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coppia

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Il biopic sulla celebre coppia / Laurel & Hardy, perduti e ritrovati

Da quanti anni si parlava di girare un film biografico su Stan Laurel e Oliver Hardy? Almeno una sessantina. Pare che perfino il vecchio Laurel, “orfano” del compagno di lavoro scomparso nel 1957, abbia fatto in tempo a proporre Jackie Gleason nel ruolo di Hardy e Art Carney come propria controparte (in seguito gli avrebbe preferito l’amico Dick van Dyke, autore di un’affettuosa imitazione televisiva). Non se ne fece nulla. Fu un bene? I biopic dedicati alle stelle del cinema non sono oggetti facili da maneggiare. Ai difetti cronici del sottogenere (tendenza all’agiografia, banalizzazione, effetto bignamino di fatti, detti e persone notevoli), si aggiunge l’estrema riconoscibilità dei soggetti, visti e rivisti decine di volte su schermi grandi e piccoli. Anche senza essere dei fan irriducibili, il confronto è inevitabile.    Oliver Hardy con Stan Laurel a Norwich, febbraio 1954. È quindi comprensibile la cautela con cui Jon S. Baird (regista) e Jeff Pope (sceneggiatore) hanno deciso di affrontare le “icone” Laurel & Hardy in questo Stan & Ollie (reso giudiziosamente in italiano con Stanlio & Ollio). Prima di loro, salvo la fanfiction di Osvaldo Soriano...

Generazioni / Fedeltà e La straniera

I due libri di cui si parla di più in queste settimane sono Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi, pp. 224, € 19) e La straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo, pp. 286, € 18). Si tratta di opere assai diverse fra loro. Un romanzo d’invenzione e un’autobiografia; una narrazione in cui s’avvicendano i punti di vista di una pluralità di personaggi, e un discorso che si attiene a una prospettiva unica; una trama conclusa, che definisce i destini di tutti, e un percorso impregiudicato, aperto verso il futuro; una vicenda statica, ordinaria, quasi puntigliosamente verosimile, e una storia di nomadismi dal forte sapore picaresco. Alcune opposizioni discendono direttamente dalla differenza di genere; altre sono frutto di scelte d’autore. L’identità degli autori rappresenta il più evidente punto di contatto fra i due libri. Missiroli (classe 1981) e la Durastanti (1984) appartengono alla medesima generazione; hanno esordito abbastanza precocemente, sono cresciuti in fretta, hanno riscosso una buona accoglienza. Su Fedeltà, in particolare, si è ora accesa una discussione critica vivace; alcuni recensori hanno tessuto generosi elogi, altri hanno avanzato chiare, talora aspre riserve...

Il suo libro più recente / Elena Stancanelli. La femmina nuda

La femmina nuda di Elena Stancanelli è la confessione di un anno di follia, un altro studio ravvicinato di quel particolare tipo di dolore femminile causato dall'abbandono, tradizionalmente più pazzo, più affilato, devastante e autolesionista del corrispettivo maschile.   Anna, dopo cinque anni di convivenza, scopre l'infedeltà recidiva del suo uomo. Lui se ne va di casa, ma a intermittenza e lei non lo lascia andare via definitivamente, ci rimane attaccata, a lui e alle sue appendici digitali, alla sua pagina facebook, all'assurdità della vita di quell'uomo che continua senza di lei, nonostante lei.   La protagonista descrive gli avvitamenti del suo tormento in una lettera a Valentina, saggia amica e punto fermo nella tempesta della sua follia: è lei la seconda persona singolare che fa di quel liberatorio flusso di coscienza una professione di colpa e a lei Anna racconta di come ha iniziato a leggere la posta elettronica dell'ex, a seguirne gli spostamenti con la geolocalizzazione sullo smartphone, a spiare i suoi messaggi su facebook, a scardinare gradualmente la sua privacy fino a sconfinare in quella della sua nuova amante, fino a perdere la testa.    ...

Ti scrivo. Oggi è domenica

Caro Pier Paolo,   come ci si rivolge a uno scrittore, letto e amato e mai conosciuto, se non con domande? Domande che rimbalzano sui testi, come rimbalzerebbero forse sulla tua attenzione, ché oggi avresti 93 anni, se potessi fartele, se potessi dirti che mi tormento ancora sui temi a proposito dei quali ti tormentavi tu, in quella nevrosi fra sentire e capire, fra conoscere e scegliere, fra pensare e agire che ti rendeva vero. Sull’aborto e sul divorzio, ad esempio, avevi ragione: erano i corollari dell’istituzione capitalistica della coppia consumatrice, mini cellula dell’onnivora società dei consumi, ma davvero avresti preferito l’ordine patriarcale, a tutto e solo vantaggio dei maschi? E davvero credevi che si potesse “imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista tutta una serie di liberalizzazioni ‘reali’ riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale ecc. ecc.”? Perché non solo poco si è fatto per imporre quelle misure, ma siamo addirittura regrediti al punto che il...

Ugo Stille. L'uomo nato due volte

Alexander Stille nel suo recente libro La forza delle cose. Un matrimonio di guerra e pace tra Europa e America uscito da Garzanti, va a raccontare, a prima vista, la storia di due straordinarie persone. Sono sua madre Elizabeth Bogert – donna ribelle e fascinosa, colta e irriverente, figlia di un algido giurista wasp di Chicago – e suo padre Ugo Stille – leggendario corrispondente del Corriere della Sera negli USA per oltre quarant’anni e dal 1987 al 1992 direttore dello stesso quotidiano.     L’uomo nato due volte   Dei due viene ricostruito l’ambiente famigliare – due universi quanto mai diversi, visto che da un lato c’è la colta e benestante borghesia puritana alla quale appartengono i Bogert e dall’altro c’è l’odissea dei Kamenetzki, la famiglia ebrea nella quale, nel 1919 a Mosca, nasce Mikhail Kamenetzki, destinato a non poche traversie: abbandona con i suoi la Russia bolscevica, approda nell’Italia mussoliniana, compie brillanti studi a Roma e stringe fondamentale amicizia con Giaime Pintor con cui condivide una decisa opposizione al fascismo. Dopo le leggi...

Michael Haneke. Amour

Dopo che Michael Haneke ha portato a casa da Cannes la sua seconda Palma d’oro (solo tre anni dopo Il nastro bianco), osservando il consenso unanime che Amour ha ricevuto, per provocazione verrebbe da chiedersi se questa canonizzazione cannense non coincida con un certo esaurimento del mordente che il regista ha sempre impiegato nel suo gioco di implacabile e impietosa provocazione del pubblico. Non che il consenso debba per forza corrispondere a un tono più conciliante o a una rinuncia alla complessità, anche perché questo film è tutt’altro che semplice e consolatorio. Ma il cambio di tonalità invita ad interrogarsi. Senza voler concedere troppo ai vezzi critici dell’autorialismo, non può non sorgere qualche perplessità, quando un autore, famigerato per enigmaticità e misantropia, consegna una storia apparentemente così semplice, così crudamente umana come quella di Anne e Georges, insegnanti di musica ottuagenari, nella cui quieta e soddisfatta vita borghese s’insinua l’atroce banalità della malattia e della morte. Un ictus cerebrale coglie lei una mattina e, da l...

Valérie Donzelli. La guerra è dichiarata

La guerra è dichiarata. Un titolo, un assunto: trattenete il respiro, serrate i pugni, spalancate le orecchie, assolutamente non chiudete gli occhi e gettatevi in questo film che, per una volta, è perfettamente rappresentato da quel manifesto rosa shocking con una coppia che gira su una giostra del luna park, bocca spalancata e un urlo liberatorio nella gola. Valérie Donzelli e Jérémie Elkaïm hanno scritto, interpretato e diretto, lei, la storia che ha segnato il loro passato più recente, la storia della malattia di un figlio al quale, a soli diciotto mesi, viene diagnosticato un tumore al cervello. Hanno archetipicamente chiamato i propri personaggi Romeo e Juliette, il figlio Adam e hanno raccontato un viaggio nell’inferno personale che ciascun genitore potrà riconoscere come il peggiore degli incubi. Paura? No: il risultato è un film sorprendente, assolutamente unico, un’esperienza esistenziale più che una visione cinematografica tout court, un film paradossale e mai tragico. Perché se c’è una cosa che questo film non fa mai è speculare sulla tragedia o essere...

Premi per giovani e paesi per vecchi

L’Italia è un paese per vecchi, dunque parlare di giovani è di moda. Nel teatro italiano tutti quanti vanno in cerca di giovani: gli spettacoli sono quasi autoprodotti e costano meno, le compagnie sono spesso costrette ad accettare condizioni poco dignitose e, se nello stesso festival si mettono insieme più opere, “giovane” diviene una categoria estetica che tiene a galla le programmazioni. Pochissimi sono quelli che rischiano, andando in cerca di compagnie sconosciute e offrendo qualche opportunità vera, per quanto è possibile fare. L’Associazione Scenario si è presa questa responsabilità dal 1987 organizzando l’omonimo premio dedicato alle forme del nuovo e, in questi anni modaioli, è divenuta un punto di riferimento per i gruppi che sono all’inizio. La scorsa settimana, al Teatro Franco Parenti di Milano, sono state presentate le quattro opere “finite” dell’edizione 2011, la “Generazione Scenario”: i vincitori di Scenario e Scenario Per Ustica, riservato quest’ultimo a spettacoli dal particolare valore civile e due spettacoli che hanno ricevuto...

Roman Polanski. Carnage

Dopo L’uomo nell’ombra Roman Polanski torna con Carnage a fare una delle cose che gli riescono meglio: là era il giallo alla Hitchcock, qui è il cinema da camera, genere d’impostazione teatrale che per il regista di La morte e la fanciulla diventa nuovamente un banco di prova per il suo straordinario talento nella messinscena cinematografica.   Carnage, tratto dalla pièce Il dio della carneficina di Yasmina Reza, è un gioco al massacro condotto nel chiuso di un appartamento di Brooklyn, con due coppie benestanti che si ritrovano per risolvere una lite scoppiata tra i loro figli e che finiscono con il riversarsi addosso fiumi di parole e cattiverie. Un meccanismo forse prevedibile per come raffigura un gruppo di borghesi superficiali e ipocriti (e incapaci di uscire dal set, come nell’Angelo sterminatore di Buñuel), ma al tempo stesso implacabile per come inscena il destino della società occidentale, aggrovigliata attorno al desiderio di comprendere il mondo con le parole e destinata per questo a ripiegarsi fatalmente su stessa.     Polanski non corre, costruisce lentamente un muro di...

Italia tra parentesi

L’Italia come argomento. Che cosa rende questo paese così particolare tanto da divenire oggetto o soggetto di un’opera d’arte? Nessun paese al mondo è stato tanto ritratto quanto lo è stato nei secoli l’Italia. Non certo soltanto per i paesaggi, la storia o l’arte, ma anche e soprattutto per una materia costituita da una umanità che sfugge ad ogni definizione o categoria. Una materia umana creata dalla stratificazione e ibridazione di culture ed etnie diverse, risultato di scontri e integrazioni secolari, forzata alla coabitazione su un piccolo e vario territorio e che solo di recente ha cercato di immaginare una storia comune, alla ricerca di una possibile identità condivisa.   Laboratorio permanente dove si testano sino al limite le pulsioni più profonde dell’animo umano, tra tragedia e commedia, per gli artisti l’Italia rappresenta un principio di realtà, un territorio da cui nascono e si mettono alla prova etiche, poetiche ed estetiche. Un territorio in cui la realtà offre una infinità di trame, di storie, di situazioni, di personaggi tali da rappresentare gi...

Rimini / Paesi e città

Noi di Rimini cresciamo con un numero. Quello del bagnino dove i genitori ti portano d’estate che sei ancora nella culla, a me è toccato il cinque. Veramente era il quattro, una ruspa un giorno l’ha buttato giù con i suoi ombrelloni e ci ha fatto un Ventaclub e allora sono passato al cinque. I bagnini sono come un partito, ognuno ha i suoi regolamenti e il suo popolo, al cinque non si poteva giocare a racchettoni sulla battigia ed era pieno di signore che ti rifacevi gli occhi. Risultato: a racchettoni sulla battigia ci giocavamo lo stesso e siamo tutti cresciuti miopi a forza di vedere quel ben di Dio.   Da piccolo stavo sempre sotto l’ombrellone, prima fila (vuol dire il primo a partire dalla riva) e verso l’adolescenza mi sono spostato al bar (ce n’è uno ogni due bagnini). Stavo al bar a giocare ai videogame e a cercare compagnia come quelle mosche che ronzano intorno senza sapere dove andare, sta di fatto che dopo qualche anno eravamo una ventina di amici. Ero il più bislacco. Secco come un chiodo e bianco mozzarella, una faccia che a sedici anni me ne davano la metà.   Al bar del cinque...

Goffredo Parise / Italia

Nei Sillabari di Goffredo Parise anche la voce “Italia” viene raccontata come fosse un sentimento; senza nulla concedere al sentimentalismo, tuttavia, né alla retorica o ai luoghi comuni. Domestica e tuttavia quasi arcana, familiare e insieme inesplicabile, come del resto il mistero dell’esistenza, l’allegoria del paese è l’ordinaria parabola di vita di una coppia che si ama: la storia di un uomo e una donna “visibilmente italiani”. Un senso dell’onore privato e recondito, come primitivo, ne è il suggello. Ma forse, come suggeriva Natalia Ginzburg, il senso di questo come di tutti i racconti della raccolta, va rintracciato nell’uso “struggente” dei tempi verbali.     Un giorno di settembre sotto un’aria che sapeva di mucche e di vino due italiani di nome Maria e Giovanni si sposarono in una chiesa romanica già piena di aria fredda con pezzi di affreschi alti sui muri di mattoni: raffiguravano il poeta Dante Alighieri, piccolissimo, inginocchiato davanti a un papa enorme e molto scrostato, seduto sul tono. C’era anche un cagnolino nero. La chiesa appariva...

Coppie. Ettore Sottsass e Fernanda Pivano

Che coppia straordinaria sono stati Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass. Così lui racconta la richiesta di lei, già sposata, d’andare a vivere insieme: “Un giorno Fernanda mi ha telefonato dicendo che voleva vedermi a Roma, e abbiamo combinato. Ci siamo incontrati a Piazza di Spagna. Era inverno e Fernanda aveva un grosso cappotto di peli ed era molto cambiata; sembrava appena uscita da un bagno gelato, dopo un sogno sconvolgente. Mi ha detto che stava divorziando e che sarebbe tornata a casa a Torino e se avevo ancora voglia di stare con lei. Le ho detto che mi sarebbe piaciuto molto, e dopo qualche mese è stato così”. Era il 1949. Molti anni dopo, nel 2004, Fernanda, divorziata per volontà di Ettore, lo incontra a Genova all’Acquario. Siede con altri al ristorante vicino alla vasca degli squali: “Sottsass, il mio ex marito, era due tavoli più in là. Credo non mi abbia riconosciuta perché non mi ha nemmeno salutata. Povera me”.     A testimoniare questo sodalizio amoroso e intellettuale, di cui entrambi parlano nei rispettivi diari (il fluviale Diari. 1917-2009 in due...