V13: Carrère davanti ai terroristi

23 Marzo 2023

Emmanuel Carrère ha mostrato da sempre una peculiarità: riuscire a cambiare pelle in ogni sua prova letteraria senza però mai scomparire, disseminando tracce della propria identità. Ora si ripresenta con V13 (Adelphi, 2023), cronaca del processo ai responsabili (i complici e un sopravvissuto) degli attentati che il 13 novembre 2015 hanno devastato Parigi, con il tragico bilancio di 130 morti, oltre 400 feriti di cui 99 gravi. Le udienze sono iniziate venerdì 13 settembre 2021, di qui il titolo del libro, e sono durate fino al giugno 2022, impostate su 14 accusati, 350 avvocati, 1800 parti civili, accompagnate da più di 500 faldoni di carte processuali la cui altezza, se impilati, avrebbero superato i 50 metri. 

Il libro rappresenta la sfida dell’autore, presente alle udienze, di raccontare giorno dopo giorno i fatti mantenendo il ritmo processuale come se fosse una “cronaca giudiziaria”. Ma di quale cronaca giudiziaria si tratta? Nel tempo non sono mancati i resoconti di storie criminali da parte di scrittori che hanno osservato la realtà nitidamente oppure reinventandola. Una squadra numerosa, ricca di qualità anche per la presenza di autori celebrati nella loro produzione abituale. Dickens e Cechov sono stati cronisti giudiziari, il primo con Guardie e ladri e il secondo con L’affare Rylock. Andre Gide è stato giurato della Corte di Assise di Rouen come attestano i suoi Ricordi della corte di assise. Jean Giono non ha perso un’udienza del celebre affare Dominici portato poi sullo schermo da Gabin. Non sono mancati gli italiani come Dino Buzzati (La nera di Buzzati in questa rivista), per non parlare di Brancati e Moravia che hanno svolto considerazioni generali su celebri casi degli anni ‘50, come quelli riguardanti Bellentani ed Egidi (L’Europeo del 1952). 

Questo pur asciutto panorama mostra due ispirazioni: l’osservazione può essere mossa dall’interesse per il fatto singolo, cioè per il “fait divers”, scrutato per individuare il colpevole, oppure per un fatto di proporzioni colossali che offre spaccati della società. Il romanzo V13 appartiene alla seconda categoria narrando attraverso il processo il dramma immane delle vittime, le motivazioni degli imputati alimentate dalla loro cultura e dal terrorismo.

Un’altra particolarità del libro di Carrère, rispetto alla classica cronaca giudiziaria, è l’aver fissato l’obiettivo sul dibattimento processuale. In V13 non compare alcuna inchiesta, diretta a scoprire i colpevoli attraverso inquirenti illuminati come nei romanzi d’indagine. I documenti sono già stati raccolti e si ascoltano in aula le persone, che siano testimoni o imputati, con la vittoria della parola e la sconfitta della carta, come peraltro il processo penale moderno vorrebbe, sempre e comunque. Questo non toglie che ogni paese abbia le sue peculiarità. Di regola la Corte di assise francese è composta, oltre che da magistrati togati anche da cittadini sorteggiati come in Italia, mentre nei processi di terrorismo, come quello narrato, la composizione è di soli magistrati togati, il presidente e quattro giudici. Sono loro per primi a interrogare i testimoni e gli imputati “per restare neutrali e tecnici” per poi lasciare spazio al pubblico ministero e ai difensori. Un modo di procedere diverso dal nostro, abbandonato con il codice del 1989 influenzato dal sistema anglosassone in cui il ritmo processuale è scandito dagli interventi delle parti e dal mutismo della Corte. I meccanismi, diversi per le varie ispirazioni socio-istituzionali, non intaccano il significato di fondo: la prova su cui fondare la decisione si forma davanti a tutti nel contraddittorio tra le parti. Il teatro è l’udienza pubblica, in questa vicenda incardinata ogni giorno, in stretta successione, sempre dalle 12.30 alle 19.30. 

La struttura narrativa si snoda in tre parti: le vittime, gli imputati, la Corte con suddivisioni interne che dovevano costituire i titoli delle cronache su L'Obs, il giornale che le commissionò. 

Innanzitutto le vittime. Molte di loro si sono costituite parti civili attraverso i difensori, “perché la loro sofferenza sia ascoltata, per ottenere un conforto morale, non un risarcimento economico”. I racconti occupano decine di udienze con l’inevitabile descrizione dell’orrore incolpevole subito, dai corpi aggrovigliati al senso di colpa dei sopravvissuti, ossessionati dal volto di “qualcuno che invocava aiuto, che forse avrebbero potuto soccorrere e non hanno soccorso. O perché dovevano soccorrere qualcun altro, qualcuno che amavano, qualcuno che veniva prima. O per salvarsi la pelle, perché loro stessi venivano prima. Quelli che hanno agito così non se lo perdonano. Alcuni lo dicono, con parole strazianti”.

Carrère, quando si sofferma su queste tragedie, scrive che in realtà questi eventi sono irripetibili, schiacciati nella loro unicità pur nell’ambito di una tragedia collettiva: “ciascuno li ha vissuti con la sua storia, con le sue conseguenze, con i suoi morti, e li racconta adesso con le sue parole”. Rimane “l’accento di verità” nonostante la scelta, come tale parziale, di cosa raccontare e cosa lasciare nell’ombra. La scrittura è semplice, onesta, sorretta da una sorta di oggettività peraltro quasi impossibile da raggiungere: “voleva alzarsi per fuggire e si appoggiò a terra con le sue mani. Ma la terra sotto le sue mani era soffice: non era sulla terra che si appoggiava ma sulle persone, e non erano più persone ma corpi”; “Tra coloro che ne sono usciti vivi, una donna ha detto che la cosa peggiore per lei è stata quella di essere stata calpestata. Altri dicono che per loro la cosa peggiore è aver camminato”; “Jean-François ha detto: ‘Sono triste’ [...] e dal tono della sua voce ho capito che era distrutto nel profondo”.” 

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Sulla scena del processo compaiono poi gli attori giudiziari. Innanzitutto la Corte, cui è delegato quel compito del giudicare che terrorizzava il giurato popolare André Gide, promotore di una collana editoriale dal titolo perentorio: "Non giudicare”, convinto che quello è il compito della giustizia, non dell'opinionista. 

Nel caso specifico è presente un versante drammaticamente nuovo, adeguatamente sottolineato: comprendere le azioni di chi appartiene ad altra cultura e agisce di conseguenza per poterlo giudicare. E collateralmente, quando le culture “sono alla sbarra”, la consapevolezza di non dover immettere automaticamente la propria formazione storico-culturale nel giudizio, come se fosse l’unico parametro utilizzabile. 

Compaiono poi gli avvocati, cui viene rivolta la fatidica e classica domanda: come si può difendere un terrorista? L’autore ricorda le risposte di J. Verges, avvocato noto per le sue posizioni fuori dagli schemi: “non posso sopportare che un uomo solo, fosse anche la peggiore canaglia, sia ingiuriato da una folla di linciatori. Un giorno mi hanno chiesto se avrei difeso Hitler, ho risposto Difenderei persino Bush”. Ma la frase è provocatoria come peraltro nel costume di chi la pronunciò, e l’autore interpella altri legali, ad esempio chi è stato nominato attraverso il gratuito patrocinio: “difendere le vittime è nobile e bisogna farlo. Per difendere presunti terroristi ci vuole passione, si deve amare la lotta. C’è sempre qualcuno che identifica i difensori con i loro assistiti, chi si somiglia si piglia”. E ancora un avvocato, difensore di imputati di primo livello, così si esprime: “non difendo nessuna causa, ma non rifiuto nessun imputato. Non sono d’accordo con gli imputati a differenza di Verges che approvava la loro causa. Non difendiamo la pedofilia o il terrorismo, ma siamo disposti a difendere un pedofilo o un terrorista. Fare l’avvocato è questo: fare tutto il possibile perché l’imputato sia processato sulla base del diritto e non delle passioni”. Difficile dire meglio.

E poi gli imputati. “Per le vittime si prova pietà, ma è dei colpevoli che si cerca di capire la personalità”, questa l’inclinazione comprensibile, anche se ardua, dei motivi che hanno scatenato gli attacchi di Parigi. Desta attenzione soprattutto Salah Abdeslam, condannato al carcere perpetuo, cioè all’ergastolo senza fine. Egli è entrato nel locale con una cintura esplosiva ma è poi scappato prima di attivarla. Lo ha fatto volontariamente o la bomba si è inceppata? Nonostante questa incertezza è stato duramente sanzionato per farne un capro espiatorio essendo morti i suoi compagni terroristi? Paga anche per loro? La domanda ricorre più volte nel libro, anche se, scappato per resipiscenza o per materiale fallato, la sua posizione difficilmente avrebbe potuto essere risolta diversamente in quanto concorrente morale con gli esecutori materiali. 

Si avverte nelle pagine una particolare sensibilità, ad esempio, descrivendo i controlli di polizia all'ingresso del Palazzo di Giustizia: “Per quanto addestrati possano essere nel sospetto, i gendarmi chiaramente non sono in uno stato di massima vigilanza quando vedono avvicinarsi, distintivo in croce di Sant'Andrea, un tipo come me […] Chi allora, subito, li metterebbe in allerta? La risposta è quindi inconfessabile ma certa: un arabo. […] Un tale individuo, non ce n'è nessuno tra noi. Gli unici che possiamo vedere in questa prova sono nella scatola”, cioè nell’aula del processo. In questo sforzo di comprendere la personalità, la formazione e quindi la cultura di chi deve essere giudicato, significativa è la citazione in aula di un esperto culturale per approfondire questi aspetti, come peraltro propugnato anche in Italia (Ruggiu, Il giudice antropologo, Franco Angeli 2016).

Hugo Micheron, arabista, professore a Princeton, ricorda la grandezza dell'Impero Ottomano con successivi crollo, miseria, rivolta e infine trasformazione in organizzazione terroristica. Carrère trascrive le parole di Salah Abdeslam: “Tutto quello che dici su di noi, i jihadisti, è come se stessi leggendo l'ultima pagina di un libro. Quello che serve è leggere il libro dall'inizio”. Traspare, sensibile, il turbamento per la percezione che “l’assassino è tra noi”: non è riconoscibile, potrebbe essere il vicino o il collega, potrebbe ispirare fiducia o far trasparire umanità come un imputato che all'improvviso accetta di parlare avendo incontrato lo sguardo della madre di una vittima che gli ha ricordato la propria madre: "Non posso riportare indietro sua figlia a lei. Non posso renderla felice. Ma posso provare a rispondergli…. i suoi compagni hanno ucciso persone innocenti in Francia, ok, ma gli occidentali hanno ucciso in Iraq e in Siria molto di più e molto più vigliaccamente”. In una lettera un altro imputato annota: “I miscredenti sono nostri nemici. Odiali con tutto il cuore ma non darlo a vedere. … Nella religione, prendiamo tutto o lasciamo tutto”.

Il monito è cercare di capire, non cancellare nulla, risalire nella storia della Jihad fino al tramonto dell'Impero ottomano dopo la prima guerra mondiale. “Quel che m’interessa è il lungo processo storico che ha prodotto questa mutazione patologica dell’Islam”. Salah Abdeslam: “quel che non va in questo processo è che non si fa nessuno sforzo per capire i jihadisti.”. La preoccupazione dell’autore è trasmettere la tensione, l'emozione, la spinta intellettuale, il ritmo durante le sessioni. “Questi giovani […] che si susseguono al timone, vediamo la loro anima. Siamo grati, inorriditi, cresciuti”. L’obiettivo è trasferire voci senza ingannare e senza cercare di imporre le proprie convinzioni dell'autore. “Essere pronti a morire per uccidere, essere pronti a morire per salvare. Qual è il mistero più grande?” Il materiale è riportato in chiave laica, umana, utilizzando il doppio strumento del microscopio e del cannocchiale. Da un lato ci avvicina alle esperienze vissute dei singoli, alla tragedia casuale di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Dall’altro ci allontana dalle singole individualità per cogliere l'esistenza umana travolta dal “male”, dalla violenza di quelle ore: “Il male immaginario – ha scritto Weil – è romantico, romanzesco, vario; il male reale incolore… desertico, noioso. Il bene immaginario è noioso; il bene reale è sempre nuovo, meraviglioso, inebriante”. 

Un processo quindi storico, monumentale. Non esemplare però come il processo di rottura teorizzato da Verges (Strategia del processo politico, Einaudi, 1987) in cui gli imputati rifiutano i meccanismi processuali, si appellano alla folla o al giudizio della storia, rispondono solo per proclamare la loro diversità rispetto allo Stato che li vuole giudicare. Dalle pagine del romanzo traspare invece la volontà degli imputati di spiegare il loro gesto, la loro religione, la fedeltà al loro credo.

Non esemplare anche per un altro motivo. Il processo è un ingranaggio strutturato su regole predeterminate dalla legge, è “giusto” quando risponde alla violenza senza ricorrere alla vendetta ma con modalità rituali, con ritmi scanditi nei codici dello Stato. Nelle pagine di V13 si legge questo senso proprio perché è narrato un processo senza sorprese, con gli imputati confessi salvo uno e le vittime purtroppo unite nel loro dolore. L’unica incertezza risiede nella pena da infliggere, come risposta meditata e regolamentata di fronte ai reati commessi. Un ‘teatro della riparazione’, come osservato Cesare Martinetti, che si svolge in una dimensione civile, come quella adottata dall’Italia durante i processi che seguirono alla stagione del terrorismo. Il tutto nell’aula, secondo l’autore una chiesa moderna in cui si svolge qualcosa di sacro”. 

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