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guerra

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Nell’Appennino di Parma

Ucci, ucci sento odor di Bertolucci. Sono uscito dall’autostrada della Cisa a Berceto e, forse per sottrarmi a impegnativi bilanci esistenziali, mi avvio in una giornata d’inverno per l’Appennino più impervio. Quando passo da Casarola, almeno la toponomastica ricorda la carezzevole musa del poeta parmigiano che qui trascorreva i mesi dell’estate e una parte dell’autunno. In realtà voglio rivedere questi luoghi nella fioca luce di gennaio per figurarmi come avesse vissuto l’inverno del ’43 Eric Newby, prigioniero inglese in fuga e autore dell’indimenticabile Amore e guerra tra gli Appennini, autobiografia di guerra ma anche preciso resoconto etnografico della vita contadina dell’Italia del secolo scorso (e di quelli passati).   Qualche anno fa, attraverso un amico comune, sono stato a cena da Wanda Newby, l’amore che dà il titolo al libro. Eric e Wanda si conobbero nel campo di prigionia di Fontanellato e, a guerra finita, Newby andò a cercarla per farne la compagna di vita. Lo scrittore, divenuto uno dei più classici travel writer britannici del dopoguerra, era scomparso da un...

Le mani di Zoff e il tricolore

C’è un’immagine che traduce in emblema la vittoria italiana ai Mondiali di Spagna, nel luglio del 1982, ed è quella che ritrae su un francobollo le mani del capitano della nazionale, il portiere Dino Zoff, mentre innalzano, tutta d’oro scintillante, la Coppa del Mondo. Il modello è la fotografia che all’indomani di quell’11 luglio apre fatalmente i quotidiani: la firma è di un pittore grande e discusso, senatore comunista nientemeno, Renato Guttuso, il quale si compiace di ignorare il tricolore e lascia viceversa trapelare solamente l’azzurro e il giallo oro. Eppure, per la prima volta, il tricolore sta occupando e persino travestendo le piazze italiane in delirio: la bandiera che pendeva afflosciata dagli uffici pubblici, appannaggio semmai dei neofascisti e della cosiddetta maggioranza silenziosa (gli ultimi sbandieramenti erano stati nel ’54 per Trieste italiana) diviene di senso comune e si presenta addirittura in forma di tatuaggio, come per quei giovani tifosi, nello Stadio “Sarrià” di Barcellona, ripresi mentre esultano, dopo la tripletta di Paolo Rossi al Brasile, seminudi e...

Kamikaze: un’interpretazione impropria del raid aereo

  L’aereo può essere utilizzato come mezzo per penetrare in aree altrimenti irraggiungibili, paracadutando i raiders oltre le linee nemiche. Si tratta di azioni assai frequenti che però vedono un utilizzo meramente strumentale dell’aereo, laddove il raid vero e proprio comincia con l’atterraggio degli uomini. Quaranta paracaduti italiani furono per esempio lanciati il 14 giugno 1943 nella zona dell’aeroporto inglese di Bengasi; gli aerei sarebbero tornati dieci giorno dopo in una località deserta a sud di El Carruba per il recupero. Tra i due transiti in volo, peraltro indispensabili, si svolge il raid vero e proprio. Sentendosi individuati gli incursori distrussero i paracadute e si divisero in squadre di due, tre elementi per sfuggire ai rastrellamenti; una sola di esse, nascondendosi di giorno nel Gebel e marciando di notte, raggiunse l’obiettivo e fece funzionare le bombe a scoppio ritardato piazzate sotto i serbatoi dei velivoli inglesi. E però anch’essi vengono più tardi scoperti cosicché l’appuntamento con gli aerei va a vuoto e nessuno conclude il raid con il ritorno.   Il...

Nicole Janigro racconta James Hillman

Il suicidio e l’anima, Senex et puer, Saggio su Pan, Il mito dell’analisi, Re-visione della psicologia, Il sogno e il mondo infero, Le storie che curano, La cucina del Dottor Freud, Saggi sul Puer, Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, Fuochi blu, Il codice dell’anima, Puer aeternus, Politica della bellezza, La forza del carattere, L’anima dei luoghi, Un terribile amore per la guerra, La ricerca interiore. Da mezzo secolo i libri di James Hillman accompagnano un’infinità di esistenze, i suoi titoli hanno segnato la via di chi crede che conoscere l’anima sia uno stato dell’essere, la psicologia una metafora per rappresentare la spaccatura tra cultura e natura, la psicoanalisi quell’illusione capace di trasformare il mondo.   Ebreo americano nato ad Atlantic City nel 1926, morto il 27 ottobre a Thompson nel Connecticut, studia alla Sorbona e a Dublino, conosce l’India negli anni Cinquanta, incontra Jung, partecipa alla comunità intellettuale cosmopolita di Eranos, dirige il C. G. Jung Institut di Zurigo dopo la morte del maestro. Nel 1978 torna negli Stati Uniti, fonda il Dallas...

Avanti e indietro per il cielo

“È merito di Giulio Douhet”, come scrive Italo Balbo nell’introduzione a Il dominio dell’aria e altri scritti (1932) del generale piemontese prematuramente scomparso, “aver richiamato per primo l’attenzione di tutti sul problema della guerra aerea”. Egli nel 1921, riflettendo sulla grande guerra, delineava i probabili scenari del prossimo conflitto, sottolineando l’attitudine offensiva dell’aereo che permette una libera scelta degli obiettivi, senza che il nemico possa a sua volta individuarlo in precedenza, e su cui anzi concentrare con grande rapidità le proprie forze minacciandolo per un raggio d’azione assai largo. A ciò il nemico non può rispondere con altrettanta velocità di manovra. Douhet prefigura insomma il superamento della guerra di posizione difensiva appena combattuta a favore di una offensiva dovuta all’introduzione del nuovo mezzo bellico, che diviene più economica e razionale poiché “per difendersi da un’offensiva aerea occorrono più forze che non per attaccare.” La comparsa dei primi aerei da combattimento non fu decisiva...

La specificità dei GAP

  Tra le varie narrazioni partigiane vorrei prendere in esame in particolare quelle sui Gap in quanto mi pare siano la massima espressione della forma che stiamo descrivendo. Si tratta in primo luogo di un teatro di guerra, la metropoli, del tutto nuovo. E forse ignota è la crudezza con cui sono definiti i luoghi e gli obiettivi: “G. A. P. Vuol dire: Gruppo Azione Patriottica, vuol dire uccidere i fascisti”. I protagonisti viareggini del romanzo di Tobino, Il clandestino,sono molto impressionati da questa realtà metropolitana e chiedono di poter studiare un’azione da importare eventualmente in provincia. Dopo aver assistito con una certa ammirazione subentrano però i dubbi: “Ma quali erano mai le doti per l’azione di gap? Per uccidere? Si doveva essere freddi, spietati, criminali? O essere invece credenti, soldati votati al bene? Avere la violenta passione, un’infuocata speranza?”. Una risposta, che unisce la vocazione idealista con la brutale concretezza, la potrebbe fornire la gappista romana Musu:   Forse, a voler essere sincera fino in fondo, una certa propensione per il rischio, questa s...

Il presente che fu

Ci sono periodi in cui le vicende dell’oggi sembrano ripiegarsi sul passato. Paiono rifrangersi in uno spicchio temporale, incapsulato in un tempo trascorso, che – sommerso frattale di una più vasta narrazione – balbetta stupefacenti analogie con il presente. Alex Butterworth, autore de Il mondo che non fu mai. Una storia vera di sognatori, cospiratori, anarchici e agenti segreti, appena pubblicato da Einaudi, non è certo il primo a sostenere che l’inizio del secolo nel quale stiamo vivendo sia ripiegato all’indietro, tendendo ad assomigliare, nello sviluppo di molti degli eventi che lo contraddistinguono, allo scivolare sempre più precipitoso dell’Ottocento nell’aprirsi del Novecento.   Altri, in modo più o meno esplicito, lo hanno già suggerito, allineando ingredienti e somiglianze tra presente e quel passato. Ad esempio il crollo di un consolidato ordine internazionale, l’irrompere di nuovi soggetti e di sempre più devastanti diseguaglianze sullo scenario globale, la difficoltà, di fronte al rapido succedersi di innovazioni, nel trovare un senso comune e condiviso nel...

Il raid nella Grande Guerra

  La grande guerra ha quel carattere tecnologico che la rende il primo conflitto vicino all’idea contemporanea di guerra; in più era stata configurata dai generali tedeschi, perlomeno nei confronti della Francia, come un unico blitz. La velocità e la sorpresa sono condivisi dunque con il raid finora considerato ma è altrettanto noto quanto i piani iniziali tedeschi si volsero di segno, trasformando il conflitto lampo di conquista in una logorante guerra di posizione. Il numero dei caduti nella prima guerra mondiale evidenzia poi, insieme alla lunghezza dei fronti, la necessità di un esercito di massa che, sottoposto ad una dura disciplina, bloccato nelle trincee e subordinato alla tecnologia bellica, sembra del tutto spersonalizzato e lontano dalla mobilità, pericolosa ma entusiasmante del raid. Si compie allora la parabola fin qui percorsa di un esercito immaginato come perfetta, autosufficiente, efficientissima macchina. Eppure nel testo che abbiamo scelto per l’analisi (La mano mozza, resoconto pubblicato da Blaise Cendrars durante il secondo conflitto mondiale), come del resto sarebbe stato possibile trovare analogamente...

Continuità e modificazioni del raid nel novecento

Nel Novecento l’uso sistematizzato del raid in guerriglia continua, ed anzi si amplia geograficamente a livello globale, trovando pure diverse codificazioni teoriche. In Europa, come già nella Spagna antinapoleonica, le nazioni sconfitte da prima sul piano della guerra regolare adottano queste ulteriori forme di lotta quando l’occupante nazista, impegnato ormai su troppi fronti, dà iniziali segni di cedimento. Così in Italia, nei Balcani o in Francia proprio la guerra dei pochi salva l’onore di tutti o ribalta destini già scritti nel senso di definitive umiliazioni in campo aperto. Può viceversa essere una carta da giocare quando l’esito dello scontro è ancora aperto, come in Russia secondo le direttive di Stalin basate sul ripiegamento, la tenuta delle città e l’azione di partigiani infiltrati aldilà delle linee avanzanti dei tedeschi. In tutti questi casi il raider diviene, in misura anche superiore che nell’Ottocento in cui la spinta rinnovatrice del Romanticismo incontrava ancora molte riserve, figura positiva e leggendaria di liberatore, supportata a livello popolare nonché...

Treviglio / Paesi e città

La Madonna, dicono, la Bella Signora. “Quàte bàle, ostia!… Ognuno c’ha la sua madonna, tutte bugiarde. Anche Treviglio c’ha la ‘madonna delle lacrime’, no?… Quale lacrime? Piange sempre, i dìs… Ma quale lacrime?”. Te non credi ai miracoli? “Ma va’!… Non esistono i miracoli. Nessuno ha fatto miracoli… Quali miracoli? Vai là dritto, torni a casa gobbo… Miracoli un cazzo”.   1522, siamo al tempo delle “guerre d’Italia”, la disputa tra Francesco I e Carlo V: fin qui, giù, nella Bassa. Il 28 febbraio l’esercito del re di Francia e quello veneziano si portano, il primo dalla Gera d’Adda e dal Cremonese, il secondo dal Bergamasco, a Lodi. In quello stesso giorno, un venerdì, il generale Odet de Foix conte di Lautrec, negli anni precedenti vittorioso e sanguinario a Milano, decide di muovere verso Treviglio. Carlo V imperatore alleato con il pontefice contro Venezia e i Francesi, questi gli schieramenti in campo. Lautrec è adirato con il vicepodestà Landriani, eccessivamente filoimperiale: le...

Que Viva Garibaldi!!

  Anche la letteratura italiana viene investita dall’ondata romantica che tende a rovesciare l’esistente portando a galla nuove figure. Si tratta di una produzione di seconda mano che riprende la silhouette del cavaliere in chiave didattico-patriottica (l’Ettore Fieramosca dell’omonimo romanzo di D’Azeglio) o piega nel medesimo senso, tra ribellione individuale e rivendicazione nazionale, personaggi quali il Passatore in Berchet, i banditi con il melodramma verdiano, i partigiani o gli esuli dei Profughi di Parga o de Il fuoriuscito. E tuttavia, a fronte di una tale letteratura non particolarmente originale, l’Italia può offrire proprio sul piano storico l’esempio più calzante e riassuntivo di questo genere d’eroi, quel Giuseppe Garibaldi le cui Memorie paiono per l’appunto il racconto paradigmatico e mancante del romanticismo nazionale.   Garibaldi a soli ventisette anni era già stato definito dalle autorità piemontesi “bandito di primo catalogo” per i falliti moti mazziniani di Genova. Arruolato nella marineria sarda l’aveva allora abbandonata senza licenza per...

Il ribaltamento romantico: nascita del partigiano

Gli autori del raid, ne abbiamo portato abbondante testimonianza, cambiano volto come una stessa figurina dai cristalli mobili nel corso della storia e a seconda del punto di vista da cui li si osserva. Si è trattato volta a volta di popoli che cercano di difendere il proprio territorio da nemici più potenti e organizzati quali Atene o Roma, di generali ribelli come Sertorio o di truppe inserite invece all’interno degli eserciti occupanti (e delle flotte statali) per renderli più agili ed aggressivi, di modalità nomadiche poi allargate per ragioni storiche all’intera guerra medievale, di eroi trascelti per una sola missione rischiosissima che si coprono di gloria, oppure di semplici banditi e pirati avidi di preda. Carl Schmitt introduce una categoria specifica, quella del partigiano, di cui fa risalire la codificazione moderna alla guerriglia che il popolo spagnolo “preborghese, preindustriale, e preconvenzionale” condusse tra il 1808 e il 1813 contro “un esercito regolare, moderno, ben organizzato, uscito dalle esperienze della Rivoluzione francese”, cioè quello napoleonico. I similari episodi precedenti,...

Salvatore Quasimodo / Il mio paese è l’Italia

  Una delle nove poesie della raccolta La vita non è sogno, nella quale Quasimodo ribadiva la svolta ‘civile’ della propria scrittura (già testimonia nella precedente Giorno dopo giorno) Il mio paese è l’Italia venne composta, come le altre della silloge, negli anni dell’immediato dopoguerra. Sospeso tra ricordo e riscatto, tra lutto e tensione alla vita, il poeta è custode della memoria della tragedia bellica e dello sterminio e insieme fautore dell’utopia di una patria comune.     Più i giorni s’allontanano dispersi e più ritornano nel cuore dei poeti. Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno con le colline di cadaveri che bruciano in nuvole di nafta, là i reticolati per la quarantena d’Israele, il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido, le catene di poveri già morti da gran tempo e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani, là Buchenwald, la mite selva di faggi, i suoi forni maledetti; là Stalingrado, e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta. I poeti non...

I raiders autorizzati del mare

Oltre alla separazione incerta tra pirateria e pacifico commercio di uno statuto ambiguo per eccellenza, segnalato anche dal duplice nome non del tutto sovrapponibile nel significato, vive il pirata/corsaro. Nella prima accezione si tratta di predoni che, pur utilizzando navi e muovendosi sul mare per i loro assalti ai vascelli commerciali o alle città portuali, sono di fatto equiparabili ai banditi di terra. Tuttavia nel corso della storia, fin dall’epoca medievale sul Mediterraneo, alcuni tra i più capaci tra questi ricevono dai governi una patente da corsa per assalire i nemici con raid bellici. Uno dei più temuti fu Khayr al-Din, figlio di un rinnegato greco, che fin da giovane apprese insieme al fratello l’arte familiare della pirateria. Le sue prede furono da subito soprattutto i galeoni spagnoli in transito dalla Sicilia e la sua area di influenza si allargò a tutto il Mediterraneo occidentale, quando dalla piccola isola di Gerbe riuscì addirittura a prendere Algeri nel 1516 facendone la base di lancio per feroci scorrerie. Il pirata si trasforma ed ingigantisce donando la città conquistata a Solimano il Magnifico,...

La guerra moderna e il bando al raid

La frequenza con cui si adopera il raid nella guerra medievale gli fa perdere gran parte di quella straordinarietà eroica che, seppur con molte contraddizioni, si trovava celebrata nel mito e nell’Iliade. Il mondo greco lo praticava nei rituali iniziatici e lo riadottò dai barbari, continuando però a sminuirlo e a irreggimentarlo nelle formazioni dei peltasti; lo stesso, con maggiore accentuazione negativa, fece la grande potenza romana. Ora, dai nomadi germanici in poi, si assiste da un lato a una mobilitazione letteraria attraverso la mitologia nordica e i romanzi cavallereschi, cui s’affianca il supporto ideologico della Chiesa, dall’altro a una sua normalizzazione dovuta alla pratica diffusa. Di qui semmai una condanna di tali incursioni intesa come condanna della guerra tout court. In più, a spogliare dai connotati eccezionali, oltre all’abitudine alla pratica da parte di tutti, si aggiunge l’incerto confine tra guerra di raid e banditismo esercitati nei confronti di popolazioni inermi. Scarso dunque il valore e la pericolosità dell’azione quando il soldato, divenuto routier, oppure semplicemente alla...

La realtà del Medioevo

Da una parte l’elaborazione di rituali religiosi, dall’investitura in avanti, che danno quadratura valoriale alla cavalleria, insieme la sua codificazione nelle belle imprese cantate dai poemi, dall’altra la realtà della guerra nei lunghi secoli del Medioevo. Una volta infranto l’ordine territoriale romano le gigantesche migrazioni di popoli si travasano infatti da est nel crogiolo dell’Europa occidentale con ondate magmatiche che investono città, campi, armati e civili. Vi portano la sperimentata abitudine alla scorribanda come metodo nomadico del combattere, aggravata dalla fluidità di confini e dei diritti. Fino ad allora, come bambini eccitati dalla trasgressione del limite, si erano arrovellati attorno al limes, ora essendone accolti, ora volendolo travolgere, ora soltanto varcandolo per ripiegare con frequenti raid. A ciò si aggiunge un’economia per forza di cose depressa che faticherà a ristabilire produzione e scambi fin quando una nuova sistemazione generale non andrà a sostituire quella esistita per tanto tempo. Ne consegue che “il modo di gran lunga più diffuso di guerreggiare...

Lamezia Terme, 5 maggio 2011

E invece Aristofane lo faccio aspettare ancora. Perché è successa una cosa davvero molto brutta. Sono entrati di notte dentro Palazzo Panariti, dove teniamo gli incontri di Capusutta, hanno sfasciato porte e finestre. Ladri? Ma non c’era niente da rubare, il palazzo è ancora vuoto, appena inaugurato, non ci sono attrezzature, solo due piccoli monitor per la sorveglianza. Dei balordi, può essere. E se fosse invece un brutto segno, una specie di intimidazione? Contro chi? Ci nascono strani pensieri in testa, che vorremmo ricacciare indietro.   Speriamo che non siano segnali contro Tano Grasso e il suo irruento procedere a cercare di portare novità nella cultura cittadina. In effetti non c’è un’aria rassicurante in giro: sembra da certi discorsi - sembra, ripeto - che qualcuno remi decisamente contro. “È che il teatro di ricerca qua non funziona!”, “che prima di voi c’erano altre esperienze di laboratorio teatrale, mica era il deserto!”, e argomentazioni simili. Che bisogno c’era di ricorrere a Ravenna e a Napoli, in sostanza. E in effetti, a parte le porte sfasciate, c...

Barbari nel gioco dei punti di vista

Dal mito, oltre all’invenzione letteraria, proviene, rispetto al raid, anche il racconto storico vero e proprio. Qui il protagonista del raid si mantiene irregolare ma la sua accezione comincia a farsi negativa così come questa stessa particolare forma di guerra. Essa appartiene infatti alle popolazioni nomadi o a quelle più deboli il cui territorio è stato invaso oppure ancora sfuma i confini dei combattenti confondendoli con i banditi. Così per esempio erano percepiti e chiamati i partigiani dall’esercito nazista. Dato che, come noto, la storia viene scritta dai vincitori, la forma raid e chi la agisce saranno soggetti alla valutazione ideologica dei più forti. In generale i più forti, e quindi vincitori, avendo un esercito superiore ed alle spalle un sistema politico più organizzato, prediligono lo scontro in campo aperto e ritengono pertanto il raid una forma impropria e codarda di guerra. Già gli storici greci ci insegnano che onorevole è piuttosto morire fino all’ultimo uomo di fronte ad una forza preponderante. Infatti, come affermano Deleuze e Guattari, “si scrive la storia, ma la si...

Ritorni e sopravvivenze: peltasti e cripti

Demostene nel 426 a.C. guida la spedizione ateniese per la conquista dell’Etolia, una regione montuosa posta nella Grecia centro occidentale, per lungo tempo ai margini del grande sviluppo delle poleis. Così Tucidide racconta il primo scontro nel III libro (97.2) de Le storie:“avanza verso Egitio, l’assale e la piglia a viva forza. Gli abitanti infatti erano fuggiti e si erano posti sui colli che dominavano la città: questa si trovava in luoghi montagnosi a circa ottanta stadi dal mare. Ma gli Etoli che erano già accorsi in aiuto di Egitio, scendendo dai colli, chi da una parte chi dall’altra, attaccavano e saettavano gli Ateniesi; e quando l’esercito ateniese attaccava, si ritiravano, quando quello si ritirava, incalzavano. E a lungo durò una tale battaglia di inseguimenti e di ritirate, ed in entrambi i casi gli Ateniesi avevano la peggio”.   Gli Etoli, “gente armata alla leggera” (III,98.1), veniva respinta dagli arcieri che scortavano la falange ma, una volta stancati e scompigliati questi, si materializza la rotta degli Ateniesi, con i nemici “veloci nella corsa ed armati alla leggera...

Il trionfo della falange

La guerra arcaica in Grecia esaltava, nell’ambito del conflitto in campo aperto, lo scontro basato sulla forza e la destrezza individuali, che trova nel raid una piega nascosta, anche psicologicamente notturna, frequentata da pochi con qualità di areté, ma pure di metis ed apaté. L’evoluzione successiva delle poleis sembra superare tale concezione cancellando addirittura il raid. Lo spazio diventa necessariamente un terreno largo e pianeggiante, stabilito in precedenza dal comune accordo dei contendenti. Una piana riquadrata in una serie di blocchetti accostati strettamente che, in una vertigine di orizzontalità, incidono lo spazio fronteggiandosi con perfetto equilibrio. Ciò nell’avanzata primavera o nella piena estate, con un tremolante velo di caligine meridiana che divide e nel contempo unisce la specularità incantata dei due eserciti. L’irreale silenzio e poi lo strepito, il clangore dell’impatto frontale. Lo schieramento è fisso su linee parallele e ranghi serrati. Fanteria pesante, ma allenata nel disarticolarsi e ricomporsi dalle colonne in marcia alle otto per il combattimento, che...

Giuseppe Ungaretti / Italia

Penultima di Porto sepolto, insieme a Poesia (poi Commiato) questa lirica fa da chiusura alla raccolta, in dichiarata simmetria con le proemiali Porto sepolto e In memoria. Là Moammed Sceab era “suicida/ perché non aveva più/ patria”. Qui l'apolide poeta-soldato ne diventa finalmente parte, confondendosi, mercé l'uniforme mimetica, nella moltitudine di italiani al fronte: facendosi “grido unanime”. Furono tanti, troppi, gli intellettuali e gli scrittori che credettero che il massacro inaudito della Prima guerra potesse essere il viatico necessario a fare degli italiani un popolo. E se i proclami dei più ferventi interventisti ancora ripugnano, anche le più sincere e problematiche istanze di chi credeva che il fronte fosse l'unico luogo – se non quello d'elezione - per fraternizzare con i compatrioti (uno fra tutti: Renato Serra) rimangono inaccettabili. Tuttavia, questa poesia, di quel sentimento, rimane una delle testimonianze più alte e sincere, immune com'è da ogni mistica bellicista, da qualsivoglia fervore patriottardo.   Sono un poeta un grido unanime...

Il piroscafo Conte di Biancamano

Bergamo, Città dei Mille nei primi anni Sessanta. La scuola non era lontana da casa ma bisognava comunque attraversare via Statuto, poi scendere lungo viale XXIV Maggio, prendere a sinistra via Mazzini e poi subito a destra via Cadorna, arrivato: Scuole Elementari “Armando Diaz”. Il maestro Angelo era un po’ manesco e anche fissato con i canti risorgimentali e ci faceva suonare sulla melodica Hohner le note della Bella Gigogin e Addio, mia bella addio, tutti e trentacinque quanti eravamo sull’attenti, in braghe corte. Al pomeriggio, partitella nel campetto di via Diaz contro i nemici storici di via Legionari in Polonia. Tutta la seconda infanzia così, in quel quadrilatero dai toponimi patriottici. La prima raccolta di figurine, quando però abitavo ancora a Pavia, era stata quella dei garibaldini del Corriere dei Piccoli. Negli anni della Diaz, invece, erano i ragazzi di Curtatone e Montanara ad accendere la mia fantasia, quasi quanto i Tigrotti di Mompracem. Poi la lunga marcia nell’adolescenza e la rimozione, prima, e quindi il rifiuto di quella cosa, finanche della parola. Come a quasi tutti quelli che conoscevo allora,...

La società imprevista

I grandi eventi politici ed economici degli ultimi anni hanno un minimo comun denominatore: la mancanza di previsione. Non si è previsto, fra servizi segreti, studiosi, politici e analisti, ambasciate, diplomatici, professori e giornalisti, che l’intero nordafrica si rivoltasse in tre mesi come un calzino. Come nessuno aveva previsto – politici, economisti, banchieri e mercanti – che due anni fa ci cascasse addosso la più grande catastrofe economica dopo il 1929. Come non è stato previsto che un giorno qualsiasi due aerei si schiantassero nel cuore di Manhattan. Come non sono state previste la vittoria di un nero alla casa bianca (veniva data per scontata la vittoria della Clinton fino a due settimane prima e quella di McCain alcuni mesi dopo), o, per dire, solo tre mesi fa non era stato previsto il crollo di esportazioni della Cina per il 2011 (e l’inspiegabile aumento di importazioni), ma allo stesso tempo viene previsto ogni anno – imminente da 15 anni (ogni domenica nell’editoriale di Scalfari) – il crollo del Berlusconismo. Le previsioni del meteo, a confronto, sono una certezza. Ci si chiede, inevitabilmente...

Due appunti sul Levi "patriota"

1. Nelle scuole inglesi s'insegna pochissimo di poesia, ormai. Ma un'eccezione viene fatta per la poesia della prima guerra mondiale, e soprattutto per una poesia in particolare, terrificante, del giovane Wilfred Owen, morto in guerra pochi giorni prima dell'armistizio del novembre 1918. S'intitola Dulce et decorum est: Bent double, like old beggars under sacks, Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge, Till on the haunting flares we turned our backs And towards our distant rest began to trudge. Men marched asleep. Many had lost their boots But limped on, blood-shod. All went lame; all blind; [...] If you could hear, at every jolt, the blood Come gargling from the froth-corrupted lungs, Obscene as cancer, bitter as the cud Of vile, incurable sores on innocent tongues, My friend, you would not tell with such high zest To children ardent for some desperate glory, The old Lie; Dulce et Decorum est Pro patria mori. Pochi mesi prima, nel 1916, a Locvizza/Lokvica sul Carso, oggi località slovena, Giuseppe Ungaretti ricorda il suo amico arabo morto a Parigi nel 1913, nella poesia In memoria: Si chiamava Moammed Sceab...