Nextnature di Koert Van Mensvoort / Il funambolo e le sue macerie

5 Marzo 2022

Il saggio NextNature di Koert Van Mensvoort (trad. di Gabriella Gregori, D Editore, 2022) arricchisce il filone delle recenti opere di non-fiction che hanno preso in esame temi legati al postumanesimo.

In questo caso l’autore predilige una lettura distaccata che si avvicina a un’analisi di tipo biologico e sistemico. Per questo motivo, le riflessioni contenute nel saggio, pur focalizzandosi sul concetto di natura, si distanziano sia dalle correnti ecologiste (che l’autore posiziona a metà strada tra il senso di colpa per la crisi ecologica e la critica fondata dell’Antropocene) sia da quel transumanesimo che intravede l’era in cui l’umanità sarà liberata da “catene” come la povertà, la vecchiaia e la morte grazie all’accelerazione degli sviluppi tecnologici. 

La costruzione è ambiziosa e per alcuni versi riuscita. Si tratta di presentare i cardini di una teoria che permetta di generalizzare queste posizioni “militanti” in una prospettiva di ordine maggiore, dopo aver evidenziato la loro insufficienza. Tecno-ottimismo e catastrofismo ecologico non sono altro, per Van Mensvoort, che reazioni scomposte del genere umano di fronte agli sconvolgimenti ecologici e sociali generati dalla tecnologia. 

 

Prima di tutto, però, bisogna chiarire che la natura così come la si intende in questo saggio è un’entità primaria e inclusiva, quasi si trattasse di un sinonimo di “cosmo”. Da ciò deriva che fenomeni anche profondi come l’evoluzione vengano relativizzati a processi derivati, nonostante proprio questa, che con le sue leggi decreta la sopravvivenza di organismi dotati di una maggiore organizzazione e stabilità, acquisti un ruolo centrale in tutta la riflessione. 

Il passo successivo, altra chiave del ragionamento, è che in assenza di una discontinuità evidenziabile tra l’animale e il genere Homo, la cultura deve essere considerata anch’essa un prodotto della natura: la legge che ha “premiato” la formazione di organismi uni- e pluricellulari è la stessa legge che assicura un vantaggio evolutivo a organismi culturali, idea che si incarna, ad esempio, nelle fascinazioni della Terra vista dallo spazio, indistintamente illuminata dai vulcani e dalle luci delle città e, proseguendo, nella “naturalità” di organizzazioni come stati, religioni e imprese. 

 

Tuttavia, non si tratta solamente di dover riconsiderare la definizione di natura. Van Mensvoort pone un accento forte sull’idea precostituita di un ambiente che appare naturale solo nel momento in cui non vengono percepite forme direttamente riconoscibili come artificiali – è il fotografo che cerca di immortalare il paesaggio escludendo il più possibile le tracce della presenza umana, automobili, edifici, e così via – mentre invece è necessario iniziare ad accettare l’idea di un ambiente sempre più integrato nella “tecnosfera”.

Il concetto è mutuato dalle ricerche dello scrittore e ambientalista statunitense Kevin Kelly, a cui dobbiamo una recente rivisitazione delle teorie riguardanti l’impatto globale del genere umano, inclusa appunto la natura tecnica. Questa, molto lontana dall’essere “verde”, è piuttosto un terreno che include sia ciò che ascriviamo alla sfera del naturale pur trattandosi di una nostra creazione (come i bonsai, i tulipani arcobaleno e le banane transgeniche), sia quei complessi fenomeni artificiali che presentano caratteristiche di non controllabilità (i virus informatici, la finanza e gli algoritmi basati sull’Intelligenza Artificiale). 

 

Aggiornare la nostra idea di natura significa quindi superare le forme di conservatorismo che sono legittimate dalla nostra percezione. Operazione che secondo Van Mensvoort ci richiama a un compito quasi impossibile. In più parti del saggio si mostra infatti quanto sia problematico e politicamente insidioso accettare l’idea di una natura in cui l’intervento dell’uomo sia giustificato, specie di fronte alla catastrofe ambientale di dimensioni epocali che si sta delineando. 

Allo stesso tempo, è proprio nella constatazione di un pianeta ormai completamente tecnologizzato che la prospettiva dell’autore può iniziare ad abbandonare l’umano per avvicinarsi a quella abbracciata da altri teorici del non-umano, siano i “progressisti” come Donna Haraway o i “conservatori” come Eduardo Viveiros De Castro e Bruno Latour. 

 


In modo analogo a quanto avviene nel lavoro di questi pensatori, il principale obiettivo è compiere un salto che consenta di riuscire a vedere il mondo ponendosi fuori dalla prospettiva antropocentrica, pur rimanendo umani. La differenza sostanziale è che per Van Mensvoort non si può recuperare una sintonia perduta con gli altri regni del vivente senza prima abbracciare una nuova consapevolezza sulla nostra specie, a partire dal carattere esplosivo – brevissimo e intenso – dell’apparizione del genere umano sulla Terra. In altre parole, solo comprendendo la nostra natura di animale tecnologico, sarà possibile comprendere la natura del pianeta e del cosmo.  

 

Natura prossima, “next nature”, è il concetto con cui Van Mensvoort sintetizza ciò che precede, include e supera l’umano. In una lettura ormai condivisa all’interno del postumanesimo, siamo di fronte a una natura prossima quando l’impianto tecnologico, a fronte della sua crescente complessità, inizia a presentare tratti di insondabilità e incontrollabilità, rendendosi assimilabile, a sua volta, alle classiche forme di natura.

Per introdurre questo concetto, l’autore si avvale di uno schema a forma piramidale che esemplifica il percorso di tutte le innovazioni tecnologiche. Queste possono rimanere nella parte bassa della scala, continuando a essere percepite come entità artificiali, oppure spingersi verso il vertice, ovvero integrarsi sempre più nelle nostre vite fino a diventare naturali: sono tecnologie come gli indumenti, la scrittura e l’agricoltura, legate così profondamente alla nostra identità che è ormai difficile considerare umano chi non ne faccia uso.

 

A partire da questo momento, l’autore conclude la parte retrospettiva e inizia a spingersi nel terreno della previsione, e prevedibilmente iniziano a emergere i limiti maggiori nel ragionamento. Il formato di saggio divulgativo adottato porta Van Mensvoort a cercare a tutti i costi una sintesi poco incisiva, una tendenza alla superficialità che, per ironia del caso, non fa che rafforzare i suoi dubbi sulle capacità del genere umano di mettere ordine nei temi complessi. 

Un limite che si evidenzia anche nelle opere (fin troppo note) che l’autore prende come base per le sezioni conclusive del libro, Il gene egoista di Richard Dawkins e Sapiens di Yuval Noah Harari, lavori caratterizzati a loro volta da una tendenza alla ipersemplificazione. In modo analogo a quanto avviene in queste due opere, si ha l’impressione che Van Mensvoort resti incastrato tra piani diversi, soprattutto nel tentativo di conciliare la pura speculazione filosofica con l’analisi politica. Se, ad esempio, possiamo essere concordi che l’avvento della plastica sulla Terra rappresenti l’inizio di una condizione vantaggiosa per future forme di vita (piano filosofico / sistemico), ciò non rappresenta un argomento per relativizzare il lavoro di organizzazioni come WWF o Greenpeace (piano politico).

 

In ogni caso, la lente non specialistica e multidisciplinare utilizzata da Van Mensvoort (che non è né biologo né storico, ma designer, artista e filosofo) consente di suggerire alcuni scenari interessanti senza dover fare i conti con dei vincoli disciplinari troppo stringenti, in particolare, a partire dal momento in cui l’autore propone l’immagine di un’umanità diventata ingranaggio della natura prossima e il piano del discorso viene traslato gradualmente verso un’analisi di tipo futurologico.

 

L’immagine dell’Homo Sapiens non più al vertice della piramide evolutiva ma eventualmente parte funzionale di un organismo superiore – cioè appunto di quella tecnosfera di cui ha perso il controllo – introduce alcune riflessioni aggiuntive, la più stimolante delle quali è il cortocircuito di un’umanità costretta a lottare contro la sua stessa evoluzione. Quest’epoca prossima (analoga a quella che il creatore della contestata “ipotesi Gaia”, James Lovelock, ha ribattezzato come “Novacene”) non può che essere il predicibile avanzamento della natura prossima: lo stadio più aggiornato di un processo che sovrapporrà alla nostra specie delle forme di organizzazione capaci di autoregolarsi, riprodursi e di evolversi in modo autonomo rispetto alla nostra volontà. 

Riflessioni, inoltre, che si prestano a essere integrate con ulteriori concetti a cui Van Mensvoort sta lavorando all’interno di un think tank con base ad Amsterdam di cui fa parte e in cui intervengono diverse discipline. Tra questi possiamo ricordare la antropomorfobia, una nozione sperimentale con tratti simili all’uncanny valley di Masahiro Mori che indicherebbe la paura di riconoscere caratteristiche umane in oggetti non umani, come il caso dell’ansia indotta da una manifestazione troppo umana di un robot. 

 

Il saggio si chiude con il tentativo di individuare strategie che possano metterci al riparo da eventuali pensieri catastrofisti e ci consentano di vivere al meglio i tempi a venire. Qui l’invito – forse di nuovo troppo generico – a concentrarci sul significato della parola “umanità”, che assume nelle battaglie che attendono la nostra specie il significato di “fratellanza” e di “solidarietà”, e che contiene l’ultimo paradosso del libro: come potranno gli umani difendere la loro natura, partendo dall’assunto che da questa dipende la loro dissoluzione? 

Non essendo dato un deus ex machina, tutto suggerirebbe che l’umanità uscirà sconfitta, e non per le sue azioni, ma per ciò che è. Ha certamente senso raccogliere l’invito di Van Mensvoort a rinforzare la nostra capacità di accettazione, cercando di guardare oltre il presente e ampliando le nostre prospettive, e calandoci sempre più dentro le pieghe di una natura “che ama nascondersi”. Per il momento l’esercizio suggerito assomiglia a un’impossibile forma di funambolismo: camminare sospesi sulle macerie che abbiamo creato per liberarci dai nostri sensi di colpa.  

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO
locatelli