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Bambini / Ciao, sono Michele

Ci sono tanti modi di descrivere la frattura che in ogni società, che sia una famiglia, l’Italia o oggi il mondo, segnala la necessità di un rinnovamento. Ogni crisi è insieme il pericolo del crollo di un ordine e l’opportunità per un rinnovamento, e siamo sempre in crisi. Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, o Dalla parte delle bambine di Elena Giannini Bellotti, alcuni dei Comizi d’amore di Pasolini si mettono in ascolto e dalla parte di quello che è reale e nascente. La Morante secondo me lo fa in modo meno letterario e più efficace nel magnifico Aneddoti infantili pubblicato alcuni anni fa da Einaudi raccogliendo cose sparse, che probabilmente lei non avrebbe neppure immaginato potessero fare un libro. Ma lo fanno, e magnificamente.   Opera di Christiane Spangsberg. Cosa fanno dunque i bambini in una società e dove sono finiti nella nostra? Racconto un aneddoto che mi aiuta ad avvicinarmi al punto. Mia madre è morta quasi un anno fa e naturalmente i primi mesi sono stati piuttosto cupi. Uscivo la sera con il cane, fumavo qualche sigaretta e aspettavo che la nostalgia della sua vita la smettesse di tirarmi via dalle cose in cui vivevo. Questo era ovviamente...

Osservatorio Fondazione Prada / Surrogati. Un amore ideale

Manichini di legno, pelli sintetiche, giunture e parti meccaniche. L’ossessione dell’uomo per la creazione di replicanti, automi perfetti su cui vantare una potestà totale e totalitaria, non è un effetto della contemporaneità. Già nell’Iliade (libro XVIII), infatti, si racconta di come il dio Efesto avesse fabbricato delle ancelle d’oro dotate di “forza e favella” e “simili in tutto a giovinette vive”, in grado di aiutarlo nel lavoro di fucina.  Di fronte alle fotografie esposte da Jamie Diamond e Elena Dorfman all’Osservatorio della Fondazione Prada (fino al 22 luglio), tuttavia, il desiderio umano di reiterare l’impresa divina sembra aver raggiunto una sorta di appagamento, cullato in una dimensione di artificialità morbida e confortante, al gusto di silicone.    La mostra, curata da Melissa Harris, indaga le possibilità di relazione tra uomo e surrogati artificiali, ponendosi in linea con le attività promosse dall’Osservatorio della Fondazione Prada dedicate all’utilizzo contemporaneo del medium fotografico e alle sue implicazioni culturali e sociali. Il percorso espositivo si apre con la serie Nine months of reborning (2014) di Jamie Diamond, composta da cinque...

Theoria degli affetti. Abitare le conseguenze / Uno strappo tra ospizio e mondo esterno

La “terza età” fa venire in mente il “mito d’oggi” (Barthes) dei giocattoli socializzati, che riproducono, in piccolo, il macrocosmo degli adulti – macchine, eserciti, fattorie, cucine. Il bambino è un homunculus a cui sono forniti gli stessi oggetti dell’adulto, aggiustati alla sua misura. Ma avanza verso quel modello.  Negli ultimi cinquant’anni gruppi di potere, industrie farmaceutiche, mass media, enti pubblici e privati nei settori igienico-sanitario, alimentare, amministrativo, manutentivo, hanno costruito un’immagine della “terza età” che passa come “naturale”. Si vive sempre più a lungo e quindi si è “giovani” finché si può, finché si ha la fortuna di esserlo. Ci si comporta, si lavora, ci si risposa, si fanno figli imitando il trentenne, l’“adulto perfetto”, e ritardando il più possibile l’invecchiamento, con rimedi di vario tipo. Così anche l’anziano è diventato un homunculus: arretra verso l’adulto.    La perdita della giovanilità marca la fine della “vita”. Segue poi una fase che intenzionalmente si rimuove, ma che, nel buio, è uno dei business più redditizi, articolati e complessi del XXI secolo. “Vecchio” è una parola tabù nella cultura occidentale,...

Bisogna bruciare Siti?

«“Mettermelo in culo”, disse, con tranquilla innocenza, Ernesto»: così risponde un ragazzino sedicenne, nella Trieste del 1880, a un uomo adulto che gli ha fatto capire le sue intenzioni erotiche e gli ha dichiarato, in dialetto, e usando un rispettosissimo pronome di terza persona, «non sa cosa mi piacerebbe tanto farle?». La forza eversiva, scandalosa, della battuta, circondata da un’aura che si percepisce ancora oggi, composta dalla magica rarefazione del dialogo, della situazione imbarazzante, della differenza di classe (Ernesto è colto, di famiglia medio borghese, il bracciante è povero, usa quasi sempre la lingua del popolo), non sta certo nel termine usato e nell’atto che presuppone. Nell’Italia del 1975, quando esce il romanzetto di iniziazione scritto da Umberto Saba durante un soggiorno in clinica più di vent’anni prima, e mai pubblicato, il termine e il verbo hanno di sicuro perso forza e peso. E qualcuno potrebbe sempre rifarsi allo stesso atto che Lawrence mette in scena tra la consueta e ormai desueta Connie Chatterley e il guardiacaccia, oppure contare quanta frequenza ha lo stesso atto in una pagina di Sade, dove, come insegna Barthes, il coito anale ha uno...

12 ottobre, Milano, Libreria del Mondo Offeso / Andrea Bajani. Un bene al mondo

C’è un mondo là fuori ed è più grande di noi. Noi bambini con il nostro dolore a forma di cane, noi bambine sottili, noi uomini alti uno novanta e con la barba a coprire le guance. È grande il mondo e sono grandi le promesse che facciamo “senza conoscerne il significato”.   E allora come si fa?   Come si fa a scrivere, a camminare per una città, come si fa a perdersi, a guardare un film e a fare l’amore?   Andrea Bajani nel suo ultimo libro racconta una storia, una storia che sembra una favola ma non lo è, perché se lo fosse, scrive, alla fine ci sarebbe un nuovo inizio, perché le favole fanno così, e in qualche modo un nuovo inizio avrebbe la forma di una soluzione.   Il mondo grande là fuori, nelle pagine di Un bene al mondo, diventa un paese piccolo, ma non fa troppa differenza, perché quel paese piccolo è un po’ tutti i paesi del mondo. C’è una piazza, una strada, il bosco, una ferrovia che taglia in due il paese e ai margini un cimitero. C’è una casa che è un cubo con le sue porte, come lo sono altre case e come in fondo è anche il mondo grandissimo. Anche lui ha le sue porte: lo si può percorrere, si può attraversare e si può persino uscirne.   Poi c...

Il Macbeth pulp di Andrea De Rosa

“Un classico – dichiarava Italo Calvino in un celebre articolo dell’81 – è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Esaltato come croce e delizia dall’avventura postmoderna, questo è il destino riservato in scena alle opere di Shakespeare, così come al suo Macbeth, opera che – soprattutto rifratta nei grandi traumi del “secolo breve” – ha fatto tremare (e riflettere) generazioni. Il re più nero dell’opera del Bardo riempie di sé, della propria ambizione e dei propri massacri la tragedia più breve dell’opera shakespeariana; storico come il Giulio Cesare ma rapito dagli incantesimi dell’individualità come le creature del Sogno, più tiranno di Riccardo III, più ambiguo di Amleto e più sanguinario delle figlie di Lear è stato il rovello d’eccellenza per i tanti pensatori e registi che vi si sono accostati: Visconti, Kurosawa, Orson Welles e Polanski; Jarry, Ionesco e Heiner  Müller.   Macbeth. Frédérique Loliée e Giuseppe Battiston.   C’è chi, naturalmente, ci...

Giocattoli a New York

Iniziata il 29 luglio e destinata a chiudere il 5 novembre, è in corso al MOMA di New York la mostra Century of the Child: Growing by Design, 1900-2000. Il titolo, tratto dall’omonimo libro della svedese Ellen Key, uscito proprio nel 1900, dove il secolo che veniva era preconizzato come un’era in cui la società si sarebbe sempre più interessata al benessere e alla felicità dei suoi bambini, è rivelatore della fiducia razionalista che informa l’impianto della mostra.   L’esibizione è articolata in sette stazioni, corrispondenti ad altrettanti momenti topici del Novecento. Si parte dal riconoscimento freudiano del bambino come individuo e dallo slancio riformatore di Maria Montessori per procedere poi attraverso l’età delle avanguardie, il modernismo (anni 20), l’inserimento del bambino nel al corpo politico della nazione (anni 30), la rigenerazione del dopoguerra, il boom del mercato per l’infanzia (1960-1990) e il contemporaneo tentativo di disegnare un mondo migliore (1960-2000).   L’assunto della mostra è che uno dei tratti distintivi della ragione...

Ricomincia il campionato e, poi, la scuola

Abdi sembra un ragazzino come tanti; sullo sfondo ancor prevalente di visi pallidi i colori non destano ormai più particolare attenzione e curiosità. Eppure, parlandoci a quattrocchi per allenarlo alla nuova lingua, si scopre che nel suo paese c’è stata fino a ieri la guerra civile: le camionette dei militari con mitragliatrici innestate hanno invaso il suo quartiere ed ha visto ammazzare la gente per strada. Con la mamma s’è chiuso in casa un sacco di tempo, le provviste in progressivo calo ed il padre che gli telefonava dall’Italia tutti i giorni. Ciò mentre con filmati sulla trincea e la voce di vecchi partigiani si cerca di rendere reale qualcosa del genere ai suoi compagni di classe. Ciò mentre uno di loro da mesi non viene più a scuola perché ha paura che la madre in sua assenza una bella mattina se ne scappi lontano. I racconti di Abdi per ora li tengo da parte, in attesa di utilizzarli appunto per tentar di forare la bolla di rosso virtuale che avvolge i suoi compagni fruitori di sparatorie da playstation. E dunque non è questo a segnare in lui la differenza. Piuttosto, ad osservarlo con...

Uomo che si veste per il carnevale, Sampeyre, 1971

Uno uomo che si prepara per la sfilata di carnevale rimane per sempre un bambino.   Anche se ora ha quasi ottanta anni e non è più la mamma a vestirlo, ma la figlia.

Bambina con la sua capra, Benares, 1972

  Non era facile capire chi portasse al pascolo chi.   La capra, in effetti, oltre che essere più pettinata, aveva un’espressione di responsabilità nettamente superiore.

Enzo Paci a Rio de Janeiro

Domenica, un amico ci invita a pranzo. A Rio accade ancora. Sconcertante. A Milano e dintorni capita così di rado! Io, lui e un terzo amico filosofo parliamo della hit parade dei filosofi italiani all’estero, sono una decina, dei quali tre o quattro al top delle classifiche. Dico che il filosofo italiano più importante per la mia formazione fu Enzo Paci (1911-1976). All’estero è quasi sconosciuto, come noto.   Il padrone di casa si assenta per un istante e torna con un libro tra le mani, come una reliquia: Il senso delle parole, 1963-1974. Edizione curata da Pier Aldo Rovatti. Non lo possiedo, né ero al corrente che questi scritti fossero raccolti. Si tratta di una serie di saggi pubblicati su aut aut tra il 1963 e il 1974, anche se nell’introduzione c’è un refuso, si dice che gli articoli stanno tra il 1936 e il 1947. Me lo regala.   Leggo un breve saggio scritto nel numero 108, 1968, dedicato ai movimenti studenteschi che stavano sorgendo nel mondo. Tra gli altri autori di quel numero Franco Fornari (1921-1985), Lucio Gambi (1920-2006), Franco Catalano (1915-1990), Gillo Dorfles (1910). Chi non li...

Marco Franzoso. Il bambino indaco

Il titolo del nuovo libro di Marco Franzoso, Il bambino indaco (Einaudi, 16€, 132 pagine) ha qualcosa di esotico e insolito; esso fa riferimento a una teoria emersa nella cultura New Age che sostiene l’esistenza di bambini speciali, riconoscibili dall’aura di colore indaco e caratterizzati da un’intelligenza superiore e originale capace di indicare la via per una rigenerazione salvifica del mondo. La citazione sulla copertina “Chi sei? Chiedo silenziosamente. Qual è il tuo segreto? Perché non ti conosco?”, che sembra dialogare con il volto rotondo del bambino in primo piano, rinforza la fascinazione; ciononostante, a libro terminato, la delusione che segue a tanta aspettativa, che aveva avuto sin da subito un vago sapore di falsità, è forte.   Il libro comincia con la descrizione della scena di un delitto: il corpo di una donna disteso sul tappeto di un salotto, il petto forato da numerosi colpi di pistola. Le immagini e le voci ci arrivano filtrate dalle sensazioni convulse di Carlo, protagonista/narratore e marito della vittima; un bambino, secondo le parole del maresciallo, sembra essere “in salvo...

Il fanciullino si è fermato a Piramide

Biblioteca comunale, quartiere Testaccio, viscere di Roma. Il richiamo dello stomaco è un’ottima occasione per una pausa. Mentre salgo i gradini che conducono a un piccolo spiazzo con la vista della Piramide in lontananza assisto a una scena curiosa. Una signora anziana in lontananza, rincorsa da voci di ragazzini che urlano: “Aho, è venuto bene er colore?”, in riferimento all’eccentrica chioma sfavillante della suddetta. Le voci provengono dal secondo piano della biblioteca, in cui ha sede una scuola elementare. Seguono delle avances pepate a delle ragazze che si recano in biblioteca e che, ad occhio, devono avere una ventina d’anni più dei bambini. Ragazzate penso, mentre comincio a gustare la merendina. Trovandomi nella zona rossa appena valicata dalla signora e dalle ragazze, divento facile bersaglio dei bambini che cacciano un urlo e si nascondono dietro la serranda. Passano pochi secondi e parte il primo “occhialuto!” che, come i successivi, entra ed esce dalle mie orecchie. “Occhialuto!”, “A’ occhialuto”, “ma che te magni, ‘na merendina?”. Siamo su un piano...

Dassnùm

Nel dialetto di Finale Emilia (Modena) le moine e i capricci dei bambini erano i dassnùm. Una parola per gesti innocenti e comuni con una origine inaspettata. Muratori, in Vocaboli del nostro dialetto modanese, scrive “Mutiniensis dialectus vox dissennare i fanciulli significa eis indulgere quidquid volunt, quod improvidi parentes faciunt. Fortassis inde natum vocabulum, quod tanta haec indulgentis filios imprudentes efficiat, seu li traggo di senno”. Galileo Dallolio

Donna col bambino, Licata, 1967

  Madonna col bambino. Quante ne abbiamo viste, sin da piccoli, dipinte, in statue lignee, nei libretti di catechismo, nelle chiese, nei santini, nei libri di storia dell’Arte, nei musei. Se fai il fotografo e ti trovi davanti a una madre con il suo bambino in braccio non puoi prescindere dalla memoria di quell’iconografia. Persino quel panno dietro le figure, anche se qui serve soltanto a nascondere una dispensa, mantiene una parentela con i fondi d’oro e i drappi azzurri tempestati di stelle che riempiono la nostra memoria. Ma la fotografia non è la pittura; si coniuga sempre al singolare, non è buona a produrre simboli. È la sua gloria. Questa è quella donna e mamma, per nulla celestiale, magari con un’ombra di baffi, ma così nobile e fiera del suo bambino nella povera casa di Licata.

Tutti sono stati bambini. Conversazione con Giuseppe Caliceti

  Da quando sono un insegnante ho notato che tutti gli adulti, indipendentemente dalla loro professione, quando parlano di scuola rimuovono costantemente la loro esperienza di studenti, dando giudizi di taglio vagamente sociologico che magari si appoggiano sulla vicenda dei loro figli o di adolescenti che conoscono. Chi non lavora nella scuola – e spesso anche chi ci lavora – ha a che fare con una rappresentazione ideologica della realtà costruita dai media. Una rappresentazione che dipinge la scuola come il teatro di una catastrofe e il luogo della barbarie, con il preciso compito di servire l’attacco contro la scuola pubblica in corso da tempo, di cui i Gelmini, Brunetta, Tremonti hanno scritto solo la pagina più recente, offensiva e brutale. I problemi reali vengono sistematicamente ignorati e l’invenzione di presunte emergenze serve per legittimare provvedimenti, in genere tagli di spesa o mostruosità burocratiche inconcludenti, che creeranno nuovi problemi: in questo modo in dieci anni la condizione della scuola italiana, e la qualità della vita al suo interno, è peggiorata davvero e sistematicamente. Il...