa possa mai servire questa ipotetica geo-fisiognomica ligure, come si possa usarla in senso operativo, cioè ermeneutico. In fin dei conti, a che cosa ci serve se non ci serve a capire qualcosa di assolutamente nuovo sugli autori che vogliamo studiare? Siamo ormai molto lontani dalla tassonomia emotiva di Caproni, e siamo altrettanto lontani da chi l’ha presa troppo sul serio e si è messo a scrivere articoli e monografie sulla linea ligure usando i testi come una costellazione solitaria, senza mai metterli alla prova del paesaggio, quello reale, quello là fuori, che si attraversa col corpo.

 

 

Ma com’è il paesaggio ligure? Fingiamo per un attimo che sia lecito servirsi della parola “paesaggio” senza perennemente ridiscuterla. Fingiamo che esista un tratto paesaggistico caratterizzante che va dalla Spezia passando per Genova fino alla Liguria di Ponente, con i due grossi corpi-paesaggio della Toscana e della Provenza a tirarsi la sottile coperta ligustica da un lato e dall’altro. Esiste un minimo comun denominatore, una pregnanza che non sia un semplice air de famille? Com’è il paesaggio ligure: questo è il punto. Non cosa è. La prospettiva del “come” ci smarca infatti da un pensiero analitico troppo frontale. Soprattutto ci evita di trarre conclusioni che leghino in un rapporto troppo causale la geografia fisica e quella culturale. Come possiamo guardare la Liguria con delicata empiria? La nostra specie ha potuto lasciare l’Africa e arrivare in ogni angolo del mondo non perché fosse particolarmente talentuosa nei viaggi ma perché sapeva immaginare. Eravamo pochissimi, i rischi di dispersione in continenti enormi e sconosciuti erano mostruosamente alti. Come abbiamo fatto, allora, a non perderci, a non estinguerci? Viaggiavamo per somiglianze, usavamo modelli paesaggistici inferenziali, in altre parole cercavamo paesaggi affini a quelli di partenza perché era più facile capirli, perché ci spaventavano di meno, erano già un po’ casa. E poi pensavamo e conoscevamo i nuovi paesaggi attraverso tutti gli altri paesaggi che avevamo visto in precedenza, mettendoli in filigrana, immaginando di stare dove non eravamo più, procedendo comparativamente, cercando le differenze.  

 

Se allora, come un nomade della geografia, volessi guardare la Liguria attraverso un altro paesaggio, io userei l’arcipelago. Non un mosaico o un arazzo, ma un arcipelago, perché l’arcipelago non è fatto solo di isole ma anche di correnti, perché l’arcipelago è stasi e movimento, pieno e vuoto, densità e dissipazione, ed è anche un’immagine squisitamente postmoderna usata da chi, come Michel Serres o Gilles Deleuze, ha provato a “tradurre” la geografia dell’Artico e della Grecia in un discorso sul pensiero scientifico e filosofico. La Liguria come arcipelago di terre. Con isole di spazio e di tempo statiche, immobili, con cronotopi ed eterotopie in sonno, ma anche con improvvise correnti di spostamento, accelerazioni, linee di fuga, vene liquide e oleosi sargassi, che legano in un attimo, in una svolta di via, l’abusivismo degli anni Sessanta, l’aristocrazia Liberty, il Cinquecento marinaro, le fasce delle campagne in bilico, il Medioevo, la preistoria. Qualcosa che forse in un primo tempo, per caleidoscopica seduzione, può anche rallegrare, ma che in effetti ha più del minaccioso, del perturbante, perché ha comunque a che vedere con un senso di imminenza, un vuoto pronto a franare. Come una piena che non ha sfogo. Come un ponte costruito male. Qualcosa in agguato, insomma, tra casa e casa, tra casa e orto, tra orto e bosco. Quel lato selvatico che è l’irriducibile disumano su cui è edificata la Liguria, quella tempesta di terra con cui i Liguri vivono da sempre in collusione.

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