raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Categorie

Elenco articoli con tag:

infanzia

(90 risultati)

La Flor de la Canela

La pigrizia ha sempre dominato la mia vita. Da bambina detestavo camminare, a volte persino uscire, una resistenza tenace ad abbandonare la tana, i giochi, i libri. Nelle gite ero quella che voleva fermarsi a riposare, che aveva fame, che aveva sete, che le facevano male i piedi, Ay Maria Dolores..., sfotteva mia mamma che era una sveltona animata da un nervo sotterraneo che emergeva in ogni gesto. Aveva un passo rapido, deciso, "airoso", "... jazmines en el pelo y rosas en la cara, airosa caminabaaa la flor de la canelaaa...", faceva il ritornello d'un valzerino peruviano che andava per la maggiore in casa, lo ballava ridendo e muovendo i fianchi e mio padre le dava corda sicché lei si credeva la Flor de la Canela stessa e anche noi lo credevamo, bella era bella, profumata pure e camminava così ariosa che starle dietro era uno strazio, Amàaa... Anda despacio por favooor..., lei si voltava sbuffando, l'avrei uccisa. Dell'infanzia ricordo una sola passeggiata da me voluta e goduta.   Playa de Ondarreta. I 4 dell'Avemaria   Seguendo le istruzioni d'una rivista, mia madre ci aveva fatto dei costumi da...

Parigi - L’intrepido fantino al Grand Palais

  Parigi è tante cose. Per molti, per i visitatori e per i turisti, è principalmente un giocattolo. A Parigi si gioca sulla Tour Eiffel, si gioca davanti alle vetrine dei gioiellieri di place Vendome e ai tavolini dei bistrot di Montmartre. Un po’ perché la retorica degli uffici del turismo francese ha trovato più facile raccontare la città in questo modo, un po’ perché niente è meglio del kitsch di cui Parigi è ben dotata per stimolare la fantasia infantile che si annida in ognuno di noi. Ma principalmente perché Parigi è una città demodé che difficilmente abbandona le proprie abitudini: piuttosto le accantona in attesa di farci qualcosa, come vecchi giocattoli non più buoni, ma di cui i nipoti sapranno certamente cosa fare.   La mostra Des jouets et des hommes, aperta in questi giorni al Grand Palais, è forse una delle più originali e riuscite esposizioni degli ultimi anni e allo stesso tempo è una mostra tipicamente parigina per tipologia - monumentale: oltre mille gli oggetti esposti - e per filosofia con il Grand Palais trasformato in...

Tutti sono stati bambini. Conversazione con Giuseppe Caliceti

  Da quando sono un insegnante ho notato che tutti gli adulti, indipendentemente dalla loro professione, quando parlano di scuola rimuovono costantemente la loro esperienza di studenti, dando giudizi di taglio vagamente sociologico che magari si appoggiano sulla vicenda dei loro figli o di adolescenti che conoscono. Chi non lavora nella scuola – e spesso anche chi ci lavora – ha a che fare con una rappresentazione ideologica della realtà costruita dai media. Una rappresentazione che dipinge la scuola come il teatro di una catastrofe e il luogo della barbarie, con il preciso compito di servire l’attacco contro la scuola pubblica in corso da tempo, di cui i Gelmini, Brunetta, Tremonti hanno scritto solo la pagina più recente, offensiva e brutale. I problemi reali vengono sistematicamente ignorati e l’invenzione di presunte emergenze serve per legittimare provvedimenti, in genere tagli di spesa o mostruosità burocratiche inconcludenti, che creeranno nuovi problemi: in questo modo in dieci anni la condizione della scuola italiana, e la qualità della vita al suo interno, è peggiorata davvero e sistematicamente. Il...

Arrivederci, signor Erwin

Es gibt kein schlechtes Wetter, es gibt nur schlechte Kleider, non esiste il cattivo tempo, esistono solo vestiti inadeguati.   Ho l’appuntamento con Erwin Brugger alle dieci del mattino alla stazione di Herisau. Arrivo dieci minuti in anticipo e lui è già alla stazione che mi aspetta con la sua giacca rossa antipioggia e gli scarponi da montagna.   Arriviamo con la macchina all’inizio di un sentiero leggermente in salita. Erwin aveva portato due ombrelli. Incominciamo a risalire il sentiero che entra dentro un bosco in leggera pendenza. Continua a piovere, non fa freddo e l’aria è estremamente piacevole e profumata. Cammino senza parlare al fianco del Signor Erwin e, di tanto in tanto, faccio qualche scatto lungo il sentiero (com’è ingombrante a volte la macchina fotografica!). Erwin Brugger cammina sempre qualche passo davanti a me e mi suggerisce di soffermarmi ogni volta davanti a delle targhe che riportano dei frammenti di scritture di Robert Walser.   Io non riesco a leggere perché la mia attenzione è tutta rivolta verso quel signore distinto con i capelli bianchi e il passo sicuro...

Cammin facendo...

“Cammin facendo…” era l’intercalare col quale la nonna Giulia riprendeva fiato, e riordinava le idee, quando mi raccontava le storie per addormentarmi. Accoccolata vicino al mio letto, con il cane lupo Penelope ai piedi, nella sua grande casa di Firenze, dietro la Questura, si sentiva puntualmente chiedere dalla mia vocetta irrimediabilmente sveglia: “Facendo cosa?” Questo la faceva innervosire. Per lei sembrava ovvio che il tempo si facesse trascorrere camminando. Ma il cammino tornava anche in altre sue espressioni. Per dire che una cosa andava trattata con pazienza, nei tempi giusti, diceva: “Cammin, cammino”. Quando la facevo arrabbiare, invece, mi mandava via con un brusco: “Cammina!”. Fu lei che, avrò avuto quattro anni, mi portò, in un tiepido pomeriggio primaverile, a fare per la prima volta quella camminata che sarebbe diventata la mia “passeggiata per antonomasia”, finchè abitai nell’appartamento sopra i tetti, dei miei genitori, nella via che prendeva il nome dal maestro sodomita di Dante, alla periferia nord della città. La strada saliva dolcemente, tra...

Lerici / Paesi e città

Una volta a Lerici c’era il mare. Giuro, ne ho le prove, come dice Arminio. Il mare e altro, ma adesso occupiamoci solo del mare. Come faccio a dirlo? Beh, quando qualche volta ritorno là e, come mia abitudine, mi frugo nel naso (Federico!!! Almeno fallo che io non ti veda! La Signora, la pianista) mi sembra di sentire sempre quel misto inconfondibile di puzzo d’alga e carcassa di granchio in decomposizione. E le mie narici dilatate e sgombre riaprono, come Sesamo, il mondo perduto dei Ravatti ( lericino, in italiano ‘ciarpame’, ‘res nullius’ in latino), roba che noi bambini trovavamo poco sopra la battigia dopo le mareggiate e nascondevamo nelle nostre favolose tasche (e poi nei cassetti, fuori dagli sguardi indiscreti della summenzionata).   Chiamarla roba è forzato: un niente, un tempo, appunto, qualcosa una volta con una forma e una funzione, ora trasformate, resa irriconoscibile dal mare: prima sasso grigio e poi barattolo di Coca Cola (non stupite, a Lerici, nel ’45, aveva già fatto la sua comparsa una delle prime avvisaglie della nuova invasione barbarica, tecnologica questa volta, tanto pi...

Panta rei?!

È sempre bello tornare nel proprio paese natale, dove il pane è il più buono, i pomodori sono più pomodori e l’acqua disseta meglio di tutte le altre. “Panta rei” afferma Eraclito e sono d’accordo, certo! Non ci si può bagnare due volte con la stessa acqua, come non si può fare la stessa medesima esperienza due volte giacché ogni cosa nella sua realtà apparente è sottoposta alla inesorabile legge del tempo. Già, già. Ma allora come si spiega quello che mi è successo lo scorso week end quando, tornata nella mia Pisa in cerca di colori e suoni familiari, mi è capitato di portare mia figlia a sciacquarsi gli stinchi, rigati di sangue in seguito ad una rovinosa caduta sulla ghiaia, alla fontanella che si trova davanti a casa di mia nonna.   La fontanella, o meglio “la fonte” come la chiama mia nonna, è lì da sempre ed è sempre uguale, anonima nel suo modo camaleontico di confondersi con lo sfondo ma così attenta a ciò che le succede attorno, ritta e vigile nel suo aplomb discreto. La nonna ha sempre abitato...

La falena dell’Acheronte

Ad interessarmi, in quei primi anni, erano quasi solo le farfalle, intendo, le farfalle diurne, quelle che in gergo tecnico si chiamano “ropaloceri”, ovvero “antenne a clava”, essendo questa la caratteristica-chiave che le contraddistingue dalle farfalle notturne, le falene, quelle che hanno antenne di varia forma: filiformi, piumose, a pettine, e così via.   Erano solo le farfalle diurne, dicevo, quelle che mi ossessionavano quando uscivo con il mio retino a caccia: multicolori, bellissime, eleganti, furtive, astute, leggere, veloci. Ma attenzione, lettore: il mondo delle farfalle sensu lato comprende anche la ben più abbondante categoria delle falene che sono 10 volte più numerose delle farfalle. Al mondo vi sono quasi 170.000 specie di farfalle, ed il 90% di esse sono falene. In Europa, ad esempio, abbiamo meno di 500 specie di farfalle diurne su di un totale di 5000. Ma l’interesse per le falene era davvero minimo nei primi anni di ricerche ed esplorazioni per i prati ed i boschi del Biellese. Infatti, questi esseri sono spesso grigiastri, bruni, smorti, monotoni, scuri, pelosi, dal grande corpo e dall’...

La Fontanella della Cavanella

Si trovava vicino al greto del fiume Magra a Villafranca Lunigiana. Sgorgava in continuazione dal terreno del podere della “Cavanella”, da un semplice tubo di ferro inserito nella parete rocciosa. Un getto d’acqua limpida, cristallina, sempre gelata, che finiva in un “bozo” che a sua volta scivolava dentro a un ruscelletto allegro e disordinato per scorrere veloce fra pietre ricoperte di muschio, d’erbacce e di felci ai margini fra il capelvenere. A godersi l'umidità, rospi, rane e girini. Tra le foglie della vegetazione arborea filtravano i raggi del sole creando sull’acqua una tavolozza con tutti i riflessi argentei immaginabili, l’aria era satura di magia. Le sere d’estate i bambini più piccoli venivano mandati a riempire i fiaschi di quell’acqua pura e i morosi, con la scusa di bere, si fermavano a pomiciare.   Avevo poco più di sei anni, come tutti i bambini del paese frequentavo le Suore. Nel mese d’agosto ci portavano al fiume e la tappa alla Fontanella era inevitabile. In fila bere a turno, a gogo o sul palmo, per poi scatenarci tutti dentro il ruscello, cadere sulle...

Le fontanelle di Paese

L’acqua ha sempre un potere magico e magnetico, attrattivo, una calamita che tiene insieme le nostre vite in una sete che ci accomuna, in quel cammino arso, nel deserto del reale, che è spesso la vita. Quando rievoco la fontanella, ora ai margini delle nostre attività frenetiche, ridotta a elemento estetico, da decoro urbano, mi si stringe un po’ il cuore.   So che alcune Municipalità più pioniere e sensibili, hanno moderni distributori con acqua filtrata o gassata, fra l’entusiasmo un po’ fanciullo di qualche pensionato che rievoca il rito domestico, nel nobile gesto di attingere l’acqua fresca e giornaliera da portare in tavola. L’indifferenza delle automobili che scorrono attorno alla piazza, dove è messa a dimora, è forse la cifra del nostro tempo: tutto ciò che è umile e onesto è una presenza mimetica, reso ingrigito, superato dai tempi e dall’abitudine. Mi sovviene la poesia di Aldo Palazzeschi, con la sua umanizzazione della fontana e la nostalgica rievocazione di calure estive, dove nel silenzio delle sieste, la fontana scandiva la sua presenza rassicurante, ma anche angosciosa nelle sue tonalità acquatiche, di ventre materno, breve singulto, di sgorgo di Terra....

L'imprinting del lavatoio

I miei nonni vivevano in un piccolo borgo di campagna friulana. Vi si arrivava da una stradina sterrata ripidissima, le cascine s’alternavano ai letamai e agli orti, all’entrata del borgo un arco di pietra segnava il confine, la casa dei nonni era in cima alla salita, un grande cancello rosso, un fico carico di frutti, la stalla, il fienile, galline, conigli, lì ho passato parte della mia infanzia. Serate d’inverno coi vecchi seduti nella stalla a chiacchierare, serate d’estate giocando coi bambini del borgo a correre a rotta di collo giù dalla discesa, a catturare lucciole e maggiolini.   Prima dell’arco, c’era un antico lavatoio di pietra dove le donne lavavano i panni, io e mia sorella accompagnavamo sempre mia nonna con la sua cesta piena. L’acqua sgorgava dalla fontanella limpida e ghiacciata, riempiva la vasca, mia nonna iniziava il rito. Con quelle sue braccione di contadina sfregava, sbatteva, strizzava, noi la tenevamo d’occhio. Aspettavamo impazienti gironzolando, raccogliendo fiori, osservando coccinelle sotto il sole a picco. Aspettavamo il momento, pronte a scattare appena avesse riposto l’...

Il primo mascherone della fontana del Carmine

Il primo mascherone della fontana del Carmine era quello riservato alla squadra vincente, alla più forte del pomeriggio passato sul campetto in terra battuta a pochi metri di distanza. Perché è quello più vicino, con l’acqua che sgorga con dolcezza e regolarità; perché è sul lato sinistro, che ti permette di bere meglio, e perché non ti sporcavi le scarpette da calcio col fango sempre presente ai piedi di quello opposto.   Il rito del dissetarsi al termine di ore e ore passate sotto al sole su quel campo metà sabbia e metà erba, ottimo come pascolo, ma non per giocare a calcio (per noi era comunque un “erbetta” perfetta) non si dimentica facilmente. È il ricordo degli anni più spensierati. E mentre l’acqua ci ripagava del sudore disperso nel sempre presente polverone delle partite che finivano puntualmente a “coppia e rigori”, una sorta di compensazione calcistica che permetteva alla squadra perdente di salvare ai supplementari almeno l’onore; e mentre tu, sconfitto ancora una volta, rileggevi da grande stratega di calcio tutta la gara cercando...

Battaglie

Non sapevamo che venissero  dette “vedovelle” e non credo di aver mai fatto troppo caso a che l’acqua uscisse dal Drago (sempre smagliato, ingiallito dall’uso e che brillava come oro), ma una cosa la sapevamo bene, anzi due: che sul Piazzale Martini c’era una sola fontanella, così la chiamavamo, sul lato verso via Cicero Visconti, avamposto del territorio ostile e pericoloso  costituito dalla via Fausto Tommei e da Piazzale Insubria, e che non era prudente avvicinarsi quando i ragazzi più grandi la presidiavano con un piede appoggiato sulla piccola vasca, dimostrando così che la consideravano una proprietà loro e che se ne sarebbero andati forse mai. Ma quando, in certi torridi pomeriggi di tarda primavera o d’estate, vedevamo da lontano che era tutta a nostra disposizione, ci precipitavamo, la palla sotto il braccio, per rinfrescarci e bere a più non posso. C’erano tre modi di bere: il primo consisteva nel succhiare avidamente l’acqua che scendeva fresca bagnandosi la faccia e i capelli, il secondo raccogliendola nel palmo delle mani (questo era tipico dei più educati e dei...

Acqua Angelica

Ho 55 anni. Ho trascorso i primi quindici con l'incubo dell'acqua dei cassoni. Faccio fatica a spiegare alle mie figlie adolescenti questa mia esperienza perché ormai i cassoni non esistono più e neanche i locali che li contenevano e che oggi sono diventati superattici o roofloft o semplicemente monolocali abusivi. Invero non è questo il solo ricordo che non riesco a condividere con loro; mi sentii morire quando vidi gli occhi allibiti di mia figlia quando le dissi di tirare la catena. Ci vollero una ventina di minuti per spiegarle cosa intendevo.   Ero bambino e ricordo il dramma della mancanza dell'acqua; normalmente il solerte portiere, si chiamava Spartaco, esponeva un cartello all'inizio della tromba delle scale in cui si annunciava che per alcune ore l'erogazione dell'acqua non sarebbe stata garantita, nella maggior parte delle occasioni per “lavori urgenti” all'impianto zonale. A quel punto in casa scattava l'allarme rosso ed era tutto un precipitarsi a riempire qualsiasi cosa potesse contenere acqua: chiaramente la vasca, poi il bidè e vari secchi di plastica “moplen”. Ci si...

Appunti di un lepidotterologo

Molti decenni sono trascorsi dal momento in cui presi coscienza che le farfalle, questi delicati insetti – simbolo estremo di ogni metamorfosi – che nella loro esistenza si trasformano incredibilmente da “vermi” a stupendi arcobaleni volanti, erano davvero la raison d’être delle mie lunghe giornate all’aperto in quelle memorabili e interminabili estati dell’infanzia.   In effetti, al contrario delle rare giornate in cui oggi mi immergo nella natura - che si concludono velocemente (e con gran pena) in poche ore - chissà perché quei giorni gai d’infanzia non finivano mai. Parevano non finire mai neppure le estati, almeno nella loro prima parte (l’ultimo mese viaggiava alla velocità della luce): la mia percezione del tempo allora era quasi certamente alterata dall’entusiasmo giovanile, segno che, in fondo, il tempo non esiste se non nella nostra immaginazione ed interpretazione di ciò che avviene intorno a noi.   Ebbene, a quei tempi vivevo a Vallemosso, nel Biellese, paese tessile incassato in una stretta valle, ferito gravemente dall’alluvione del Novembre 1968....

Obenetto - Dubenije / Paesi e città

Obenetto/Dubenije è una corsa a capofitto. Sulla pietra oblunga e levigata alla curva mi piaceva mettere il passo, sfidando ogni volta lo scivolamento. Ancora sento il bruciore delle ortiche che Armando ci scudisciava sulle gambe correndoci dietro quando disturbavamo il suo lavoro, che poi lui era un gran fannullone e pur di perdere tempo terrorizzava così noi bambini. Quella pietra oblunga, aristocratica per quanto liscia rispetto alle scabre pietre vicine, e lucente di chissà quanti passi ma che io sola pensavo di aver levigato, fu ricoperta da una colata di cemento una quindicina di anni fa. Gli operai, seguendo una moda che è figlia degli infissi in alluminio anodizzato, lasciarono qua e là lungo la colata emergere alcune pietre. Ma io lo so che sono finte, non sono le pietre del sentiero. Quelle riposano tutte, intatte, sotto il cemento e aspettano il suo sbriciolarsi. Anche la pietra oblunga alla curva. Fino agli anni ottanta, Obenetto è stato il perno geografico intorno al quale ruotava la vita della mia famiglia e quindi la mia. Casa Simanova, la casa dei miei nonni materni, il perno etico intorno al quale ho costruito la...

Il piroscafo Conte di Biancamano

Bergamo, Città dei Mille nei primi anni Sessanta. La scuola non era lontana da casa ma bisognava comunque attraversare via Statuto, poi scendere lungo viale XXIV Maggio, prendere a sinistra via Mazzini e poi subito a destra via Cadorna, arrivato: Scuole Elementari “Armando Diaz”. Il maestro Angelo era un po’ manesco e anche fissato con i canti risorgimentali e ci faceva suonare sulla melodica Hohner le note della Bella Gigogin e Addio, mia bella addio, tutti e trentacinque quanti eravamo sull’attenti, in braghe corte. Al pomeriggio, partitella nel campetto di via Diaz contro i nemici storici di via Legionari in Polonia. Tutta la seconda infanzia così, in quel quadrilatero dai toponimi patriottici. La prima raccolta di figurine, quando però abitavo ancora a Pavia, era stata quella dei garibaldini del Corriere dei Piccoli. Negli anni della Diaz, invece, erano i ragazzi di Curtatone e Montanara ad accendere la mia fantasia, quasi quanto i Tigrotti di Mompracem. Poi la lunga marcia nell’adolescenza e la rimozione, prima, e quindi il rifiuto di quella cosa, finanche della parola. Come a quasi tutti quelli che conoscevo allora,...

Power point al potere

Guardate questa immagine. È comparsa ieri sugli schermi dei televisori e oggi sulle prime pagine dei quotidiani. Cosa si vede? Il Presidente del Consiglio che mostra un disegno. Si scorge la bilancia della Giustizia, simbolo della prudenza, dell’equilibrio, in due differenti posizioni: sulla sinistra di chi guarda, uno dei piatti pende pesantemente verso il basso; sulla destra, invece, i piatti sono in perfetto equilibrio. In alto, la scritta: “Il giusto processo”. Naturalmente l’uomo politico che regge il disegno, e lo esibisce davanti a telecamere e fotografi, intende dire che lui ha riportato in equilibrio i due piatti della bilancia, e dunque della Giustizia. Oggi su “La Repubblica” Filippo Ceccarelli, memoria iconologica della politica italiana, scrive giustamente che si tratta di un intervento da piazzista, da imbonitore del porta a porta, e ricorda le altre occasioni in cui Berlusconi è ricorso alle immagini per veicolare un suo gesto politico, per convincere o sedurre gli elettori parlando dallo schermo televisivo. Un’immagine comunica un messaggio diretto, immediato, e vale, come si dice, più di mille parole...