Un libro, un luogo. San Giovanni della Cima

26 Agosto 2026

La Liguria, la vera Liguria, quella che va dai cento ai mille metri sul mare, resiste ancora, o almeno si può ancora immaginare come era. Basta superare con la mente alcune orrende costruzioni, ci si può ancora imbattere in lampi improvvisi d’ulivi aggrappati alle rocce come farfalle dalle ali polverose. Sorgono, questi lampi, da terrazze strette con muri a secco, e si perdono contro il cielo di un azzurro che corrode i crinali. I fondovalle e le rive marine sono da dimenticare.”

È la Liguria di Francesco Biamonti, rarefatta, sospesa, e allo stesso tempo concreta e reale.
È quella che compare in tutti i suoi romanzi, dove il paesaggio è protagonista assoluto: terre verticali di fronte al mare sulle quali gli esseri umani vivono esistenze provvisorie alla ricerca di un loro destino.
Una Liguria quella di Biamonti che riesce a parlarci ancora oggi; basta inoltrarsi per una creuza verso l’interno, sfiorando antichi paesi, per avvertire una bellezza assoluta e che sempre lascia una scia di domande sospese.
Una bellezza irrequieta, diversa da quella della campagna toscana, adagiata nella sua solare compostezza. Sì, esistono molte forme di Mediterraneo e le colline toscane, pur nella stessa luce, sembrano parlare attraverso altri sguardi.
Quali possono essere le ragioni?
Forse queste ragioni stanno in un paesaggio – la Liguria di ponente – che più di ogni altro sembra testimoniare il lavoro umano e come tale, la sua inevitabile fragilità. Di tutto questo, i suoi abitanti come per certi versi lo stesso paesaggio, sembrano portare un’istintiva consapevolezza.
Le parole di un grande storico, Fernand Braudel, sotto altra forma, ne sono una diversa conferma.

“La mano deve lavorare i campi sassosi, trattenere la terra che sfugge e scivola
lungo il pendio; se occorre, riportarla sino in cima o sostenerla con muretti in pietra a secco.
Lavoro penoso, e senza fine! Se si sosta un istante, la montagna riprende la primitiva
selvatichezza: tutto è da rifare”.

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È possibile ritrovare queste sensazioni salendo lungo i carruggi che dal paese di San Biagio della Cima salgono verso la cima del colle, vale a dire il monte Santa Croce. Procedendo in salita tra le case, improvvisamente le terrazze ulivate, le fasce in pieno sole, e una chiesa a guardia dei campi, sembrano sovrastare il paese, appena sotto, immobile tra luci e ombre.

San Biagio della Cima è stato ed è il paese di Francesco Biamonti: un piccolo comune in provincia di Imperia, di circa 1300 abitanti confinante con ‎Vallecrosia, centro abitato poco più grande affacciato sul mare.

Nei suoi romanzi, scritti sul finire del millennio, San Biagio della Cima è spesso trasfigurato in altri nomi (Aurno,Luvaira, Avrigue, Argela) ma la “sostanze” rimane fondamentalmente la stessa, un paese che è sì facile avvicinare a San Biagio della Cima ma che resta anche un immaginario geografico.

Un luogo posto a ridosso del mare o poco distante, arroccato su ripidi pendii, la Francia un orizzonte vicino. Ma sopratutto un paese la cui umanità resta sospesa tra un passato in cui sono ancora evidenti i residui della fatica e delle antiche tradizioni e un presente dove anche altre umanità, nuove, cercano un loro fragile destino. È così per i privilegiati abitanti affamati di luce mediterranea provenienti dal Nord Europa, è così per l’umanità disperata di migranti che vi transitano diretti verso confini che guardano alla ricca Europa. È un panorama comune, quello che nell’estremo ponente ligure può mostrare questa realtà.

“Attraversò Luvaira, uscì dal Vico soprano. C’era una luce a scaglie. Aùrno sull’altura sembrava errare su lamine d’aria, tutti i paesi lontani, sui crinali sembravano edificati sull’azzurro… arrivò sull’erta dei rosmarini e sedette al sole”.

Luoghi dove un tempo si era vissuto pienamente ma che ora apparivano sospesi tra due epoche differenti e dove solo la contemplazione sembra essere, nella “sostanza dei giorni”, l’unico tentativo per tentare di dare un senso ad ogni cosa: “sopra e sotto il suo uliveto la terra arida era attraversata da luccichii di pietre conchillifere. Com’era Aùrno adesso, com’era diventato? Già appartenuto alla “magnifica comunità dei sette luoghi”, non era più che un ammucchiarsi di sterili terrazze”.
Come se la contemplazione fosse la sola condizione possibile per tempi in cui il passato non ha alcuna continuità con un presente mentre questo non ha ancora rivelato la sua possibile natura.

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“Sui gradini della chiesa adesso stava seduto Jacopo Van der Helst, un professore olandese che abitava a Luvaira da molto tempo. Teneva sulle ginocchia un quaderno aperto e compitava sottovoce.

“Studio il polacco” disse levando il volto ironico e tranquillo. S’era accorto d’essere osservato

  • È perché studia che non è più venuto ad Aùrno?
  • È finito il tempo delle passeggiate, ho male alle gambe… vorrei rivedere il suo uliveto, è una bella terra.
  • Sì, ma un po’ troppo ingrata.

Attraversarono la piazza, entrarono nell’osteria. Il professore zoppicava leggermente.

  • Cosa beviamo?
  • Io bevo solo vino – Jacopo disse – vino del posto.

Era vino con un fondo mandorlato, evocava i mandorli dispersi sulle terrazze. Di là dai vetri scendeva la barra d’ombra del “picco degli angeli”, dentro quella barra fioriva qualche rosa.”

Ancora il paesaggio che nei romanzi di Biamonti è sempre il protagonista principale, un paesaggio da contemplare se non resta altro da fare, contemplare in attesa di tempi migliori, contemplare per cercare di capire e di guarire. Del resto, qualunque paese e qualunque paesaggio resta “vivo” solo nella misura in cui l’umanità che lo abita riesce a manifestare se stessa.
Così, nelle pagine di Francesco Biamonti il paese ha contorni geografici imprecisi ma nelle fragili vite dei suoi protagonisti mostra sempre un confine tra un passato e un presente che non dialogano tra loro: in mezzo un’eredità indecifrabile e senza alcuna promessa.
È in definitiva sui confini di questa frattura e di questa incertezza che la variegata umanità dei paesi descritti da Biamonti spende i suoi giorni.
È così per tutte le umanità malate, per quelle in attesa o anche solo “di passaggio” che lo abitano. In Vento largo come in tutti i suoi romanzi, è un’umanità incerta quella che trascina i suoi giorni, un’umanità incerta come i tempi che oggi stiamo attraversando.
Sta probabilmente nella trasfigurazione di questa inquietudine l’attualità di Biamonti.
Così, camminare per le strette strade in salita di San Biagio della Cima può anche non avere nulla di letterario e un’aria di asettica neutralità accoglie il visitatore in cerca delle atmosfere create dallo scrittore. Eppure, usciti dalle sue pagine, anche non avendo letto nulla di Francesco Biamonti, è probabilmente la stessa inquietudine quella che si può provare nel guardare e nell’immergersi nel paesaggio di questa parte di Liguria.
Un paesaggio immerso nella stessa luce delle colline toscane, ma che con le sue domande sospese resta lontano da ogni placida armonia.

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