Fotoricordo
Elio Grazioli

Elio Grazioli è critico e docente di storia dell’arte contemporanea e della fotografia e fa a modo suo tutto quello che fanno i critici e docenti di storia dell’arte contemporanea e della fotografia.

17.07.2013

Oracoli, santuari e altri prodigi

Un libro davvero particolare (Dino Baldi, Marina Ballo Charmet, Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia, Humboldt Books/Quodlibet), sia per il testo che per le immagini, e naturalmente per il loro rapporto, visto che i due autori, Dino Baldi per il testo e Marina Ballo Charmet per le fotografie, hanno fatto sì il viaggio insieme, ma la fotografa non si è data pena di accompagnare il testo e si è ritagliata uno spazio a sé. Due lavori autonomi dunque, quello di Baldi e di Ballo Charmet, anche se legati da una sicura sintonia.     Per il testo richiamiamo solo questa dichiarazione d’apertura perché ha a che fare con l’immagine: "Non credo serva a niente, oggi, andare in Grecia con gli occhi del...

24.06.2013

Tavoli | Marina Ballo Charmet

Nonostante ci siano due sedie disposte sui lati del tavolo, la fotografia pare a testa in giù perché i libri sono tutti rivolti verso l’alto – perfino il cd. “Giusti” sono invece entrambi i computer, cioè le tastiere. Che vi sia una voluta contrapposizione tra lettura e scrittura? La domanda mi fa sorridere, perché, per come conosco Marina Ballo Charmet, colta e concentrata sulle sue conoscenze ma al tempo stesso così restia ad esibirle e a scriverne, questo tavolo pare proprio la foto della sua testa. Lei protesta, perché, dice, è stata scattata senza lasciarle il tempo di mettere a posto le cose. Ma appunto!   L’idea della testa mi viene naturalmente anche dall’inquadratura azimutale, dove lo...

12.06.2013

Buon centenario, readymade

Cento anni, ormai, che esiste il readymade! Vi rendete conto? A molti ha rotto le scatole a sufficienza, ma molti altri ancora non ne vogliono sapere.   Dunque: 1913, Marcel Duchamp prende una ruota di bicicletta e innesta la forcella sulla seduta di uno sgabello da cucina. Lo tiene in studio, non lo espone, né lo chiama ancora “readymade”, ma a questo ne seguiranno altri e seguirà un’arte contemporanea cambiata. Le interpretazioni e influenze si sono moltiplicate da allora, le antipatie e opposizioni anche.   Voglio solo ricordare qualche aspetto meno noto, credo, e al tempo stesso tirare delle somme che forse non sono scontate. Tutti ricordano i readymade più famosi – lo scolabottiglie, l’orinatoio, la pala da neve...

04.06.2013

Speciale Jeff Wall | Dal latte alla fontanella romana

Uno dei primi testi di Wall era intitolato “Fotografia e intelligenza liquida”, in cui parlava della “intelligenza liquida”, fluida, senza forma, complessa, incalcolabile, esplosiva della natura in contrasto con il carattere vitreo e relativamente “secco” della fotografia, in cui l’acqua, i liquidi, giocano una parte essenziale – nel lavaggio, fissaggio e così via – ma che deve essere tenuta attentamente sotto controllo e non deve traboccare. L’acqua e i liquidi allora per Wall rappresentano la preistoria della fotografia, degli “arcaismi” che la connettono al passato, al tempo, alla memoria, attraverso i processi di produzione antichi, la parte chimica e alchemica del processo fotografico.   Jeff...

30.05.2013

Io e te

Molto bella l’immagine del manifesto dell’ultimo film di Bernardo Bertolucci Io e te. Due sguardi verso di noi, uno sopra l’altro, uno un po’ più indietro, uno maschile e l’altro femminile, tutti e due silenziosi e concentrati, non relazionati tra loro, non sognanti, non innamorati o arrabbiati o delusi o altro, puri sguardi fissi su di noi. Senza sembrare due teste di un unico corpo, sono però due sguardi inscindibili, siamesi; senza fare uno solo, sono insieme e sono qualcosa di doppio. Difficile guardarli tutti e due contemporaneamente, il nostro sguardo tende a fissarne uno per volta, ma se si guarda al centro tra i due li si coglie simultaneamente. Si scopre solo allora, mi pare, che in realtà gli occhi sono solo due, uno per volto...

28.05.2013

Speciale Jeff Wall | Lightboxes

  È con Jeff Wall che si cominciò già dalla fine degli anni settanta, a parlare di light-boxes, “cassonetti retroilluminati”, e grandi formati. Allora era un rimando e insieme una competizione con la pubblicità e con il cinema, oggi diciamo anche con gli schermi di ogni genere, televisivi, di computer, ipad, telefonini e simili, tutti retroilluminati, che dominano ormai il mondo dell’immagine.   In questo modo le immagini non sono illuminate da fuori, come sono sempre state, ma la luce viene proprio da loro verso di noi. L’effetto era ed è alquanto particolare, allucinatorio, come ognuno ben sa: è come se le immagini ci si rivolgessero, vengono verso di noi, pur mantenendo una piena distanza e...

14.05.2013

Speciale Jeff Wall | Band e folla

Eccola la pittura, sui corpi dei componenti della rock band che suona sul palcoscenico. I suonatori sono impegnati ed eccitati come se avessero di fronte una folla, ma in realtà la sala è vuota in maniera imbarazzante. Forse il suo fallimento è dovuto al fatto di aver preso la musica come modello, di aver preso la via dell’astrattismo e dell’abbandono della realtà.   Dall’altra parte della sala, al di là del buio vuoto centrale, c’è un’altra zona di luce. Questa è precisamente riquadrata, con luce che proviene dal suo interno, quasi fosse uno dei lightbox dello stesso Wall. La contrapposizione è netta e piena di risvolti possibili: Wall si contrappone allo “spettacolo”. Ma dunque...

30.04.2013

Speciale Jeff Wall | Mimica

La sospensione dei gesti invece che rivelare spontaneità, istantaneità, li dilata irrealisticamente e li carica di significato come accade solo nella finzione. Isolati, come ingranditi, diventano stranianti, un dettaglio incongruo che attira l’attenzione e su cui si concentra il senso dell’insieme. La fotografia non rappresenta la realtà, la “mima”.   Scrive Wall che “le piccole azioni contratte, i movimenti del corpo involontariamente espressivi, che si prestano così bene alla fotografia”, sono ciò che rimane di gesti antichi che oggi hanno smarrito il loro significato, ma la loro messa in evidenza forse può diventare rivelatore, “può sollevare un po’ il velo sulla oggettiva...

23.04.2013

Speciale Jeff Wall | Davanti al nightclub

Baudelaire l’ha ingiunto con autorità: basta dipingere scene del passato, uomini in toga; si dipinga la “vita moderna”, scene contemporanee in abiti d’oggi. Manet ne ha dato la versione più innovativa: non solo realismo ma anche intelligenza interpretativa. Intanto era arrivata e si era diffusa la fotografia.   Édouard Manet, Ballo in maschera all’opera, 1873.   Scrive il critico Thierry de Duve che “è come se Wall fosse tornato indietro al bivio della storia”, al momento in cui con Manet la pittura registrava lo shock della modernità e della fotografia; come se avesse seguito la strada che non è stata presa dalla pittura e l’avesse ripresa in fotografia. Non in senso conservatore...

22.03.2013

Fotografare opere. Luisa Lambri

Non immaginavo che si potesse davvero fotografare un Judd o un Fontana a questo modo. Non riuscivo a immaginare un’inquadratura originale di fronte a un’opera d’arte, specie di questo genere e così famose: un parallelepipedo di Judd, un taglio di Fontana sembrano, letteralmente, fotograficamente inavvicinabili. Tutti noi ci siamo avvicinati, magari dopo esserci allontanati per tentare una panoramica, ma non abbiamo “visto” quello che ha visto Luisa Lambri. Oppure, emulando Ugo Mulas, abbiamo cercato di fare una fotografia “critica”, interpretativa, che fosse dell'opera o della visione dell'artista, o della posizione dello spettatore; Lambri no.   Cosa ha fatto? Ha trattato quelle opere come ha già trattato non...

22.02.2013

Andy Warhol

Ventisei anni fa moriva inaspettatamente Andy Warhol. Aveva 59 anni, oggi dunque ne avrebbe 85 e potrebbe essere ancora in attività. Molti si sono chiesti e si chiedono cosa farebbe oggi se fosse vivo. Perlopiù si rispondono chiedendosi se ammirerebbe il lavoro di quelli che appaiono un po’ gli eredi del suo modo di pensare il rapporto tra arte e “sistema”, riferendosi soprattutto all’invenzione e agli sviluppi della Factory e alle ambigue sue ultime dichiarazioni sulla Business Art. Cosa avrebbe dunque pensato di Jeff Koons, Damien Hirst (il teschio ricoperto di diamanti avrebbe potuto inventarlo lui), Takashi Murakami? E di Maurizio Cattelan?     A me vengono in mente due cose. Una è che a Warhol pensiamo troppo da questo...

12.11.2012

Warburghiana

Quale finissage della mostra “Il pathos delle forme” in corso alla Galleria Milano, di Milano, il gruppo Warburghiana mette in scena il IV concerto sinottico che riassume in forma di spettacolo i temi sviluppati in mostra con altre idee in progressione. Il concerto è una sequenza di interventi teorici, teatrali, musicali e video.   15 novembre 2012 ore 19.30. Inizio alle ore 19. Durata di 22’.   Entrée- 45” Jimmie Durham, Nature morte - 2’ Elio Grazioli, Il pathos delle forme - 3’ Gianluca Codeghini, Keep watch - 5” Aurelio Andrighetto, La sfera senza requie - 3’ Elio Grazioli, Diciamo così I - 1’ Dario Bellini e Gianluca Codeghini, Crudeltà inaudite - 2...

09.10.2012

Ciechi

Sorprendenti i servizi televisivi sui falsi ciechi. I filmati mostrano la persona incriminata che entra in un bar o passa per  una via, per esempio, e fa senza difficoltà tutto quello che fa una persona vedente, evita ostacoli, si ferma a leggere un annuncio o un cartello stradale o altro. Il fatto è che per rispettare la privacy, le immagini sono tutte pixelate – malamente, con pixeloni enormi – per nascondere i volti di tutti, le targhe delle macchine, qualsiasi segno distintivo. Il risultato sono immagini in cui non si vede praticamente niente. Immagini accecate, verrebbe da dire, o forse per ciechi, chissà? Scherzi della televisione, più pretende e meno rischia di mostrare.   Poi, come al solito, viene però da pensare...

20.07.2012

Ugo Mulas alla Triennale

Nella prima sala della mostra ci sono le fotografie che Mulas ha scattato nei musei, a Berlino, a Mosca, in altre città, alla fine degli anni Cinquanta e inizio Sessanta. Guardava le persone – soprattutto i bambini e i ragazzi, poi quelli con la macchina fotografica in mano ma che non scattavano, o quelli che non guardano, alcuni addirittura appisolati, stanchi, e i gruppi anche – osservava il loro rapporto con le opere, il loro sguardo, la loro postura.     Non ho ceduto alla tentazione di paragonarlo alle foto di uguale soggetto di Luigi Ghirri e di Thomas Struth, o altri, come maliziosamente forse si vorrebbe insinuare, ma mi sono invece messo anch’io a guardare i visitatori della mostra intorno a me. Mi sono chiesto una sola cosa: Mettiamo che...

28.06.2012

Robert Rauschenberg fotografo, anche

Basterebbe la fotografia riportata in copertina. Vi si vede una di quelle opere che Rauschenberg chiamava combine painting, la cui parte centrale è occupata da uno specchio in cui si vede riflesso l’artista dietro la macchina fotografica. Ebbene lo specchio, e perciò l’immagine riflessa, vi sono così bene integrati nella composizione d’insieme che la figura vi pare parte connaturata, come fosse lì da sempre, come se fosse una fotografia invece che un riflesso. Un effetto davvero particolare e riuscitissimo che dice tutto del combine e del painting che sono la formula dell’artista. Un autoritratto? Sì, in questo senso “combinato”, cioè sia dell’artista sia dell’opera.   Robert...

17.05.2012

Invece di una fotografia

Una sorta di follia calma, assopita, introvertita: è seduto di fronte a me, le mani in mano, credo che si dica così, cioè una nell’altra riposte in grembo, non fa niente, ebete e pacato, guarda intorno senza alcuna agitazione né impazienza, anzi un po’ come al rallentatore, ma non veramente, solo pochissimo. Resterà sicuramente così fino alla fine del viaggio, fino a Bari (a proposito: al bigliettaio ha chiesto candidamente, con domanda che non aspetta veramente la risposta: “Va fino a Crotone questo treno?”. “No, queste carrozze solo fino a Bari. Lei dove deve andare?”. “A Bari”. Punto. Senza alcuna espressione, sottolineatura, commento...).   Non si capisce se si annoia, non è...

24.04.2012

Reversibilità

C’è una mostra a Milano in questo momento, allo spazio Peep-hole, intitolata Reversibility - A theatre of de-creation, ideata e curata da Pierre Bal-Blanc. Già il titolo è suggestivo, perché della reversibilità dà la versione non della freccia che rovescia l’entropia ma della continua interconnessione tra creazione e de-creazione, che non è distruzione appunto, suo opposto, ma smontaggio, decostruzione, come ormai si usa dire.   La mostra è composta da diverse opere di vari artisti ambientate tra loro, con speciale attenzione allo spazio, alla sua storia (prima di essere Peep-hole era già stata una galleria d’arte, poi un appartamento e di nuovo una galleria – e ora di nuovo qualcos’...

16.02.2012

Foto bruciate

L’amico Itaru Ito mi manda per email il racconto piuttosto straordinario dello scultore giapponese Ando Eisaku, in cui si rievoca la tragedia dell’11 marzo scorso. Ando si era ritirato da anni dalla città per vivere e scolpire in relativo isolamento in un piccolo villaggio sul mare. Negli ultimi tempi le cose gli andavano proprio male e faceva pensieri apocalittici con la moglie: se perdessi tutto e potessi salvare solo un oggetto, cosa sceglieresti? Lui, disperato, rispondeva: niente. La moglie: io forse il nostro album di famiglia. Una decina di giorni dopo, l’11 marzo, dopo anni di assenza, decidono di fare un giro in città, vedere qualche mostra, passeggiare nel centro commerciale. È il giorno della tragedia: alle 14 e 46 la terra trema....

28.11.2011

Il genio di Julian Schnabel

Julian Schnabel è davvero misterioso. Ad alcuni dà fastidio che non si capisca chiaramente quello che fa, soprattutto perché ha avuto un successo planetario, che continua da trent’anni. Tra i primi dell’ondata “New Image” o postmoderna, è riuscito a imporre grazie al suo grande talento un eclettismo sprezzato da molti. I suoi detrattori lo scherniscono perché ritengono che si dia arie da genio in tempi troppo sospetti per una cosa del genere, ma, qualsiasi cosa significhi genio, di sicuro lui ci prova. Così butta tutto quello che vuole sulle tele, oggetti di ogni tipo, oppure si limita a dipingere in maniera abbastanza tradizionale degli enormi volti; fa delle sculture con materiali trovati che non hanno niente di...

21.10.2011

Fotografare il teatro

Se non fossi stato a un incontro con dei gruppi teatrali, quasi sicuramente non ci avrei fatto caso, ma che cosa significa “mi sembrava di essere sulla scena di un teatro d’avanguardia”? Lo dice il protagonista di uno dei bellissimi racconti di Murakami Haruki raccolti in I salici ciechi e la donna addormentata (Einaudi, 2010) come se questo significasse qualcosa di evidente, se non di preciso, ed effettivamente è molto suggestivo. La scena del teatro d’avanguardia – accettiamo la terminologia generica – è effettivamente molto diversa sia dalla realtà che dal teatro tradizionale. Come la si deve o può fotografare allora?   Era la questione sottoposta a un gruppo di invitati, tra cui il sottoscritto, in un recente...

29.09.2011

Inconscio ottico

Fissando e diluendo, dettagliando o ingigantendo, mentre mi fa vedere qualcosa che a occhio nudo o a visione normale non vedrei o non noterei, la fotografia rivela forse anche qualcosa del profondo, fa venire a galla qualcosa dal fondo. Che cos’è infatti questa nostra smania di vedere di più, meglio, più da vicino, più tutto, che non ci sfugga niente? Smania enciclopedica o di controllo? In parte è sicuramente anche l’altra faccia di un qualche esibizionismo, ma certo non di mostrare tutto, ma di mostrare tout court, di ostendere, di esporsi come immagine. Il fatto è che per vedere di più bisogna appunto passare per l’immagine, la “riproduzione”, e questo vuol dire non solo dover guardare non la cosa...

13.09.2011

Walter Benjamin e la fotografia

Scriveva Walter Benjamin, con una visione poeticissima, che nelle tecniche e nei fenomeni che sono alla fine del loro sviluppo e che stanno scomparendo riluce per un’ultima volta un senso che anticipa ciò che verrà addirittura dopo la causa immediata della loro obsolescenza. Così il videorama anticipa il cinema scavalcando la fotografia che lo aveva reso inutile. Forse oggi la fotografia è in questa stessa situazione, resa obsoleta dal digitale e dall’era detta postmediale. Già si era minacciato di non produrre più la Polaroid, fra non molto c’è da aspettarsi di non trovare più neppure pellicole e materiali per lo sviluppo. La fotografia sta per essere sostituita da altro, digitale in senso esteso: Internet e...

07.07.2011

Non solo documentazione

Come intendere Alighiero Boetti? Come capirlo? Semplice nelle opere che voleva intenzionalmente chiare e godibili; eppure così strano da cogliere nel suo nucleo creativo, nel senso vero dei suoi atti. Perché faceva realizzare le opere agli altri, biro, arazzi, disegni con le sagome? È un’opera l’hotel che ha aperto in Afghanistan? Che cosa è l’arte nelle sue mani?   Molti ne hanno scritto, molti lo rivendicano, ma ancora non si è colto appieno il portato del suo atteggiamento. Il fatto è che Boetti ci mette di fronte alla limitatezza delle analisi formali e ci richiama al centro vivo dell’arte, e a quello pulsante dell’uomo: sistole e diastole, ma intanto il sangue scorre, come i suoi semplici dispositivi,...

31.05.2011

Cees Nooteboom. Raccontare la fotografia

Una coppia litiga perché lei è tutta concentrata nel fotografare i lampi, dopo poco lui viene colpito e ucciso da un fulmine. Uno scultore, che osserva la donna e sembra voglia trarne una scultura, alla fine ne fa una dell’uomo fulminato.   Uno dei libri più belli sulla fotografia uscito nel 2010 è la raccolta di racconti di Cees Nooteboom Le volpi vengono di notte (Iperborea), uno dei quali ho riassunto qui sopra. Tutti hanno la fotografia come argomento, una o più fotografie, la fotografia. Nooteboom non è nuovo alla faccenda, aveva già scritto un bel romanzo breve con protagonisti un fotografo e la sua modella giapponese, Mokusei, e il bellissimo testo in appendice a Hotel Nomade dedicato al fotografo Eddy Posthuma de...