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follia

(19 risultati)

Marco Cavallo / Quando la follia e il teatro divennero una cosa seria

Il teatro sembra essere il luogo in assoluto più attraversato dalla follia, e le istituzioni della psichiatria le più abitate dal teatro. La follia con il teatro diventa estensione e metafora dell’indecifrabile, dell’indicibile, dell’ambiguità della vita, dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni; quasi che solo le parole della follia (e del folle) possano dire ogni cosa. Il manicomio dalla sua origine ospita il teatro della follia, della follia che diventa malattia. Il teatro dove si mette in scena sempre la stessa rappresentazione. Tutti costretti a recitare la stessa parte. Dalle origini il teatro si è appropriato della follia per tessere il suo infinito discorso sull’esistenza. La psichiatria all’inizio del XIX secolo tra le rassicuranti mura del nascente manicomio “costruisce” la malattia mentale, spoglia e svuota la follia di vitalità, di corporeità, di storicità. Di senso, in una parola. Tutto nel manicomio diventa finzione. Entrare nel gioco del teatro e della follia (e poi della psichiatria, della malattia mentale, delle istituzioni) e percorrerlo e raccontarlo non è affatto semplice.  Per cominciare non posso che collocarmi nell’ospedale psichiatrico di San...

Molteplicità dell’io / La sapienza della follia

Nicolas Dissez, nell’ouverture di questo libro collettivo sulla sapienza della follia (Il sapere che viene dai folli, DeriveApprodi, 2017, a cura di N. Dissez e C. Fanelli), scrive: «Poiché la follia è parte integrante della nostra umanità, può insegnarci molto su noi stessi. È la scommessa di questo testo: che il sapere che vi si dispiega possa permetterci d’interrogare in modo nuovo i grandi campi della conoscenza quali sono i nostri modi di concepire il linguaggio, l’amore, la coppia, il corpo, la bellezza, lo sguardo, l’universo femminile, la rappresentazione o ancora lo spazio e il tempo… accettando però che la follia non si lascia mai rinchiudere in un sapere costituito». Nessun sapere costituito, dunque, ma un intreccio di molteplici saperi dove  avventurosamente si dirama il pensiero.    Con l’esperienza di Nietzsche, il filosofo rende visibili i sintomi della follia e il pensiero si mostra non solo come attività logica ma come azzardo del corpo e della mente. Crolla il luogo comune, ben radicato da Descartes in poi, che la follia sia una condizione che rende impossibile il pensiero. Il rischio di impazzire diventa intrinseco all’esercizio stesso della...

Nell'anniversario della morte del pittore / Van Gogh. La verità dei fatti

Lo sappiamo tutti. Van Gogh si è tagliato l’orecchio nel dicembre 1888. Un anno e mezzo dopo si è tolto la vita con un colpo di pistola. È l’artista che più di ogni altro ha incarnato nel Novecento il mito dell’artista maudit. Il cliché visivo più famoso, che ha fatto il giro del mondo, è l’interpretazione di Kirk Douglas in Lust for Life, Brama di vivere, il film di Vincente Minelli (1956) basato sulla biografia romanzata di Irving Stone del 1934. E proprio dall’archivio di Stone spunta oggi un documento sepolto da quasi un secolo che ha spinto il Museo Van Gogh a fare il punto della situazione su due momenti della biografia di Vincent che appartengono alla leggenda.   Emile Schuffenecker, copia di Autoritratto con l’orecchio bendato di Vincent van Gogh, 1892-1900   Sull’orlo della follia. Van Gogh e la sua malattia è la nuova mostra aperta ad Amsterdam (fino al 25 settembre, a cura di Nienke Bakker, Louis van Tilborgh e Laura Prins) che prova a districarsi nel fitto labirinto di un argomento spinoso. Non dà soluzioni o risposte; per questo ci sarà, a metà settembre, un convegno internazionale di medici, psichiatri e storici dell’arte. L’intento di questa mostra è...

Un Meridiano “parallelo” / In fuga dalla letteratura

È in uscita il Meridiano Mondadori che raccoglie la narrativa di Gianni Celati, tutti i romanzi, larga parte dei racconti e dei taccuini di viaggio, da Comiche (1971) a Selve d’amore (2013). Un lungo saggio introduttivo di Marco Belpoliti, il miglior scritto che ho letto su Celati, che aiuta a capire la sua singolare avventura letteraria, il tentativo cioè di scappare dalla letteratura facendo della letteratura. Poi un’interessantissima biografia di Nunzia Palmieri (che insieme a Belpoliti cura il volume), cavata dalle carte Einaudi e dal fondo Celati della biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, oltre che da informazioni dello stesso Celati.   Scappare dalla letteratura. Questa è la caratteristica inconfondibile di Celati. Ma come? Viene da dire; basterebbe non scrivere. Non è così semplice. Se un carcerato scappa, diventa un ricercato, che deve continuare a scappare. Così è stato per Celati, fin dall’inizio, da quando ha sentito la letteratura, quella circolante e premiata, come una prigione mentale, intollerabile; e allora col suo primo libro, Comiche, ha fatto qualcosa per scappare via. Questo libro, Celati racconta, è stato fatto a imitazione di un ricoverato psichiatrico...

Il poeta che diventò teatro

Continua lo speciale dedicato a Giuliano Scabia, uno dei padri fondatori del nuovo teatro italiano, maestro profondo e appartato di varie generazioni, artista sperimentatore, poeta, drammaturgo, regista, attore, costruttore di fantastici oggetti di cartapesta, pittore dal tratto leggero e sognante, narratore, pellegrino dell’immaginazione, tessitore di relazioni, incantatore. Dopo l’intervista Alla ricerca della lingua del tempo e la pubblicazione in quattro puntate del poema Albero stella di poeti rari – Quattro voli col poeta Blake (lo potete scaricare in pdf qui), in occasione dei suoi ottanta anni doppiozero approfondisce con saggi e immagini il suo instancabile camminare, ricercare.   __________________________________________________________________________     Il teatro italiano deve essere grato a Giuliano Scabia per più di un motivo. Il suo è un percorso unico ed esemplare, che ha nutrito e illumina l'evoluzione delle arti negli ultimi decenni. Il primo motivo di gratitudine: ha posto subito, alla metà degli anni Sessanta, con lucidità, il problema dell'avanguardia teatrale in Italia. Quelle di...

Il genio dell’abbandono. Wanda Marasco

In prima approssimazione, Il genio dell’abbandono di Wanda Marasco è la biografia di un artista. Oggetto del libro è infatti la vita dello scultore e pittore Vicenzo Gemito, nato a Napoli nel 1852 e ivi scomparso nel 1929 (per inciso, ricordo che fino al 16 luglio sono esposte al Museo di Capodimonte 90 delle 372 opere della collezione Minozzi, acquisita l’anno scorso dal Ministero dei Beni culturali, in attesa di restauro e sistemazione definitiva). Ciò premesso, dell’impresa della Marasco non s’è però ancora detto nulla. Per quanto scrupolosa possa essere la corrispondenza con i documenti e le testimonianze – a partire dal profilo che Salvatore Di Giacomo pubblicò, vivente ancora Gemito, nel 1923 – l’interesse di quest'opera sta infatti altrove; e i suoi pregi non sarebbero inferiori se il personaggio fosse inventato di sana pianta. In altre parole: il protagonista di questo libro è così profondamente, radicalmente reinventato, che la conformità con quanto è storicamente documentabile costituisce, a conti fatti, una circostanza secondaria.   Non basta....

Pietro Barbetta. La follia rivisitata

Se l'umanità potesse fare un sogno comune, che cosa sognerebbe? Sognerebbe Moosbrugger, i suoi occhi dolci, la sua mitezza, la simpatia che ne celano il crimine. Queste, le conclusioni cui giunge Ulrich, l'uomo senza qualità descritto da Musil, in un mondo che di qualità – rispetto al residuo mitteleuropeo anni Trenta – ne ha ancor meno. Anche nei suoi sogni. Il sapere di Ulrich – ogni lettore lo sa – non ha valore, si disperde nella mediocritas e nell'indifferenza, mentre in Moosbrugger è il volere a non avere qualità. La volontà di quest'ultimo è ferma, ma indifferente alla tonalità morale dei suoi effetti. Per questo, più che occhi sbarrati – come quelli dei pesci, di cui parlerà Odon von Orvath – gli occhi di Moosbrugger riflettono un'umanità placida, se non proprio serena. Il suo sguardo, non meno della mediocrità di Ulrich, si intona a meraviglia all'air du temps.   Moosbrugger è dolce, simpatico ma – ecco il punto – è pure un assassino. La sua follia e, di conseguenza, la sua azione omicida possono...

Anna Maria Ortese

Scrivere è sempre un dialogare con la morte, calarsi in un antro di voci che in realtà chiedono insistenti di esistere e di far esistere il mondo, a dispetto di tutto, e che, sospendendo la vita, domandano per una follia loro propria di far brillare ancor più la vita – di farla viva e tenace – come se passare per quello strano gorgo di parole tra l’ironico e il beffardo che sottrae il tempo e lo consuma, non sia che il modo necessario per ritornare a vivere, per dirsi vivi. È il potere di evocazione, di richiamo, proprio della scrittura che può fare della morte non il tragico evento di una perdita, il gambo reciso di una dipartita, ma la distanza in cui la parola si confronta per tenere insieme, per ricondurre ai viventi le loro perdite – per salvare – in un territorio in cui vita e morte davvero convivono. E questa morte, già inscritta in vita dentro il doloroso presentimento di un abbandono, nella cognizione di una perdita, in ogni triste cenno di congedo, appare di volta in volta nelle storie di quei personaggi ortesiani – bambini, innamorati, esclusi e poi principi, folletti e maghi, fanciulle...

La logica dell'autoinganno

L'insetto stecco (nome scientifico Phasmatodea, ordine dei fasmidi) esiste da almeno 50 milioni di anni. Questa particolare forma di vita ha dedicato migliaia di millenni a uno scopo: mentire. Fingersi altro da ciò che è. Nel corso del tempo ha sviluppato sembianze simili a quelle di 3000 specie di steli e fuscelli e di 30 varietà di foglie. La somiglianza con i modelli imitati è impressionante. Appaiono come bastoncini o foglie, sono insetti. La forma attuale è il risultato di una forte pressione evolutiva a favore di un corpo lungo e a sottile. Per far stare gli organi interni in uno spazio sempre più piccolo, spesso un elemento di una coppia di organi è stato sacrificato, lasciando un solo rene, un solo ovaio, un solo testicolo. Chi glielo ha fatto fare? La potenza dell'inganno. Una forza in grado di modificare le apparenze esterne di un organismo. A costo di rimodellare anche ciò che si trova all'interno.   (Chi volesse cercare conferme più vicine a noi sulla persistenza dell'inganno, ha a disposizione l'ultimo Almanacco Guanda, intitolato appunto La bugia. Non si parla di artropodi ma...

Erasmo oltre la follia (e le folle)

In Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) la follia presenta se stessa come una divinità. Erasmo scrisse L'elogio della follia nel 1509 e lo pubblicò nel 1511.   Dopo avere elogiato in lungo e in largo la follia, che viene presentata come un principio vitale, Erasmo prende posizione verso la metà del trattato. Non tutta la follia è buona, solo parte di essa. Di follia ce n'è di due generi: il primo viene dall'inferno, inviato dalle Furie vendicatrici, suscita nei mortali la vendetta, la guerra e “l'insaziabile sete dell'oro, l'amore obbrobrioso ed empio, il parricidio, l'incesto, il sacrilegio o qualche altra peste del genere”. La seconda follia, elogiata durante tutto il testo, è quella dei bambini, degli anziani, i quali, grazie alla follia, presentano condotte strane, inusuali, eccentriche. Questa follia, che dice sempre la verità, rasserena gli dei e gli uomini, senza alcuna simulazione né adulazione. Si tratta della follia che ha sulla fronte ciò che chiude in petto ed è diffusa nelle isole fortunate. Entrate nell'immaginario europeo grazie alle...

La nave dei folli

Una gita a Clusone e una a Pinzolo non guastano. La danza macabra di Borlone de Buschis di Clusone (1485) e quella di Simone Baschenis di Pinzolo (1539) segnano forse l’inizio e la fine di un periodo di comunità inconfessabile (Blanchot, 1983). Inconfessabile perché composta di trapassati, che, in quanto tali, già sono passati in giudicato, ingiudicabili. In molti accomunano questa comunità a un’altra, che potrebbe essere anche la medesima, chissà. Si tratta della Stultifera Navis. Cos’hanno in comune gli stolti e i morti? Il semplice fatto di non essere confessabili. Gli uni per il regno dei cieli, gli altri per la terra, sono inguaribili. Bosch e le illustrazioni a Brant di Dürer ne danno rappresentazione figurativa. Ecco una figura chiave, il centro del primo capitolo, della prima parte della Storia della follia di Foucault: Sebastian Brant (1458-1521). Vissuto tra l’opera del de Buschis e quella del Baschenis. Nel giugno 1984 Francesco Saba Sardi (1922-2012) ci regalò, in versi endecasillabi, la traduzione di Das Narrenschiff.   Borlone de Buschis di Clusone   Narrenschiff uscì...

Il teatro oscuro di Massimo Castri

Il regista Massimo Castri (morto pochi giorni fa a Firenze all’età di 69 anni) è stato il mio Maestro di teatro. Era figlio dell’ossuta e nervosa Dina Castri, la mia amata professoressa di Italiano alle scuole medie, e di un signore basso e tracagnotto dall’altisonante nome di Argante (nelle campagne toscane si usava imporre ai figli improbabili nomi tratti dall’Orlando furioso), magnanimo professore di Latino e Greco al Liceo Dante di Firenze. Un giorno, per non smentire mai di essere un pedante scocciatore, chiesi alla mia insegnante, nell’ora settimanale che ci aveva offerto “per parlare e domandare del mondo”, che cosa fosse il teatro.  Mi ci portavano i miei genitori, mi piaceva moltissimo, ma non riuscivo a cogliere il perché mi sembrasse una cosa così importante per la nostra vita. Ne nacque una discussione abbastanza buffa e lei ci propose di invitare, come “esperto”, quel malinconico giovanotto dalle ciglia folte che, a volte, l’aspettava all’uscita della scuola (e che noi pensavamo fosse un suo “ammiratore”). Così, suo figlio Massimo venne a tenerci...

Roma / Paesi e città

Alla periferia nord di Roma, in una di quelle tipiche saccature verdi che interrompono in periferia il tessuto altrimenti fittissimo della città costruita, un'area oggi facilmente visualizzabile con Google Maps, esiste un punto dotato di singolari proprietà, geometriche quanto allegoriche. Se puntandovi un compasso ideale si traccia un cerchio del diametro di circa trecento metri, si incontrano, più o meno equidistanti tra loro, tre luoghi molto particolari. In senso orario, l’Ospedale San Filippo Neri, l’ex Manicomio Provinciale Santa Maria della Pietà e il Carcere Minorile di Casal del Marmo. Tre luoghi, tre Istituzioni Totali, per dirla con Foucault. Da quel punto ideale, alla stregua di un’allegoria rinascimentale, dolore, follia e punizione si presentavano al viandante come un trivio fatale, come tre possibilità perfettamente equivalenti. Per questa sua caratteristica, la zona era anche nota come il Triangolo delle Bermude, e un vecchio passatempo tra i suoi frequentatori consisteva nel predire in quale, o in quali, dei tre “vertici” del triangolo si sarebbe prima o poi finiti.   A un certo punto, verso la fine dei Settanta, un ex paziente del manicomio – tanti ne...

Marco Ercolani. Turno di guardia

Marco Ercolani è psichiatra e quindi non sorprende che la follia occupi un posto rilevante nel suo lavoro di scrittore e critico. Sorprendono invece la varietà dei modi in cui il suo rapporto di medico e artista con essa è stato declinato e la molteplicità delle forme che ha assunto: mai come ambiente, fonte di storie o serbatoio di personaggi o aneddoti, ma sempre spazio mutevole indagato al limite, in bilico sul filo tra follia e opera, esperienza e studio, malattia e sintomo, persona e paziente, cercando di preservare a ciascun corno della dicotomia la sua specificità e autonomia, il rispetto per la voce che gli è propria e insieme la possibilità di un passaggio dall’uno all’altro: ponte, porta, segno, empatia. Vale a dire attenzione che rifiuta al folle il ruolo di astrazione, ma anzi riceve proprio dalla sua individualità lo stimolo a riconoscere in sé un identico spazio e a provare a rispondere alle sue radicali interrogazioni senza stemperarle, ma anche senza idealizzarle dimenticando che è dalla follia che provengono: dalla malattia e dal dolore da cui il folle chiede di essere liberato....

Lettera ai cavalli di Trieste

Il 27 novembre 1997 Peppe Dell’Acqua e Franco Rotelli hanno invitato a Trieste, alla sala Tripcovich, diversi amici di Franco Basaglia fra cui Luigi Pintor, Gino Paoli, Alfredoo Lacosegliaz, Freak Antoni. Chi ha cantato, chi detto, chi ha fatto. Io ho scritto la Lettera ai cavalli di Trieste e l’ho letta. Fuori, sull’ingresso, c’era Marco Cavallo.              Cari curatori della mente          e della mania,          cari matti,          cara gente qui riunita stasera,          caro Franco Basaglia            trot torotòt trot torotòt            voglio divertirmi a correre          spaziare nei prati liberi, volare          voglio portare i fagotti          della biancheria netta    ...

Rio de Janeiro. Simone Bacamarte, psicofarmacista

A Itaguaí, nello stato di Rio de Janeiro, l’alienista Simone Bacamarte costruisce una Casa di folli chiamata Casa Verde, dove ricovera le persone per curarle. Simone Bacamarte è un uomo che dedica la sua vita alla scienza, allo studio della malattia mentale. In un certo senso si accorge che la follia, più che un’isola perduta nell’oceano della ragione, è un vero continente e comincia a ricoverare torrenti di folli, in nome della scienza, una nuova psicologia per ampliare il territorio della follia e, forse un giorno, debellarla. È plausibile che gli operatori della salute mentale di Rio de Janeiro siano stati influenzati da L’alienista di Machado de Assis (1839-1908), pubblicato tra il 1881 e il 1882, certo è che rispetto alla ripetizione del fenomeno Simone Bacamarte a livello mondiale - mi riferisco alle idee chiave della nuova edizione del Manuale Diagnostico dei disordini mentali (DSM-V) - mantengono il medesimo sguardo ironico di Machado de Assis a oltre cent’anni dalla sua morte. Dal racconto scopriamo che l’alienista, contestato dal popolo, deciderà di ricoverare se stesso e di morire...

Il Tram post-pop di Antonio Latella

USA, anni Quaranta: la culla dell’American Dream comincia a scuotersi. Passato e futuro convivono fra le performance poetiche beat e la caccia alle streghe del maccartismo, mentre le ricerche dirompenti dell’espressionismo astratto e il successo planetario del rock’n’roll sono lontani anni luce dai sobborghi della rampante nuova borghesia operaia, dove si va affermando l’unità abitativa mono-familiare, con elettrodomestici sempre più sfavillanti e il neonato immaginario televisivo – in un cortocircuito politico e culturale che di lì a poco segnerà tutto il secolo.     Un prodotto preciso e straziante che rimanda a quel nugolo di esplosive giustapposizioni – che tanto sembrano aver da dire sulla condizione socio-politica e culturale in cui versa oggi l’Occidente – è Un tram che si chiama desiderio, testo in parte autobiografico che ha consacrato al successo (e allo scandalo, visti i tanti tabù toccati) Tennessee Williams nel 1947, dove vecchio e nuovo, ricchezza e povertà, integrità e cinismo si sfidano, si mescolano e si scontrano. Poco rappresentato...

Francesco Permunian. La Casa del Sollievo Mentale

La Casa del Sollievo Mentale (Francesco Permunian, Nutrimenti, 2011, pp. 176) è il luogo dove celebrarne l’assenza, il limbo allucinato in cui sostare senza riposo tra il rimpianto della follia perduta e l’incontrollato abbandono. Le pareti sono di carta e parole, solide quanto occorre per imprigionare le anime incendiarie e voluttuose che la abitano, ma non abbastanza per trattenere il contagio. Sui bordi del lago di Garda, come tra le quinte polverose di un teatro abbandonato, maschere deformate e sconvolte compaiono sul palcoscenico: Alfonso Maria Manotazo, nobile e romantico discepolo di Guido Ceronetti; il parassita Alfreduccio, necrofilo profanatore di cadaveri, libri, bambole e termosifoni; Donna Maria Reginalda, presidentessa delle Dame di San Vincenzo, che offre la redenzione tra le sue gonne di santa. Nel dramma in due atti della follia, un inconsapevole Caronte bibliotecario accompagna il lettore tra i relitti e i deliri della ragione disfatta e di seguito sfilano variopinti e disperati il pluriomicida impotente, la tanguera etilista, il medico con il vizio della letteratura e la zia Arpalice, stretta dalla schizofrenia tra visioni mariane e...

Camminare in città

Nelle città non si cammina. Ci si sposta continuamente e si maledice quel tempo buttato via così, tra un punto e l’altro, tra un ufficio e l’altro. Il camminare è attività fine a se stessa, non un effetto secondario. Se davvero tra la complessa attività del camminare e il pensiero c’è una relazione così stretta potremmo giungere subito alle conclusioni: le persone non camminano perché non pensano. O se si preferisce: non pensano perché non camminano.  Ma se definiamo“complesso” il movimento, l’atto del camminare (basti pensare a quanti muscoli e ossa vengono coinvolti, quanto combustibile viene consumato, quanto sangue pompato addirittura vicariando il cuore con i meno nobili piedi) anche il pensiero segue strade e viottoli infiniti e spesso indefinibili.  Senza avventurarmi in questi intricati percorsi voglio dare corpo a uno spettro dai molti nomi che forse spiega la leggera apprensione che accompagna questa parola: il camminante porta sempre con sé l’immagine del disagio. Chi cammina senza spostarsi semplicemente da un punto all’altro, chi vaga senza...