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(76 risultati)

Addii / Frie Leysen, contro il consumo del teatro

“Ho una gran confusione in testa. Quindi tutto bene!” scriveva Frie Leysen a Romeo Castellucci, riprendendo una frase del regista che iniziava a dare notizia del suo Combattimento (da Monteverdi), che avrebbe presentato al Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles nel 1999. La Socìetas Raffaello Sanzio al Festival c’era stata già stata con Giulio Cesare e vi sarebbe tornata con molte delle sue opere successive, a partire dal quarto atto della Tragedia Endogonidia. BR#4Bruxelles/Brussels. Scriveva ancora Frie Leysen:    “Anche nella mia testa c’è una gran confusione, quando si tratta di enunciare e aggregare delle parole sulla profonda impronta che il tuo lavoro incide in me… Perché questa impronta non ha contorni. È movimento: perturbazione. Emozione violenta e diffusa agitata da domande incessanti, da contraddizioni insolubili. Dolce luce che racchiude le ombre più spaventose” (ora in Socìetas Raffaello Sanzio / Romeo Castellucci, Epitaph, Ubulibri, 2003).    La lettera di Frie Leysen continuava ponendo domande stringenti a Castellucci su etica e estetica, scrivendo ancora:    “Il teatro come un lavoro di precipitazione chimica, un fenomeno fisico di...

Inequilibrio 2020 / Figure dell’apocalisse, con un omaggio a Giacomo Verde

Il 13 settembre 2020, su coordinamento di Giuliano Scabia, il festival Inequilibrio ha allestito la veglia-spettacolo pubblica Giacomo contastorie. Veglia affettuosa per un amico, nell’anfiteatro antistante al Castello Pasquini di Castiglioncello. L’evento è organizzato in memoria della vita, dell’arte e della morte di Giacomo Verde. Uomo dall’indole gentile, di natura semplice e dal temperamento giocoso, come è emerso da alcuni recenti ritratti postumi (per esempio quello scritto da Massimo Marino), egli fu soprattutto artista straordinario. Nei suoi circa cinquanta anni di attività, Verde lavorò prima come musicista e cantastorie di strada, poi si dedicò a un’altra forma di espressione artistica, di cui fu forse persino primo ideatore e pioniere. Si tratta del «video-racconto» o del «video-teatro», che unisce le tecniche della narrazione tradizionale, ossia dell’attore che recita con parole e oggetti, alla ripresa simultanea dell’azione performativa su handicam, collegata a un piccolo televisore.   Ph. Antonio Ficai. Allegrie di illusioni    A rendere omaggio all’artista sono stati il figlio Tommaso Verde e gli amici, parte dei quali erano visibili, altri...

50 anni di festival / Santarcangelo memorie

“L’attore ha una corona in capo / ma non è un re” si legge sullo schermo nero, dopo la sfilata dei nomi dei produttori del film. Si apre una grotta, una platonica caverna dalle quale baluginano non immagini ma voci, una polifonia: “Ho incontrato il festival che ero un ragazzo… Ma servono ancora gli artisti?… Il teatro è l’attore… Andate a vedere un teatro serio!... Santarcangelo genera il proprio cambiamento… Io lo detesto il festival…”, mentre iniziano ad apparire immagini sfumate e la camera si inoltra nella notte, e lucine, un circo nel bosco, carnose corolle di sensuali fiori… (sotto suona un violino, una musica romantica si fa ritmica). Quindi immagini sbiadite di spiagge inizi anni settanta, come eravamo, come ci rappresentavamo in super 8 familiari quando nacque il Festival internazionale del teatro in piazza, a Santarcangelo di Romagna, a pochi chilometri da Rimini… Una voce inizia a raccontare. 50 – Santarcangelo Festival è un appassionato documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi, Mammuth Produzione, realizzato in collaborazione con il Festival del teatro e con molte altre sigle, presentato il 6 settembre alle Giornate degli autori della Biennale Cinema di...

Tre lezioni del Covid ai critici teatrali / Non è facile tornare in scena

Non è facile tornare. Nel ritorno agli spettacoli post-lockdown, molti insospettabili critici, a voce o magari in un articolo, hanno confessato un brivido di piacere, ma quasi sempre, subito dopo, si sono ritratti in una qualche forma di excusatio non petita, per un riflesso automatico che sapeva di vergogna, di imbarazzo. Il tono si faceva minore, qualche distinguo zoppicava tra le righe. Anche queste parole lo sono, un'excusatio. Lo confesso: ho avuto il cuore allagato dalla bella luce dorata di luglio, dagli sguardi che correvano fra i danzatori di Alessandro Sciarroni al teatro India, e un tremito mi ha preso al Crucifixus rossiniano in Piazza del Popolo a Pesaro, alla riapertura del ROF – segnatamente sulle parole «Passus, passus et sepultus est», quando il soprano ha scelto di spostare la presa di fiato dopo il primo "passus", legandolo alla frase precedente.  Ma per essere sinceri con sé stessi, oltre ad ammettere il brivido bisogna chiedersi da dove siano venuti anche quella vergogna e quell'imbarazzo. Il sospetto è che siano legati al conflitto tra la gioia innegabile della bellezza ritrovata, che ci fa godere in forma intima, come una liberazione, in fondo un...

Una conversazione con Giuliano Scabia / Paesaggi con visioni

Firenze, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, sembra il luogo perfetto per ritornare sui propri passi. Qui, il ricco percorso di un artista come Giuliano Scabia si presenta come il terreno fertile in cui scoprire le dimensioni inesplorate di una poetica che, anche nei suoi voli più lontani, ricongiunge il suo autore a un presente che coinvolge ognuno di noi. L’attenzione per l’intricata filigrana di motivi che concorrono alla creazione di quello che chiamiamo semplicemente “oggi” rappresenta uno degli aspetti chiave della ricerca di Scabia, il quale esplora paesaggi in cui si condensano – come accade per la sua «stralingua» – stratificazioni di tempi e di storie. È proprio dalla consapevolezza della presenza di questa ricchezza sedimentata che è possibile muovere i propri passi, oltrepassando la soglia che separa l’ignoto da ciò che si conosce. In un anno inaspettato come il 2020, che ci costringe a una riflessione sul nostro modo di vivere lo spazio, le parole di un artista come Giuliano Scabia ci aiutano a comprendere in che misura natura, lingua, musica e cammino costituiscano paesaggi in cui si snoda il nostro vissuto, portandoci a riflettere sul significato di partire,...

Santarcangelo 2050: Futuro fantastico / La risorgenza dei festival

Il festival 2020 doveva essere una sontuosa edizione del cinquantenario di un luogo, Santarcangelo, che dal 1971, dai tempi del teatro politico, ha inventato modi non convenzionali di vivere la scena e di fare comunità. Perciò si sarebbe chiamato Futuro fantastico e, con una crasi tra 2020 e 50, 2050. Sarebbe stato un riepilogo e un rilancio. Ma le cose hanno deciso diversamente, proiettando direttamente i progetti, frutto di un anno e più di ricerche e di lavoro, davvero in una dimensione futuribile. Pandemia, distanziamento, spazi all’aperto, limitazione degli appuntamenti e degli spettatori; ma soprattutto sfida di esserci, nonostante il covid-19, per affermare che lo spazio dell’esperienza e della mente non si vuole far recludere.  In questo modo il festival ha conquistato una dimensione essenziale. Certo, i Motus, direttori artistici, hanno espresso il proposito di completare il disegno tra dicembre prossimo, con un focus sulle forze giovani e sulle creazioni in residenza, e l’estate 2021, con il grande appuntamento internazionale e politico che avevano immaginato, di cui restano tracce nel quadernone rosa lilla del programma, con interventi di Bifo, Lia Rodrigues,...

Teatri lirici / Covid. Lo spazio del melodramma

Si direbbe che solo i teatri, in Italia, abbiano preso sul serio la provocazione lanciata nel mezzo del “lockdown” da Jeremy Rifkin, il guru della “terza rivoluzione industriale”, che vaticinava “meno gente e meno ammassata” nella sale dello spettacolo dal vivo (ma anche sugli aerei e negli stadi: in questo caso profezia già fallita). In modo particolare si sono dati da fare i teatri d’opera, che assommano alle problematiche legate al pubblico e a quelle di chi sta in scena, anche le esigenze di chi deve suonare in orchestra e ha diritto come tutti alla sicurezza sanitaria. Del resto, l’opera è storicamente il tipo di spettacolo più multiforme, complesso e stratificato: inevitabile che la sua realizzazione sotto la sferza delle nuove regole sia la più complicata e quella che richiede più “creatività”.   Dalla metà di giugno, dunque, i teatri dove si fa musica hanno cominciato lentamente a rimettersi in moto. E spesso per farlo hanno seguito la strada indicata da Rifkin: una radicale riorganizzazione degli spazi interni, un rimescolamento dei luoghi tradizionalmente deputati a specifiche mansioni ma ora considerati inadatti se non off-limits. Per dire, nel giro di qualche...

Una conversazione / Ateliersi. Le mappe del cuore di Lea Melandri

Esserci in qualche modo, come si può, in piccolo; costruire un’architettura possibile per quel festival di teatro che, giunto alla sua ventiquattresima edizione, ci porta all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Il retro del Teatro La Cucina è la scena: un grande prato verde, tigli tutto attorno, il palcoscenico, le sedie a distanza di sicurezza. Scommessa vinta, quella di Olinda: Da vicino nessuno è normale ci ha permesso di tornare davanti a corpi sul palco, ha consentito che ritrovassimo, con le mascherine, in piccolo, il ‘fare mondo’ che è il teatro.   Due tavoli in scena: uno alla destra e uno alla sinistra. Una poltrona bianca tra loro. In primo piano due leggii che paiono maschere, dietro cui il volto di chi si avvicina scompare. Un microfono al centro del palco e al centro di un quadrilatero di fonti luminose, steli verticali di alluminio attraversati da luci a led. Su uno dei tavoli plichi altissimi di lettere; l’altro coperto da riviste, ritagli. Davanti ai tavoli, Fiorenza Menni occupa la parte destra del palco, Andrea Mochi Sismondi quella sinistra: consultano i fogli, li rigirano tra le mani. Fiorenza si avvicina ad Andrea e poi fa ritorno; non si dicono niente,...

Claudio Ascoli e Chille de la balanza / Per una drammaturgia della distanza

Gli anni ’70 e i suoi 70 anni. È molto più di una semplice inversione di parole. Per Claudio Ascoli Napule ’70 racchiude il tempo di una vita, pensata e vissuta a teatro come atto di ribellione, di rovesciamento, di rivoluzione dell’ordine costituito. Personale, perché collettivo. E viceversa. È una conquista mai definitiva, mai raggiunta una volta per tutte e per sempre; è un orizzonte, piuttosto, che si sposta in avanti a ogni passo: che non cerca, trova. «Nella gamma delle mie priorità – afferma – la più alta è la libertà ed è il motivo per cui soffro l’istituzione. Io sono molto attratto dal sapere, non sono interessato al potere. Con Napule ’70 non voglio raggiungere un punto fermo, ma un punto di riflessione per capire cosa fare di nuovo, per trovare senso ai sensi». Parliamo a margine di una prova in vista del debutto nazionale al Napoli Teatro Festival Italia il 14 luglio (alle 21 e in replica straordinaria alle 23). Ci incontriamo a casa sua, ovvero nel Padiglione 16 dell’ex-manicomio di San Salvi, a Firenze. È la “città nella città” che lo ha accolto nel 1998 con Sissi Abbondanza, la sua compagna d’arte e di esistenza da oltre 40 anni, e i Chille de la balanza, la...

Archivio Zeta / Il Cimitero di guerra negato

«Disperati, increduli, smarriti» sono Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, gli Archivio Zeta, perché la seconda parte del loro Pro e contra Dostoevskij non si farà al Cimitero Militare germanico del Passo della Futa (sul cimitero e sulla prima parte dello spettacolo, nel 2019, leggi qui). Sulla proibizione dello spazio la compagnia bolognese ha scritto il 19 giugno un post su Facebook che ha raccolto più di 700 reazioni, oltre 150 commenti, varie centinaia di condivisioni. Cosa è successo?  Da diciotto anni Archivio Zeta ha scelto come palcoscenico per i suoi spettacoli estivi un luogo fuori dell’ordinario, il Cimitero militare germanico della Futa appunto, dove sotto lastre tombali fitte lungo i pendii della collina sono sepolti molti militari tedeschi morti durante l’ultimo conflitto mondiale. Il luogo della pace di chi aveva portato furia e distruzione, tra i monti ventosi, con odori di menta e rosmarino d’estate, si è trasformato nell’arena amplissima dove rappresentare gli orrori e le meditazioni della tragedia greca, i misteri del Macbeth di Shakespeare, gli stermini e le tanta parole di propaganda della Grande Guerra mutando il sito in quel “teatro di Marte” di cui...

Riaprono i sipari / Il teatro delle contraddizioni

Prima contraddizione: il fine è ottimo, ma forse non ci sono i mezzi   Le scelte fatte dallo Stato per aiutare il Teatro a superare la crisi conseguente al coronavirus sono, nelle loro linee di principio, chiare e condivisibili: mettere in sicurezza le strutture teatrali pubbliche e private per garantire la loro sopravvivenza per i prossimi due anni. Al momento in cui scrivo non c’è ancora nulla di certo, ma sembrerebbe che la messa in sicurezza avverrà assegnando, per questa e per la prossima annualità, lo stesso finanziamento che i teatri si sono visti attribuire per l’anno 2019. Lo Stato poi, riconoscendo la situazione di eccezionalità in cui si troveranno a operare tali strutture, non chiederà, a fronte del finanziamento attribuito, la stessa certificazione di “numeri” (giornate lavorative svolte) che avrebbe preteso in una situazione normale. Sembra cioè che circa l’80 per cento del finanziamento che i teatri riceveranno non dovrà essere giustificato dai “numeri”, mentre il restante 20 per cento sì. Una indicazione di intenti fondamentale che verrà data ai teatri sarà quella di salvaguardare i propri livelli occupazionali. È bene ripetere che al momento queste sono...

Wajdi Mouawad e Attilio Scarpellini / Diari di quarantena

Dalla prospettiva di queste prime settimane di semi-libertà prende forma un pensiero rivolto a ciò che è appena accaduto. Sembrano già trascorsi molti anni dall’inizio, ma ancora deve installarsi quella distanza temporale che consentirà una vera e propria postura critica sui fatti di questi mesi. Quello di adesso è dunque un leggero voltarsi indietro, ancora un po’ incerto, mentre corpo e pensieri procedono, più o meno volenti o nolenti, verso l’avvenire enigmatico dell’estate 2020. In queste settimane trascorse da isolati, abbiamo vissuto o immaginato giornate che, se fossero consultabili sotto forma di pagine di diario, ritroveremmo riempite di annotazioni puntuali riguardanti elementi infinitesimali del quotidiano, epifanie sempre più piccole e interiori, pensieri slegati, ogni giorno di più, da quella dimensione quotidiana caratterizzata, precoronavirus, dal fluire costante delle azioni, degli impegni, del tempo.   Nelle giornate del tempo senza tempo ci siamo fatti domande, ci siamo chiesti come sarà, poi, ritrovarsi, tornare, pensare e ripensare il teatro, la scena, lo stare insieme. Il teatro, il nostro mondo. Ci siamo accorti che nulla si può davvero dare per scontato...

Immagini come sabbia negli occhi / Rabih Mroué, Sand in The Eyes

“La pittura, per quanto silenziosa su una parete, è in grado di parlare e di recare grandissimo giovamento”. Così scriveva nel IV secolo Gregorio Nisseno alludendo a un rapporto fra arte e didattica, che, visto da una prospettiva diversa, meno ingenua o forse meno fiduciosa rispetto agli intenti dell’apparato ecclesiastico, può essere letto come relazione fra arte e propaganda politica, fra arte – in definitiva – e potere. Che l'immagine sia veicolo di propaganda e quindi rechi in sé dinamiche di potere e di violenza appare evidente anche nelle ultime settimane, quando la fotografia e il video di Silvia Romano scesa dall'aereo in abiti islamici ha creato reazioni diverse, a prima vista inspiegabili, piegate in molti casi a scopi abusanti di propaganda. L'immagine, che pare essere qualcosa di opaco e oggettivo, vuole invece parlare, dice qualcosa, esprime un messaggio veicolato che dobbiamo saper decifrare se vogliamo essere fruitori attenti e consapevoli.    Per questo è interessante e suscita interrogativi ancora aperti e quanto mai attuali Sand in the Eyes, lo spettacolo-conferenza che il regista, attore e drammaturgo libanese Rabih Mroué ha proposto lo scorso autunno...

Verso la “Fase 2” / Ripensare le scene

Oltre lo streaming, per una diversa liveness   Il punto non è se la surrogazione dell'evento performativo via web sia sufficiente – visto che come hanno detto in tanti, compresa la newsletter di gruppo nanou, l'arte è sempre, tutta, dal vivo –, se quello in streaming o via Zoom sia ancora teatro oppure no. La scena ha dialogato da sempre con la tecnologia almeno fin dalla mechanè, che portava nello spazio del teatro incredibili “effetti speciali” già nell'antica Grecia; e non è morta con l'avvento del cinema ma anzi: la sua fluidità le ha consentito di confrontarsi e nutrirsi con gli orizzonti di una continua rimediazione. Non l'ha insegnato solo Walter Benjamin, ma gli artisti e le opere stesse in secoli di lavoro, di cui l'incontro – anche questo estremamente dal vivo – fra video e arti performative nel Novecento è solo l'ultimo episodio di una storia fertile e vivace, ben più lunga (mentre, come hanno ben spiegato Laura Gemini e Giovanni Boccia Artieri proprio su queste pagine, la liveness si esprime attraverso una serie di gradazioni molteplici che abbracciano di fatto anche l'opzione del digitale).    Il “dibattito” – un po' superato e per fortuna presto...

Il teatro di domani / Per un live dei corpi a distanza

Il contesto in cui ci muoviamo oggi nella riflessione sul teatro e sullo spettacolo dal vivo risente necessariamente del portato metaforico che il Covid-19 produce e che come ogni altra pandemia che abbiamo conosciuto rappresenta, come dice Susan Sontag della peste nel saggio Malattia come metafora (1978), un «sinonimo di catastrofe sociale e psichica». A questo si aggiunge che la condizione delle prime analisi emerse da parte di artisti, organizzatori, critici proviene da un lockdown emotivo, dettato dall’impossibilità di immaginare l’incontro dei corpi in scena e con gli spettatori. Si tratta insomma per lo più di considerazioni che schiacciano le prospettive future sulla condizione presente, estendendo quanto si prova ora (“avranno voglia gli spettatori di tornare a teatro?”) o l’abitudine alla condizione fisica più restrittiva (“come potranno gli artisti stare su un palco?”) all’immaginazione del domani. Partire dalla catastrofe richiede poi di immaginare tutti quei giusti elementi di tutela immediata e a medio termine di artisti, compagnie e lavoratori del mondo dello spettacolo dal vivo o di evidenziare come questa crisi mostri lucidamente la fragilità del sistema teatrale...

Scene virtuali / Un oceano di voci

Il silenzio dei teatri chiusi nella capitale rimbomba nell’etere riverberando una molteplicità di voci. Il Teatro di Roma da ieri, venerdì 3 aprile, dà il via a Radio India, stazione radiofonica gestita ogni giorno dalle 17 alle 20 dagli artisti di Oceano Indiano, il progetto di residenze creative ideato da Francesca Corona, consulente artistica del Teatro India, lo spazio dello Stabile deputato alla sperimentazione di linguaggi e di nuove relazioni col pubblico. Con la chiusura per l’emergenza sanitaria dopo alcune settimane di riflessioni e confronti la programmazione annullata si è trasformata in un’originale stazione radiofonica liv, che si può seguire su www.spreaker.it e in podcast su Spotify e sui canali online del teatro. Gli artisti Fabio Condemi, Daria Deflorian, Dom-, Industria Indipendente, MK, Muta Imago, con molti ospiti, daranno vita a programmi di silenzi, sparizioni, dischi reali o immaginari, viaggi nelle rovine, audiopaesaggi, kamere speculative, evasioni, incontri con persone straordinarie e ordinarie, radiodrammi, musiche per danzare sfrenatamente, dediche, bagni di suono. Il palinsesto, in aggiornamento continuo, si leggerà sul sito del Teatro di Roma. I sei...

Doni / Emma Dante: lessico dei giorni di crisi

Emma Dante è regista molto amata e apprezzata in Italia e all’estero. Nei suoi spettacoli, come Misericordia che ha debuttato in gennaio al Piccolo Teatro di Milano, è capace come pochi di scavare nella marginalità e nel dolore, nell’oppressione e nella voglia di alzare il capo:  – Proviamo, Emma, a raccontare questi giorni con un lessico, dall’A alla Z? – Proviamo.   Cenerentola, di Gioachino Rossini, Teatro dell’Opera di Roma (2016), ph. Yasuko Kageyama. A come #acasa A casa adesso per me significa il mondo. La mia casa diventa piena di vie, di piazze, di vicoli, di incroci; mi sposto nelle stanze con l’illusione di camminare, di continuare a girare all’aperto, nelle città. A casa significa nel mondo: è un modo per salvaguardare il mondo. Non è una prigione: è uno stare chiusi per il bene di tutti.   B come Brescia Mio fratello sta a Brescia. È preoccupazione. Ansia. Brescia è una città che sta nei miei pensieri, per quello che sta succedendo là, per mio fratello. Ha scelto di non tornare a casa, in Sicilia, perché abbiamo un padre anziano. È solo, non ha famiglia. Se gli succede qualcosa non c’è neppure chi gli va a fare la spesa.   C come corona Corona...

La fine del mondo / Del teatro e della vita il fiore

LUMACA IMÈGA      O gente che corre – umanità – sentite   andando piano e meditando   e molto ascoltando   che pensieri mi sono venuti in mente.   Mentre ero brucando di foglia in foglia   accanto a bellissimi fiori erti e orgogliosi   ho pensato:   Chi è un fiore?   Uno che sboccia, fiorisce e sfiorisce.   Per chi fiorisce?   Per sé – per essere fiore.   E Fiore lo spazzino   lui sì vero re del mondo   per chi canta?   Per sé canta – per la gioia di sé.   O gente che corre   inseguita dall’ansia:   cos’è il bene per un fiore?   Fiorire.   E per voi dinosauri?   E per noi del Pavano Antico   cos’è il bene?   Essere in fiore.   Far sì che il difficile    attraversamento della vita   sia un teatro in fiore –    il teatro della nostra vita   in fiore – anche accanto alla morte:   godendo del fiorire di noi e di tutti, perfino   dentro il lato oscuro che ci spaventa   e ci nutre.   CORO     Noi siamo il Fiore   e il Leviatano   e con l’amore   e andando piano   la sapiente...

Doni / Discorso ai ragazzini prima della partita

Coraggio, ragazzi! Coraggio!   L’ora è arrivata! L’ora di scendere in campo! L’ora di salire sul palco! Scendere, salire: che modi di dire  son questi?   E se il campo fosse in alto, sospeso su un grattacielo? E se il palco fosse in basso, a mo’ di antico teatro greco? Eppure sono verbi importanti, datemi retta. Salire, scendere: è tutta lì la partita.   L’ora è arrivata! L’ora voluta, cercata, desiderata! E adesso… avete paura? L’ora da tempo sognata quell’ora, quell’ora è scoccata.   Lo so che il cuore vi è sceso nei piedi. Lo so che vi trema la voce. Lo so che una febbre vi smangia da dentro. Che il fantasma della disfatta vi appare e vi acceca.    Non abbiate paura! Ve lo dice uno  che ha sempre paura.  Non abbiate paura! Avete vissuto per questo, che altro?   Coraggio ragazzi!  Siamo una piccola cosa che trema siamo un grumo di sangue  che vuole Tutto per sé, che brama e se non lo afferra  gli cresce la rabbia, e il rancore.     Eppure qualcosa in noi brilla! Non siamo quaggiù per volere! Volere volere e ancora volere e Tutto arraffare di Tutto esser padroni. Non siamo, quaggiù, per fare i reucci....

Festival Vie / La verbosa apocalisse di Rambert e il virus

“Tutti nervosi!” dice con rassegnata ironia il dottor Dorn nel primo atto del Gabbiano di Cechov. E quest'aria di novecentesca nevrastenia investe fin dalle prime note – Marie-Sophie Ferdane le trae da un violino – la scena di Architecture di Pascal Rambert che, sei mesi dopo il suo debutto avignonese, è approdato con il suo poderoso vascello da crociera sul palco dell'Arena del Sole di Bologna per il festival Vie: è appena trattenuta nelle espressioni inquiete e nei corpi immobili che in una specie di quadrilatero militare, formato in uno spazio disseminato di tavoli, sedie e chaise-longues in stile Biedermeier, ascoltano con finta deferenza lo sfogo di un padre offeso dal silenzio di un figlio luciferino che lo ha insultato e ora lo osserva di sbieco – ha un aspetto da uccello malevolo Stanislas Nordey – lontano da lui, ma anche da sorelle, fratelli, cognati, e una matrigna troppo giovane; nessuno che osi contrastare il vecchio, numinoso Architetto, dal quale tutti in un modo o nell'altro dipendono. La smisurata ambizione teatrale di Rambert, autore e regista, tetanizza gli attori, imbroglia le carte dell'anacronismo e della profezia – le profezie d'altronde sono sempre rivolte...

Tiago Rodrigues a Milano / La rivoluzione si impara a memoria

Ha quarantatré anni, ed è il direttore artistico del Teatro Nacional D. Maria II di Lisbona da quando ne ha trentasette: il portoghese Tiago Rodrigues è senza dubbio da aggiungere alla rosa dei nomi più interessanti della scena europea, accanto ai sempre citati Milo Rau e Rimini Protokoll. In Italia, negli scorsi anni, non lo hanno accolto le grandi stagioni cittadine o i teatri stabili; a ospitarlo sono stati piuttosto gli avamposti del nuovo, come Centrale Fies a Dro e Short Theatre a Roma. Un’occasione mancata, se è vero che gli spettacoli di Rodrigues riescono a tenere in perfetto bilanciamento le strutture del teatro classico e i linguaggi del contemporaneo, e a coinvolgere così pubblici differenti.   By Hearth. Finalmente, a presentare Rodrigues alla città di Milano ci ha pensato Triennale Teatro, dedicando all’autore e regista portoghese un focus di due spettacoli: By Heart, scritto e interpretato dallo stesso Rodrigues, e Sopro, messo in scena con la compagnia del Teatro Nacional. Averli a disposizione entrambi è una grande opportunità: di vedere buon teatro, innanzitutto; e poi di comprendere, attraverso la diversità delle due performance, il filo rosso che...

Joël Pommerat a Nanterre / “Questo non è un ragazzo”: racconti e leggende

Parigi. Una cascata di oscenità, snocciolate a una velocità sorprendente, investe lo spettatore all'inizio di Contes et Légendes di Joël Pommerat, in scena al Théâtre des Amandiers di Nanterre, una delle più celebri sale di cintura parigine, e a spiazzarlo è che siano lanciate da un ragazzino alto poco più di un metro e quaranta all'indirizzo di una ragazza che fisicamente è già una donna e con una serietà quasi liturgica, che non ha nulla di caricaturale: è il calco di un gergo che nelle banlieue è una specie di lingua madre, dove la veemenza del ritmo si accorda perfettamente alla rabbiosa violenza dei contenuti; spalleggiato da un coetaneo di origini africane, nella tipica veste del gregario esitante, il baby teppista assalta la sua preda – che lo fronteggia con inedita fermezza e poche ironiche parole che scatenano il riso nel pubblico – perché vorrebbe toccarle i seni. E già qui, nel crudo realismo di un dialogo che sembra estratto di peso da una scena di strada e affidato a una gesticolazione da rap suburbano, si insinua una parola incongrua che, senza spostarla dal suo territorio linguistico, fa levitare la situazione in quella sospensione fantastica, al limite della...

La macchia d’inchiostro / Roberto Roversi o la scena dell’utopia

La rappresentazione a Bologna di La macchia d’inchiostro di Roberto Roversi a Teatri di Vita da parte della Compagnia Fregoli ci permette di riaprire il discorso sulla produzione drammatica di questo appartato incisivo poeta, che il 28 gennaio scorso avrebbe compiuto 97 anni (1923-2012). Roversi scrisse, negli anni delle rivolte, tra il 1965 e il 1976, quattro testi per il teatro, paralleli più o meno alle sue Descrizioni in atto, poemi ciclostilati per rifiuto del sistema editoriale. I primi due testi per la scena, Unterdenlinden (1965) e Il crack (1968), furono commissionati dal Piccolo Teatro di Milano e rappresentati, rispettivamente con la regia di Raffaele Maiello nel 1967 e di Aldo Trionfo nel 1969, con esiti contrastati e riserve o vere e proprie stroncature da parte della critica. Il terzo, La macchina da guerra più formidabile (1970), fu allestito nel 1972 in una piccola sala di Bologna, il Teatro della Pantomima, con la regia di Arnaldo Picchi, che poi tra 2002 e 2004 curerà con accuratezza e ampiezza di note la pubblicazione dei testi per l’editore Pendragon di Bologna, Antonio Bagnoli, il nipote del poeta. Picchi, docente del Dams, amico e fedelissimo di Roversi, curò...

Angélica Liddell a Parigi / Al padre e alla madre morti, nella carne della figlia

La capitale francese è avvolta da un’atmosfera sospesa a causa del perdurare degli scioperi contro la riforma previdenziale proposta dal governo di Emmanuel Macron. Il discorso politico si mostra in tutta la sua necessità di essere pubblico, condiviso e agito. Le manifestazioni nelle strade di Parigi sembrano ancora evocare l’eco distantissima della Rivoluzione. Questo è un momento in cui tout le monde, in un certo senso, è in strada. In questi stessi giorni il Théâtre National de La Colline ha presentato due spettacoli della drammaturga, regista e attrice spagnola Angélica Liddell, Una costilla sobre la mesa: Padre e Una costilla sobre la mesa: Madre. Queste produzioni, date in alternanza, fanno da contraltare all’atmosfera politicizzata di Parigi presentando un discorso estremamente introspettivo e intimo. Non si tratta di requiem ai genitori scomparsi, ma di affondi di natura puramente teatrale che scavano nelle radici del processo di individuazione umana, nei modi in cui questo si scioglie, o si cristallizza, quando il corpo del genitore non è altro che una dolorosissima materia fredda davanti agli occhi dei figli, e allo stesso tempo il segno di una maggiore prossimità del...