Unter der/ den Linden

I tigli più famosi della letteratura italiana moderna sono quelli sotto cui Ugo Foscolo fa incontrare il suo Jacopo Ortis con il venerando Giuseppe Parini, circostanza poi ripresa anche nel carme I sepolcri (vv. 62-69). Momenti di fremiti politico-civili e ambrosie di poetica ispirazione. Ma le fronde folte, generose d’ombra, le foglie cuoriformi, i fiori di miele, il portamento saldo: tutto concorre a far del tiglio l’albero dell’amore. Persino i polloni basali, croce dei giardinieri, possono rivelarsi vantaggiosi per gli amanti in cerca di luoghi riposti. Tutte qualità ben note all’antico Minnesänger Walther von der Vogelweide (1170-1230) che lo scelse come alcova nella sua allegra, maliziosa canzone Unter der Linden:

 

Sotto il tiglio

nella brughiera,

dove noi due avevamo il nostro letto,

lì potete trovare,

spezzati entrambi,

fiori colorati e erba.

Tra la boscaglia nella valle,

tandaradei,

cantava dolcemente l’usignolo.

 

Arrivai camminando

fino al prato,

il mio amato era già lì.

E lì fui accolta

– Santa Vergine! –

in un modo per cui sarò sempre beata.

Se mi baciò? Mille volte!

Tandaradei,

guardate com’è rossa la mia bocca.

 

Lì aveva preparato

così riccamente

un letto di fiori per noi due.

Un passante sorriderebbe

ora tra sé,

se arrivasse nella radura.

Tra le rose egli potrebbe,

tandaradei,

scoprire dove poggiava la mia testa.

 

Che egli è stato accanto a me,

se qualcuno lo sapesse

(Dio non voglia!) mi vergognerei.

E quel che ha fatto con me

nessuno mai

dovrà sapere, tranne lui e me

e un piccolo uccellino,

tandaradei,

che certo sarà discreto.

 

 

Albero nobile il tiglio: come mi ricorda il collega medievalista, è all’origine dell’antico toponimo Teglio che, per estensione, dà nome a una celebrata valle lombarda, la Valtellina.

 

Facili all’ibridazione, con nostro sommo gusto, i tigli mettono in crisi la furia classificatrice dei botanici i quali, un po’ astrusamente, li definiscono poco «socievoli» perché, a differenza dei faggi o d’altre essenze, non amano far bosco da soli. Preferiscono mescolarsi in piccoli gruppi a roveri e aceri (e non è socievolezza questa?). Un tempo numerosi, i tigli selvatici (Tilia cordata Miller) o i nostrani (Tilia platyphyllos) sono ormai presenze rare nelle macchie selvose. Mentre, obbligati a socializzare in fila per due, li incontriamo quotidianamente a far viali cittadini (il più noto è il berlinese Unter den Linden) con esemplari di specie appositamente selezionate quali la Tilia americana, dalle grandi lamine fogliari, o l’argentata Tilia tomentosa, dai fiori così profumati da rimbambire anche le api. Ma i tigli urbani si vendicano a loro modo: ai primi caldi estivi, le foglie essudano un umore appiccicoso (la melata) prodotto da cocciniglie e afidi infestanti, che imbratta marciapiedi e viali con tutto ciò che vi sta sopra.

 

 

Certo, tra maggio e giugno, la fioritura prolungata è assai gradevole: i piccoli fiori paglierini, formati da cinque petali e cinque sepali fitti di stami fragranti, sono raccolti in corimbi penduli innestati su una lunga brattea che, a maturazione raggiunta, come un’elica agevola il trasporto delle nocule fruttifere lontano dalla pianta madre.

 

 

Nel nostro calendario delle memorie olfattive il profumo primaverile dei tigli marca gli ultimi giorni di scuola, quando si pregusta la libertà vacanziera o ci si appresta allo studio matto per gli esami di maturità. In inverno, poi, basta un infuso di fiori di tiglio per far fiorire in tazza tutti i profumi e i sapori di quei giorni, anche senza le grassocce, sensualmente devote petites madeleines della proustiana zia Léonie. 

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