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dittatura

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Passato e presente / Se il fascismo è di moda

Dovremmo finalmente far entrare il fascismo a pieno titolo nel nostro patrimonio culturale. Sarebbe l’unico modo per interrompere, almeno per un po’, il meccanismo inceppato della sua evocazione per descrivere il presente. Come un dente di un ingranaggio che scatta indietro dopo un movimento apparentemente coordinato, la moda del fascismo non passa. Se il fascismo è di moda, il fascismo fa la storia della contemporaneità: ma non perché sia riprodotto o ne siano reiterati gli elementi strutturali, piuttosto perché esso viene evocato come una forma del pensiero (malefico) che da settant’anni a questa parte non ha conosciuto periodi di bassa stagione. Questo continuo riferirsi non va, come si potrebbe ingenuamente pensare, nel senso di un lavoro di memoria, ma piuttosto a reificare il significato di un’epoca senza il beneficio di allontanare il suo ritorno, con l’effetto contrario di vivere il nostro presente parzialmente in funzione di essa.   La demonizzazione del fascismo, innescata con forza inaudita dalla formula crociana che lo relegava a una “parentesi” della storia italiana, ha contribuito non solo a un suo studio fortemente ideologizzato ma, più grave, a un deposito di...

Ritorno al futuro / Thomas Bernhard: il suicidio del pensiero

Oggi il secondo testo del nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi. Libri di storia, di antropologia, arte, filosofia, così come romanzi e testi poetici per leggere le nuove forme di autoritarismo del nostro tempo. Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   Un clamore insopportabile di folle plaudenti. Il professor Josef Schuster, matematico e filosofo, si è ucciso. Buttandosi dalla finestra della sua casa che affaccia sulla Heldenplatz, Piazza deli Eroi, a Vienna. Il professor Schuster si è ucciso perché ebreo.  Siamo nel 1988, ma ogni volta che le cameriere aprono le finestre che danno sulla piazza, di fronte al Burgtheater, la moglie, Frau Schuster, sente le grida scomposte e acclamanti dell’adunata oceanica di austriaci che proprio in quel luogo aveva salutato nel 1938 il discorso del Füher proclamante l’Anschluss, l’annessione del paese alla Germania nazista, e soffre dentro di sé la marea montante dell’antisemitismo rinascente, dell’odio. Tant’è vero che per questa sindrome...

Quel pomeriggio sulla Rambla / Barcelona. Combate de Relatos

Come in tutti i luoghi nei quali si è appena consumata una tragedia, sugli accadimenti di Barcellona in questi giorni, si è prodotta una quantità estrema di racconti. Vivendo qui da quasi 10 anni si ha la sensazione – leggendoli – che pochi di essi tengano conto obbiettivamente del campo nel quale i fatti si sono svolti: la Catalunya. Quando si atterra a Barcellona, si atterra in Catalunya. Quando si sbarca a Barcellona, si sbarca in Catalunya. Quando si colpisce Barcellona si colpisce Catalunya. Una gran parte delle persone che stanno leggendo queste frasi, starà anche probabilmente rovesciando gli occhi al cielo, così come li rovesciavamo noi veneti negli anni '90, nell'ascoltare certi racconti che iniziavano a divulgare i leghisti. Spesso dall'Italia si procede a calcolare la seguente uguaglianza: Catalani = Leghisti. Non è possibile scollare il racconto dei fatti accaduti nei giorni scorsi dal luogo nel quale sono intercorsi: la città di Barcellona, in Catalunya. Così come risulta complicato raccontare la Catalunya vivendo in Spagna, raccontarla stando in un altro Paese (per esempio l'Italia) produrrà per forza un racconto evidentemente imparziale.   È complicato, sì....

Goethe Institut Turin / Il Grande Vecchio ovvero La guerra delle immagini

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Oliviero Ponte di Pino per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Si spara e si muore, tra le colline, nei deserti, nelle foreste. Si muore nelle città e nei villaggi. Si muore sulle mine e sotto il mirino dei droni. Si muore davanti alle telecamere, sgozzati da un ragazzino. Si muore falciati da un kalashnikov su una spiaggia. Sono sofferenze indicibili. Una violenza insensata, disgustosa, inaccettabile. Sta togliendo vita e dignità a decine di migliaia di esseri umani. È impossibile trovare le parole per questo dolore, per queste sofferenze.   Ma le guerre, oggi più che mai, non si combattono solo con le armi. Una delle guerre più lunghe e profonde, in atto da millenni, vede fronteggiarsi parole e immagini. Parole...

Festival de Cannes 2016 / Cannes. Neruda, la parola e la realtà

I giornalisti si lamentano spesso dei programmi elefantini dei festival che sempre più spesso sovrappongono film importanti e rendono oggettivamente impossibile riuscire ad avere il tempo materiale e la giusta attenzione verso tutto quello di cui sarebbe necessario parlare. Ci sarebbe poi da discutere sulla sostenibilità di un programma che costringe a scegliere tra Marco Bellocchio e Ken Loach, tra Pablo Larraín e Bruno Dumont e che ha deciso di concentrare in pochissimi giorni gran parte del cinema più importante di un intero anno. Ma d’altra parte si sa che la competizione a Cannes non è solo tra i film in concorso ma anche (e soprattutto) tra il festival francese e gli altri festival del cinema che in giro per il mondo fanno di tutto per riuscire ad accaparrarsi le première più importanti. E Cannes quest’anno ha davvero preso tutto quello che c’era da prendere. Se l’anno passato il concorso era sembrato a tutti particolarmente debole spostando gran parte dell’attenzione dei giornalisti verso Un Certain Regard e la Quinzaine des Réalisateurs (ricordiamolo, l’anno scorso Miguel Gomes, Philippe Garrel, Arnaud Desplechin, Apichatpong Weerasethakul, ovvero molti dei film più di...

Santiago, la coppa nello stadio di Pinochet

  Intervistato dalla emittente radiofonica Adn subito dopo la vittoria del Cile nella finale di Coppa America del 4 luglio, il trentunenne centrocampista Jean Beausejour ha dichiarato di sentirsi felice. Era felice, ha detto, non solo perché la Nazionale aveva vinto ma anche perché per una volta lo Stadio Nazionale di Santiago aveva rallegrato il Cile. " È un posto dove ci sono stati tanta tristezza e tanto dolore, oggi abbiamo dato allegria al Paese”. Data per scontata la sincerità del giocatore – un uomo sensibile a detta di tutti – né la sua buona fede né la funzione compensatoria che invoca riescono a giustificare una scelta che molti considerano facilona o spregiudicata anche se non ha mai smosso masse né attivato eccessive proteste: quella di utilizzare per eventi ludici (finora settanta partite di Coppa America e diversi concerti e riunioni politiche) il simbolo della repressione di Pinochet, teatro del primo sterminio e tortura dal 12 settembre al 9 novembre del 1973 e gesto inaugurale degli orrori a venire, non importa che una piccola zona di panchine in legno sia stata adibita, oggi, a omaggio alle vittime.     “È un po' come ballare sui cadaveri”, ci ha...

Christian Petzold. La scelta di Barbara

Tutto è relativo. Nei primi anni Novanta un film come La scelta di Barbara, Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012, sarebbe stato una rivelazione per il coraggio e l’onestà autocritica che avrebbero riaperto il ricordo ancora recente delle due Germanie divise. Un caso non dissimile da quello realmente accaduto per Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, a cui il film di Christian Petzold è stato non a caso paragonato.     Ma nel 2013 La scelta di Barbara altro non è che un racconto didattico, stilisticamente impeccabile nonché prevedibile, che soddisfa le aspettative dello spettatore lasciandolo però del tutto freddo: un problema prodotto sia dalla costruzione narrativa del film che dal sedimentarsi dell’immaginarsi collettivo. Infatti, di fronte al tempo che passa, il cinema storico deve affrontare la sfida della graduale banalizzazione a opera della memoria degli eventi passati. Ciò che prima era il nostro presente, o passato prossimo, muta con gli anni nella trasmissione del racconto epico di ciò che fu; ma l’epica per sua natura deve sempre tendere a...

Cecenia reloaded

Non fosse per quei ritratti giganti affissi ovunque – Padre, Figlio e Spirito Santo, come li chiamano qui – accompagnati da slogan di propaganda come Red Bull visuali per il popolo distratto, oggi Grozny, a 12 anni dall’ultima guerra tra Russia e Cecenia, sembrerebbe quasi una città normale. Anzi, migliore di tanti buchi della provincia federale. La “città più felice di Russia”, secondo un sondaggio recente che lascia molti non detti.     Grattacieli, centri commerciali, caffè, pizzerie e sushi bar, strade asfaltate, parchi di rose e panchine, auto moderne e pick-up di lusso che si fermano ai semafori, fitness club. Ordine e pulizia. Ogni tanto, qualche posto di blocco: forzuti in mimetica e kalashnikov piazzati sulle arterie strategiche, come il Corso Putin, rimpolpati in occasioni ufficiali. Come alla parata di star per la Festa della Città, il 5 ottobre, quando ho visto il centro blindato, i cittadini comuni esclusi dalla festa. C’era anche Ornella Muti, ha fatto scandalo il suo ballo col dittatore, e poi fuochi d’artificio che pareva Las Vegas. Ma di solito i buzzurri armati, per...

Spagna. Le leggi e la memoria

Madrid o Barcellona? si domanda il magnate Sheldon Adelson, presidente della compagnia Las Vegas Sands che ha scelto la Spagna come sede del suo progetto di Eurovegas. I politici locali parlano di grandissime opportunità, posti di lavoro e ricchezza, e ognuna delle due regioni fa a gara per venire incontro a Adelson, sempre che come nuovo paese di cuccagna sia scelta la propria zona.   La Spagna come meta turistica di sole e spiaggia è un’invenzione franchista degli anni sessanta che si rinnova in questi giorni con l’aggiunta del gioco d’azzardo e degli altri piaceri che lo accompagnano. Ma per insediare Las Vegas in Spagna si dovrebbero cambiare tante leggi, come quella che decreta il divieto del fumo in luoghi pubblici, e soprattutto andrebbero stravolti i diversi piani regolatori che ne impediscono la costruzione. Ci vorrebbero leggi fatte su misura per Adelson, perché vuol fare le cose a modo suo: grandi alberghi di lusso in zone rurali non urbanizzabili e tabacco in luoghi chiusi, a cui sarebbero esposti clienti ed impiegati. Basta far capire a Pinocchio che il Paese dei Balocchi merita un adattamento delle leggi: “Ecco...

Uwe Pörksen. Parole di plastica

La prima domanda che ci si si pone, leggendo questo saggio di Pörksen, pubblicato ora in edizione italiana dall’editore Textus, ma scritto nel 1988, quando ancora esisteva il muro di Berlino, è come possa un pamphlet sulle degenerazioni della lingua del proprio tempo conservare un potere diagnostico e addirittura un valore predittivo tanto efficaci da sembrare scritto oggi. Se da allora il mondo è radicalmente cambiato non sono forse anche cambiate le parole che lo esprimono? La ragione della sorprendente attualità di questo libro sta nell’individuazione di un processo che ha avuto inizio con l’avvento della Modernità, ha interessato in forme diverse l’Ottocento e il Novecento ed è destinato a dispiegare i suoi effetti peggiori nei decenni a venire. Un processo che potremmo chiamare di lenta e perdurante disumanizzazione, dovuto alla perdita della ricchezza delle relazioni umane, che da sempre si riflettono nella varietà semantica delle parole della lingua discorsiva. Un impoverimento che ha avuto inizio con la nascita degli stati nazionali, che “sfoltiscono le lingue” e che si rivelano come...

Dieter Schlesak. L’uomo senza radici

Dieter Schlesak con L’uomo senza radici (traduzione di Tomaso Cavallo, Garzanti, Milano 2011, 462 pagine) dissolve la forma romanzo nella storia privata della propria famiglia riuscendo a raccontare il Novecento della Shoah e delle ideologie attraverso un romanzo composito, che muta pagina dopo pagina quasi biologicamente. Schlesak maneggia letterariamente il sogno e l’allucinazione dando senso e spazio alle illusioni e alle esaltazioni che furono il motore di terribili tragedie. Le parole si fanno così briciole cadute da un tempo che ritroviamo oggi, con angoscia, sulla nostra tavola. Dieter Schlesak scioglie nel suo romanzo una sorta di canto funebre che partendo dalla morte della madre lo riporta nei luoghi dell’infanzia. Esule da sempre, come tedesco in Romania in un impero ormai dissolto, come razza occupante e poi come minoranza sotto scacco della dittatura comunista, Schlesak si ritrova così straniero ai luoghi della sua stessa infanzia e ai suoi stessi ricordi che rievocano litanie scomparse, canzoni perdute. Il ricordo si mischia al sogno, i brevi capitoli, anche di una sola pagina, sono veri e propri vaneggiamenti (Il titolo originale...

Di libro in libro scorre la vita

Certe volte capita che la lettura di un libro metta in moto una reazione a catena, per cui si sente il bisogno di dipanare una matassa, si ricorre ad altri libri, ti tocca fare i conti con episodi del passato, si ritorna ai libri e si va avanti, fino a quando si mette un punto. Per modo di dire.   Chernobyl di Francesco Cataluccio mi ha portato a Imperium di Ryszard Kapuscinski, come tenendomi per mano. Il 4 giugno 1933, mentre in Ucraina si muore di fame e le madri impazzite mangiano i propri figli denutriti, il responsabile della catastrofe passata alla storia col nome di Holodomor, Stalin, approva l’esecuzione del suo progetto più folle, la costruzione del Palazzo dei Soviet a Mosca: l’edificio, racconta Kapuscinski, avrebbe dovuto oscurare l’Empire State Building; alto 415 metri, sormontato da una statua di Lenin alta tre volte la Statua della Libertà, (il cui dito indice avrebbe dovuto misurare 6 metri), a costruzione ultimata avrebbe raggiunto una capacità di 7 milioni di metri cubi, equivalente alla cubatura dei sei massimi grattacieli newyorkesi di allora, un vero schiaffo all’America. Mentre sulle strade e fra i...