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palco

(68 risultati)

Claudio Ascoli e Chille de la balanza / Per una drammaturgia della distanza

Gli anni ’70 e i suoi 70 anni. È molto più di una semplice inversione di parole. Per Claudio Ascoli Napule ’70 racchiude il tempo di una vita, pensata e vissuta a teatro come atto di ribellione, di rovesciamento, di rivoluzione dell’ordine costituito. Personale, perché collettivo. E viceversa. È una conquista mai definitiva, mai raggiunta una volta per tutte e per sempre; è un orizzonte, piuttosto, che si sposta in avanti a ogni passo: che non cerca, trova. «Nella gamma delle mie priorità – afferma – la più alta è la libertà ed è il motivo per cui soffro l’istituzione. Io sono molto attratto dal sapere, non sono interessato al potere. Con Napule ’70 non voglio raggiungere un punto fermo, ma un punto di riflessione per capire cosa fare di nuovo, per trovare senso ai sensi». Parliamo a margine di una prova in vista del debutto nazionale al Napoli Teatro Festival Italia il 14 luglio (alle 21 e in replica straordinaria alle 23). Ci incontriamo a casa sua, ovvero nel Padiglione 16 dell’ex-manicomio di San Salvi, a Firenze. È la “città nella città” che lo ha accolto nel 1998 con Sissi Abbondanza, la sua compagna d’arte e di esistenza da oltre 40 anni, e i Chille de la balanza, la...

Archivio Zeta / Il Cimitero di guerra negato

«Disperati, increduli, smarriti» sono Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, gli Archivio Zeta, perché la seconda parte del loro Pro e contra Dostoevskij non si farà al Cimitero Militare germanico del Passo della Futa (sul cimitero e sulla prima parte dello spettacolo, nel 2019, leggi qui). Sulla proibizione dello spazio la compagnia bolognese ha scritto il 19 giugno un post su Facebook che ha raccolto più di 700 reazioni, oltre 150 commenti, varie centinaia di condivisioni. Cosa è successo?  Da diciotto anni Archivio Zeta ha scelto come palcoscenico per i suoi spettacoli estivi un luogo fuori dell’ordinario, il Cimitero militare germanico della Futa appunto, dove sotto lastre tombali fitte lungo i pendii della collina sono sepolti molti militari tedeschi morti durante l’ultimo conflitto mondiale. Il luogo della pace di chi aveva portato furia e distruzione, tra i monti ventosi, con odori di menta e rosmarino d’estate, si è trasformato nell’arena amplissima dove rappresentare gli orrori e le meditazioni della tragedia greca, i misteri del Macbeth di Shakespeare, gli stermini e le tanta parole di propaganda della Grande Guerra mutando il sito in quel “teatro di Marte” di cui...

Riaprono i sipari / Il teatro delle contraddizioni

Prima contraddizione: il fine è ottimo, ma forse non ci sono i mezzi   Le scelte fatte dallo Stato per aiutare il Teatro a superare la crisi conseguente al coronavirus sono, nelle loro linee di principio, chiare e condivisibili: mettere in sicurezza le strutture teatrali pubbliche e private per garantire la loro sopravvivenza per i prossimi due anni. Al momento in cui scrivo non c’è ancora nulla di certo, ma sembrerebbe che la messa in sicurezza avverrà assegnando, per questa e per la prossima annualità, lo stesso finanziamento che i teatri si sono visti attribuire per l’anno 2019. Lo Stato poi, riconoscendo la situazione di eccezionalità in cui si troveranno a operare tali strutture, non chiederà, a fronte del finanziamento attribuito, la stessa certificazione di “numeri” (giornate lavorative svolte) che avrebbe preteso in una situazione normale. Sembra cioè che circa l’80 per cento del finanziamento che i teatri riceveranno non dovrà essere giustificato dai “numeri”, mentre il restante 20 per cento sì. Una indicazione di intenti fondamentale che verrà data ai teatri sarà quella di salvaguardare i propri livelli occupazionali. È bene ripetere che al momento queste sono...

Wajdi Mouawad e Attilio Scarpellini / Diari di quarantena

Dalla prospettiva di queste prime settimane di semi-libertà prende forma un pensiero rivolto a ciò che è appena accaduto. Sembrano già trascorsi molti anni dall’inizio, ma ancora deve installarsi quella distanza temporale che consentirà una vera e propria postura critica sui fatti di questi mesi. Quello di adesso è dunque un leggero voltarsi indietro, ancora un po’ incerto, mentre corpo e pensieri procedono, più o meno volenti o nolenti, verso l’avvenire enigmatico dell’estate 2020. In queste settimane trascorse da isolati, abbiamo vissuto o immaginato giornate che, se fossero consultabili sotto forma di pagine di diario, ritroveremmo riempite di annotazioni puntuali riguardanti elementi infinitesimali del quotidiano, epifanie sempre più piccole e interiori, pensieri slegati, ogni giorno di più, da quella dimensione quotidiana caratterizzata, precoronavirus, dal fluire costante delle azioni, degli impegni, del tempo.   Nelle giornate del tempo senza tempo ci siamo fatti domande, ci siamo chiesti come sarà, poi, ritrovarsi, tornare, pensare e ripensare il teatro, la scena, lo stare insieme. Il teatro, il nostro mondo. Ci siamo accorti che nulla si può davvero dare per scontato...

Immagini come sabbia negli occhi / Rabih Mroué, Sand in The Eyes

“La pittura, per quanto silenziosa su una parete, è in grado di parlare e di recare grandissimo giovamento”. Così scriveva nel IV secolo Gregorio Nisseno alludendo a un rapporto fra arte e didattica, che, visto da una prospettiva diversa, meno ingenua o forse meno fiduciosa rispetto agli intenti dell’apparato ecclesiastico, può essere letto come relazione fra arte e propaganda politica, fra arte – in definitiva – e potere. Che l'immagine sia veicolo di propaganda e quindi rechi in sé dinamiche di potere e di violenza appare evidente anche nelle ultime settimane, quando la fotografia e il video di Silvia Romano scesa dall'aereo in abiti islamici ha creato reazioni diverse, a prima vista inspiegabili, piegate in molti casi a scopi abusanti di propaganda. L'immagine, che pare essere qualcosa di opaco e oggettivo, vuole invece parlare, dice qualcosa, esprime un messaggio veicolato che dobbiamo saper decifrare se vogliamo essere fruitori attenti e consapevoli.    Per questo è interessante e suscita interrogativi ancora aperti e quanto mai attuali Sand in the Eyes, lo spettacolo-conferenza che il regista, attore e drammaturgo libanese Rabih Mroué ha proposto lo scorso autunno...

Verso la “Fase 2” / Ripensare le scene

Oltre lo streaming, per una diversa liveness   Il punto non è se la surrogazione dell'evento performativo via web sia sufficiente – visto che come hanno detto in tanti, compresa la newsletter di gruppo nanou, l'arte è sempre, tutta, dal vivo –, se quello in streaming o via Zoom sia ancora teatro oppure no. La scena ha dialogato da sempre con la tecnologia almeno fin dalla mechanè, che portava nello spazio del teatro incredibili “effetti speciali” già nell'antica Grecia; e non è morta con l'avvento del cinema ma anzi: la sua fluidità le ha consentito di confrontarsi e nutrirsi con gli orizzonti di una continua rimediazione. Non l'ha insegnato solo Walter Benjamin, ma gli artisti e le opere stesse in secoli di lavoro, di cui l'incontro – anche questo estremamente dal vivo – fra video e arti performative nel Novecento è solo l'ultimo episodio di una storia fertile e vivace, ben più lunga (mentre, come hanno ben spiegato Laura Gemini e Giovanni Boccia Artieri proprio su queste pagine, la liveness si esprime attraverso una serie di gradazioni molteplici che abbracciano di fatto anche l'opzione del digitale).    Il “dibattito” – un po' superato e per fortuna presto...

Il teatro di domani / Per un live dei corpi a distanza

Il contesto in cui ci muoviamo oggi nella riflessione sul teatro e sullo spettacolo dal vivo risente necessariamente del portato metaforico che il Covid-19 produce e che come ogni altra pandemia che abbiamo conosciuto rappresenta, come dice Susan Sontag della peste nel saggio Malattia come metafora (1978), un «sinonimo di catastrofe sociale e psichica». A questo si aggiunge che la condizione delle prime analisi emerse da parte di artisti, organizzatori, critici proviene da un lockdown emotivo, dettato dall’impossibilità di immaginare l’incontro dei corpi in scena e con gli spettatori. Si tratta insomma per lo più di considerazioni che schiacciano le prospettive future sulla condizione presente, estendendo quanto si prova ora (“avranno voglia gli spettatori di tornare a teatro?”) o l’abitudine alla condizione fisica più restrittiva (“come potranno gli artisti stare su un palco?”) all’immaginazione del domani. Partire dalla catastrofe richiede poi di immaginare tutti quei giusti elementi di tutela immediata e a medio termine di artisti, compagnie e lavoratori del mondo dello spettacolo dal vivo o di evidenziare come questa crisi mostri lucidamente la fragilità del sistema teatrale...

Scene virtuali / Un oceano di voci

Il silenzio dei teatri chiusi nella capitale rimbomba nell’etere riverberando una molteplicità di voci. Il Teatro di Roma da ieri, venerdì 3 aprile, dà il via a Radio India, stazione radiofonica gestita ogni giorno dalle 17 alle 20 dagli artisti di Oceano Indiano, il progetto di residenze creative ideato da Francesca Corona, consulente artistica del Teatro India, lo spazio dello Stabile deputato alla sperimentazione di linguaggi e di nuove relazioni col pubblico. Con la chiusura per l’emergenza sanitaria dopo alcune settimane di riflessioni e confronti la programmazione annullata si è trasformata in un’originale stazione radiofonica liv, che si può seguire su www.spreaker.it e in podcast su Spotify e sui canali online del teatro. Gli artisti Fabio Condemi, Daria Deflorian, Dom-, Industria Indipendente, MK, Muta Imago, con molti ospiti, daranno vita a programmi di silenzi, sparizioni, dischi reali o immaginari, viaggi nelle rovine, audiopaesaggi, kamere speculative, evasioni, incontri con persone straordinarie e ordinarie, radiodrammi, musiche per danzare sfrenatamente, dediche, bagni di suono. Il palinsesto, in aggiornamento continuo, si leggerà sul sito del Teatro di Roma. I sei...

Doni / Emma Dante: lessico dei giorni di crisi

Emma Dante è regista molto amata e apprezzata in Italia e all’estero. Nei suoi spettacoli, come Misericordia che ha debuttato in gennaio al Piccolo Teatro di Milano, è capace come pochi di scavare nella marginalità e nel dolore, nell’oppressione e nella voglia di alzare il capo:  – Proviamo, Emma, a raccontare questi giorni con un lessico, dall’A alla Z? – Proviamo.   Cenerentola, di Gioachino Rossini, Teatro dell’Opera di Roma (2016), ph. Yasuko Kageyama. A come #acasa A casa adesso per me significa il mondo. La mia casa diventa piena di vie, di piazze, di vicoli, di incroci; mi sposto nelle stanze con l’illusione di camminare, di continuare a girare all’aperto, nelle città. A casa significa nel mondo: è un modo per salvaguardare il mondo. Non è una prigione: è uno stare chiusi per il bene di tutti.   B come Brescia Mio fratello sta a Brescia. È preoccupazione. Ansia. Brescia è una città che sta nei miei pensieri, per quello che sta succedendo là, per mio fratello. Ha scelto di non tornare a casa, in Sicilia, perché abbiamo un padre anziano. È solo, non ha famiglia. Se gli succede qualcosa non c’è neppure chi gli va a fare la spesa.   C come corona Corona...

La fine del mondo / Del teatro e della vita il fiore

LUMACA IMÈGA      O gente che corre – umanità – sentite   andando piano e meditando   e molto ascoltando   che pensieri mi sono venuti in mente.   Mentre ero brucando di foglia in foglia   accanto a bellissimi fiori erti e orgogliosi   ho pensato:   Chi è un fiore?   Uno che sboccia, fiorisce e sfiorisce.   Per chi fiorisce?   Per sé – per essere fiore.   E Fiore lo spazzino   lui sì vero re del mondo   per chi canta?   Per sé canta – per la gioia di sé.   O gente che corre   inseguita dall’ansia:   cos’è il bene per un fiore?   Fiorire.   E per voi dinosauri?   E per noi del Pavano Antico   cos’è il bene?   Essere in fiore.   Far sì che il difficile    attraversamento della vita   sia un teatro in fiore –    il teatro della nostra vita   in fiore – anche accanto alla morte:   godendo del fiorire di noi e di tutti, perfino   dentro il lato oscuro che ci spaventa   e ci nutre.   CORO     Noi siamo il Fiore   e il Leviatano   e con l’amore   e andando piano   la sapiente...

Doni / Discorso ai ragazzini prima della partita

Coraggio, ragazzi! Coraggio!   L’ora è arrivata! L’ora di scendere in campo! L’ora di salire sul palco! Scendere, salire: che modi di dire  son questi?   E se il campo fosse in alto, sospeso su un grattacielo? E se il palco fosse in basso, a mo’ di antico teatro greco? Eppure sono verbi importanti, datemi retta. Salire, scendere: è tutta lì la partita.   L’ora è arrivata! L’ora voluta, cercata, desiderata! E adesso… avete paura? L’ora da tempo sognata quell’ora, quell’ora è scoccata.   Lo so che il cuore vi è sceso nei piedi. Lo so che vi trema la voce. Lo so che una febbre vi smangia da dentro. Che il fantasma della disfatta vi appare e vi acceca.    Non abbiate paura! Ve lo dice uno  che ha sempre paura.  Non abbiate paura! Avete vissuto per questo, che altro?   Coraggio ragazzi!  Siamo una piccola cosa che trema siamo un grumo di sangue  che vuole Tutto per sé, che brama e se non lo afferra  gli cresce la rabbia, e il rancore.     Eppure qualcosa in noi brilla! Non siamo quaggiù per volere! Volere volere e ancora volere e Tutto arraffare di Tutto esser padroni. Non siamo, quaggiù, per fare i reucci....

Festival Vie / La verbosa apocalisse di Rambert e il virus

“Tutti nervosi!” dice con rassegnata ironia il dottor Dorn nel primo atto del Gabbiano di Cechov. E quest'aria di novecentesca nevrastenia investe fin dalle prime note – Marie-Sophie Ferdane le trae da un violino – la scena di Architecture di Pascal Rambert che, sei mesi dopo il suo debutto avignonese, è approdato con il suo poderoso vascello da crociera sul palco dell'Arena del Sole di Bologna per il festival Vie: è appena trattenuta nelle espressioni inquiete e nei corpi immobili che in una specie di quadrilatero militare, formato in uno spazio disseminato di tavoli, sedie e chaise-longues in stile Biedermeier, ascoltano con finta deferenza lo sfogo di un padre offeso dal silenzio di un figlio luciferino che lo ha insultato e ora lo osserva di sbieco – ha un aspetto da uccello malevolo Stanislas Nordey – lontano da lui, ma anche da sorelle, fratelli, cognati, e una matrigna troppo giovane; nessuno che osi contrastare il vecchio, numinoso Architetto, dal quale tutti in un modo o nell'altro dipendono. La smisurata ambizione teatrale di Rambert, autore e regista, tetanizza gli attori, imbroglia le carte dell'anacronismo e della profezia – le profezie d'altronde sono sempre rivolte...

Tiago Rodrigues a Milano / La rivoluzione si impara a memoria

Ha quarantatré anni, ed è il direttore artistico del Teatro Nacional D. Maria II di Lisbona da quando ne ha trentasette: il portoghese Tiago Rodrigues è senza dubbio da aggiungere alla rosa dei nomi più interessanti della scena europea, accanto ai sempre citati Milo Rau e Rimini Protokoll. In Italia, negli scorsi anni, non lo hanno accolto le grandi stagioni cittadine o i teatri stabili; a ospitarlo sono stati piuttosto gli avamposti del nuovo, come Centrale Fies a Dro e Short Theatre a Roma. Un’occasione mancata, se è vero che gli spettacoli di Rodrigues riescono a tenere in perfetto bilanciamento le strutture del teatro classico e i linguaggi del contemporaneo, e a coinvolgere così pubblici differenti.   By Hearth. Finalmente, a presentare Rodrigues alla città di Milano ci ha pensato Triennale Teatro, dedicando all’autore e regista portoghese un focus di due spettacoli: By Heart, scritto e interpretato dallo stesso Rodrigues, e Sopro, messo in scena con la compagnia del Teatro Nacional. Averli a disposizione entrambi è una grande opportunità: di vedere buon teatro, innanzitutto; e poi di comprendere, attraverso la diversità delle due performance, il filo rosso che...

Joël Pommerat a Nanterre / “Questo non è un ragazzo”: racconti e leggende

Parigi. Una cascata di oscenità, snocciolate a una velocità sorprendente, investe lo spettatore all'inizio di Contes et Légendes di Joël Pommerat, in scena al Théâtre des Amandiers di Nanterre, una delle più celebri sale di cintura parigine, e a spiazzarlo è che siano lanciate da un ragazzino alto poco più di un metro e quaranta all'indirizzo di una ragazza che fisicamente è già una donna e con una serietà quasi liturgica, che non ha nulla di caricaturale: è il calco di un gergo che nelle banlieue è una specie di lingua madre, dove la veemenza del ritmo si accorda perfettamente alla rabbiosa violenza dei contenuti; spalleggiato da un coetaneo di origini africane, nella tipica veste del gregario esitante, il baby teppista assalta la sua preda – che lo fronteggia con inedita fermezza e poche ironiche parole che scatenano il riso nel pubblico – perché vorrebbe toccarle i seni. E già qui, nel crudo realismo di un dialogo che sembra estratto di peso da una scena di strada e affidato a una gesticolazione da rap suburbano, si insinua una parola incongrua che, senza spostarla dal suo territorio linguistico, fa levitare la situazione in quella sospensione fantastica, al limite della...

La macchia d’inchiostro / Roberto Roversi o la scena dell’utopia

La rappresentazione a Bologna di La macchia d’inchiostro di Roberto Roversi a Teatri di Vita da parte della Compagnia Fregoli ci permette di riaprire il discorso sulla produzione drammatica di questo appartato incisivo poeta, che il 28 gennaio scorso avrebbe compiuto 97 anni (1923-2012). Roversi scrisse, negli anni delle rivolte, tra il 1965 e il 1976, quattro testi per il teatro, paralleli più o meno alle sue Descrizioni in atto, poemi ciclostilati per rifiuto del sistema editoriale. I primi due testi per la scena, Unterdenlinden (1965) e Il crack (1968), furono commissionati dal Piccolo Teatro di Milano e rappresentati, rispettivamente con la regia di Raffaele Maiello nel 1967 e di Aldo Trionfo nel 1969, con esiti contrastati e riserve o vere e proprie stroncature da parte della critica. Il terzo, La macchina da guerra più formidabile (1970), fu allestito nel 1972 in una piccola sala di Bologna, il Teatro della Pantomima, con la regia di Arnaldo Picchi, che poi tra 2002 e 2004 curerà con accuratezza e ampiezza di note la pubblicazione dei testi per l’editore Pendragon di Bologna, Antonio Bagnoli, il nipote del poeta. Picchi, docente del Dams, amico e fedelissimo di Roversi, curò...

Angélica Liddell a Parigi / Al padre e alla madre morti, nella carne della figlia

La capitale francese è avvolta da un’atmosfera sospesa a causa del perdurare degli scioperi contro la riforma previdenziale proposta dal governo di Emmanuel Macron. Il discorso politico si mostra in tutta la sua necessità di essere pubblico, condiviso e agito. Le manifestazioni nelle strade di Parigi sembrano ancora evocare l’eco distantissima della Rivoluzione. Questo è un momento in cui tout le monde, in un certo senso, è in strada. In questi stessi giorni il Théâtre National de La Colline ha presentato due spettacoli della drammaturga, regista e attrice spagnola Angélica Liddell, Una costilla sobre la mesa: Padre e Una costilla sobre la mesa: Madre. Queste produzioni, date in alternanza, fanno da contraltare all’atmosfera politicizzata di Parigi presentando un discorso estremamente introspettivo e intimo. Non si tratta di requiem ai genitori scomparsi, ma di affondi di natura puramente teatrale che scavano nelle radici del processo di individuazione umana, nei modi in cui questo si scioglie, o si cristallizza, quando il corpo del genitore non è altro che una dolorosissima materia fredda davanti agli occhi dei figli, e allo stesso tempo il segno di una maggiore prossimità del...

Carmelo Rifici al Lac di Lugano / L’inconscio di Macbeth

A volte, di fronte a un lavoro teatrale, si ha la netta impressione che, al di là dell’operazione, spesso meritoria e interessante, manchi un’architettura solida, che sappia far dialogare le parti e perimetri – in qualche modo – la ricerca, sottoponendo la stessa a tagli, sacrifici anche dolorosi ma necessari. Quando uno spettacolo riesce a far dialogare le due istanze, quella feconda ma pericolosamente proteiforme dell’intuizione e quella contenitiva della forma, esso gode di un’incidenza, una forza diversa: si imprime. Questo capita con il nuovo lavoro di Carmelo Rifici, Macbeth, le cose nascoste, presentato la settimana scorsa in prima assoluta al LAC di Lugano e frutto di un lungo lavoro di meditazione e decodificazione durato ben due anni. Scopo di Rifici era capire quanto di quel testo risuonasse ancora nell’uomo contemporaneo, che, come Shakespeare, si trova a vivere una svolta storica fondamentale. Lo scrittore inglese viveva infatti a cavallo di un’epoca che stava definitivamente voltando le spalle al mondo primitivo, quello popolato da fantasmi, streghe, quello in cui l’inconscio era ancora legato alla natura e non si percepivano divisioni nette fra il mondo interiore e...

Bilanci 2019 / Lo spettacolo dell’anno

Per la quarta volta abbiamo chiesto a critici e artisti di raccontarci il loro spettacolo dell’anno, ovvero cosa di importante è successo nello spettacolo, nel teatro, secondo loro nel 2019. Questa volta abbiamo ridotto il numero degli interpellati (delle interpellate). Negli anni precedenti erano una decina, ora sono solo due. Un’artista di cui molto si parla, Daria Deflorian, emersa con la potenza dei lavori creati insieme ad Antonio Tagliarini e ad altri compagni dopo anni di classica “gavetta”; una critica e studiosa giovane, Rossella Menna, autrice di un bel recente libro conversazione con Armando Punzo, sufficientemente pronta a prendere a colpi d’ascia (direbbe san Thomas Bernhard) le troppe comodità e le asfittiche apparenze. Due soli sguardi, ci sembra affilati, impegnati a rompere i recinti. A voi il giudizio, con gli auguri della redazione teatro di “doppiozero”. (Ma. Ma.)   Frammenti 2019 (Daria Deflorian) Gli spettacoli, i cambi di direzione artistica, i grandi temi, le polemiche, i premi, le stagioni. Le novità, le conferme, le delusioni. Non ne parlerò, posso raccontare solo alcuni frammenti di questo 2019 teatrale, chiarendo al lettore che ho visto poco avendo...

Il Čechov di Licia Lanera / Il gabbiano: guarda d’estate come nevica

Nella campagna ghiacciata, con una scansione musicale ripetitiva, inizia il viaggio nell’inverno di Schubert, Winterreise. I primi versi ricordano il maggio benevolo, i fiori, l’amore, e ora tutto è finito, gelato, pietrificato, mentre la musica culla con l’incalzare senza scampo di un marciare che sembra un’immobile ninna nanna. Il Gabbiano secondo Licia Lanera, al contrario, fotografa un’estate estenuante, calda come il bacio perduto della canzone di Bruno Martino, estate sfibrante passata su lettini in vite senza movimento, che all’improvviso viene sepolta da una fitta nevicata. Cade la neve, dilaga sulla compagnia di borghesi riuniti in campagna a discutere di tutto e soprattutto di niente, a riempire i vuoti di una vita estenuata, vestiti di scuro “per il lutto che porto per la mia vita”. Il Gabbiano è quello di Čechov, una tessitura di frasi asfittiche scritta nel 1895 da un uomo malato nei polmoni, che doveva passare gli ultimi tempi della propria vita in Crimea, per curarsi lontano dalla capitale fredda e umida, sentendosi abbandonato nella provincia come in una prigione. E proprio con la lettura a sipario chiuso di una lettera dall’‘esilio’ dello scrittore russo alla...

Massimiliano Civica rilegge la tragedia greca / Antigone e il corpo del fascismo

Nel 1977, in Germania, un volo della Lufthansa viene dirottato da alcuni militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Nei giorni successivi, tre membri detenuti della RAF (gruppo terroristico di estrema sinistra, legato al Fronte) si suicidano nelle loro celle. Nel clima politicamente incandescente, nessun cimitero tedesco accetta di accogliere i tre cadaveri: per giorni i corpi dei terroristi rimangono senza sepoltura.  L’anno successivo a questi avvenimenti, un gruppo di autori tedeschi – tra loro anche Fassbinder – dà vita a un film collettivo (Germania in Autunno, 1978). Nell’episodio Antigone rinviata, scritto da Heinrich Böll e diretto da Volker Schlöndorff, si mette in scena una discussione fittizia in un emittente nazionale; qualcuno propone di trasmettere una riduzione per lo schermo dell’Antigone di Sofocle, ma si decide poi di non correre il rischio di infiammare o influenzare l’opinione pubblica. La tragedia greca non andrà in onda: la parola di una delle più celebri eroine tragiche viene ritenuta troppo pericolosa per il contesto politico nazionale.    Il diritto alla sepoltura appartiene all’essere umano? È un diritto inalienabile...

Giuliano Scabia per il teatro Olimpico di Vicenza / Le statue, i dinosauri, lo spazzino indiano

All’ora che volge il desio – mentre per gli Inglesi è quella del tè – a circa 45°33'29"52 di latitudine Nord e 11°32'30"84 di longitudine Est, tra l’Odeo di Palladio e il bar da Ciro; giù per le vie di Tebe, sempiterna CSI, dinoccola un Edipo dégagé accompagnato da un’Antigone sorella-figlia-badante (“di tragedie io e mio fratello, nonché padre, / abbiamo le scatole piene”). Non stupiamoci: Lui, l’Autore, l’Antefatto, ci racconta come appena nove anni fa gli ridiede la vista con l’apposizione del magico santino (“Vengo per te, Edipo, re del teatro, re della cecità / e della veggenza. / Vengo per provare a ridarti la vista / nel tuo teatro fatto per vedere”), fra gli squilli superni di un’angelica cornetta e gl’inferi borborigmi delle pompe che svuotavano l’Ade di una Vicenza alluvionata – era così semplice, immaginare che quei tri-ordinati stucchi, quelle erculee formelle, quelle sproporzionate prospettive fossero di Edipo, cioè proprio la sua casa un po’ esibizionistica e kitsch, bastava bussare, toc toc: sta qui il non vedente veggente?  Il giorno è l’otto novembre duemiladiciannove, segnatevelo.  Perché 158.768 giorni dopo la sua inaugurazione, bisesti compresi –...

Antonio Latella per Ert / A Est dell’Eden di Steinbeck

Sette ore di spettacolo per scarnificare una saga romanzesca come East of Eden (in italiano La valle dell’Eden, 1952) del premio Nobel John Steinbeck. Due spettacoli più brevi, tre e quattro ore, riunibili in un’unica galoppata teatrale. In uno spazio dal taglio cinematografico che gioca sui piani ravvicinati o lunghi, e che condensa certi fatti o azioni nodali in simboli o in esplosioni estreme fino ai confini del melò, affidando alla parola il dipanarsi dell’anima degli avvenimenti. La valle dell’Eden, vista all’Arena del Sole di Bologna in una produzione Ert – Metastasio di Prato – Stabile dell’Umbria, è l’ultima creazione di Antonio Latella, che si è associato nel compito di traduzione drammaturgica dell’immenso romanzo la brava Linda Dalisi. E il testo risplende, asciugato ma non “ridotto”, portato alle sue ragioni essenziali, senza divagazioni e senza brani di colore, mantenendo intatti i sapori fondamentali dell’originale.      La sala rimane illuminata, come in un’indagine “scientifica” brechtiana, come in un’aula di anatomia o di entomologia. La scena nella prima parte si svolge essenzialmente intorno a un tavolo, con i personaggi seduti e con il...

Claudio Morganti a Prato / Un tribunale per Woyzeck

Sostiene Nicola Chiaromonte che tra i luoghi originari del teatro c’è il tribunale. Quello che Claudio Morganti ha allestito sul palcoscenico del Fabbricone di Prato per la messa in scena de Il caso W. di Rita Frongia è un tribunale con tutti i crismi: il tavolo dell’accusa di fronte a quello della difesa, paralleli sui due lati della scena, la cattedra del giudice più arretrata, e una sedia al centro, semplice e scomoda, il seggio periglioso destinato ai testimoni e, soprattutto, all’accusato. Una scena degna di un court drama movie americano, tipo Testimone d’accusa, dove però fin dalle prime battute, le frequenti crepe della ritualità giudiziaria lasciano intravedere uno sfondo che con la solennità della giustizia ha poco o nulla a che vedere e molto, invece, con l’irresponsabile noncuranza del suo esercizio burocratico, con il giudizio in quanto potere: a ben guardarli, questi attori che appena prendono la parola rivolgendosi all’assemblea dei giurati raccolta in platea incarnano con disinvoltura la prosopopea del ruolo (e della formula di rito), sono tutt’altro che irreprensibili, a cominciare dal loro primus inter pares, il Giudice interpretato dallo stesso Morganti che...

Collezione Maramotti Reggio Emilia / Papaioannou: le trasformazioni di Sisifo

Un uomo in completo nero percorre lo spazio lungo il suo perimetro sostenendo tra le braccia una pila irregolare di pietre. Nello sfilare lentamente di fronte a noi, mentre assistiamo ai primi minuti di Sisyphus/Trans/Form del regista, coreografo e performer greco Dimitris Papaioannou, sentiamo il respiro di questo primo Sisifo affannato dal peso, intento a raccogliere la forza necessaria alla tenuta dell’equilibrio, concentrato nel resistere a una caduta che è tanto probabile quanto necessaria affinché possa liberarsi proprio di quel fardello. Pochi istanti dopo, nello spazio ampio del secondo piano della Collezione Maramotti a Reggio Emilia, un altro uomo procede curvo, trasportando sulle proprie spalle uno spesso muro grigio che va, passo dopo passo, sgretolandosi. Il suo errare magnetico, che ha per effetto quello di orientare il movimento dei membri del pubblico nello spazio, è anticipato di qualche metro appena da Dimitris Papaioannou in persona anch’egli in completo nero così come gli altri performer di sesso maschile: Christos Strinopoulos, Drossos Skotis, Costas Chrysafidis. Tenendo tra le mani un microfono che amplifica i suoni prodotti dal movimento dei materiali...