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(17 risultati)

Visite guidate (8) / Francesco Furini, Ila e le ninfe

La prima cosa che ho pensato davanti a questo quadro magnifico e conturbante, è stata: “a me non è mai capitata un’avventura del genere”. La seconda è stata chiedermi perché il giovanotto sembra così renitente. La terza perché porta quel cappello. Ma poi, vedendo come il giovane cerca di sfuggire, preso più da spavento che da semplice timore, ho anche pensato che chi l’aveva dipinto, dopo aver covato un desiderio simile al mio, si è messo invece nei panni del ragazzo, che prova in ogni modo di divincolarsi dall’abbraccio e dal desiderio di quei giovani corpi meravigliosi, e che è questa sua attrazione e paura che il pittore ha dipinto e che fa la bellezza dell’opera.   __title__   Il quadro, di cospicue misure (230 x 261 cm) che favoriscono un forte impatto di presenza, si intitola Ila e le ninfe e il suo autore è Francesco Furini (1603-1646), che l’ha dipinto agli inizi degli anni ‘30. Molto apprezzato alla sua epoca, la sua fama ha in seguito subito una certa eclisse, ben esemplificata dal giudizio di Argan, che a p. 357 del terzo volume della sua Storia dell’arte italiana (Sansoni, 1968) lo liquida così: “Francesco Furini cerca una troppo facile armonia nello...

Visite guidate (7) / Albrecht Dürer, “Nemesi” e “La Morte e il lanzichenecco”

Non ci sono solo i musei, i palazzi, le chiese o le mostre, che è indispensabile visitare di persona se si vuole vedere veramente le opere dei grandi e meno grandi pittori. Per una parte della loro produzione a volte bastano i libri, o, ai nostri giorni, internet. Questo vale per i disegni (non tutti: basta andare al Museo ambrosiano di Milano per avere una clamorosa smentita davanti ai cartoni preparatori di Raffaello per l’affresco La scuola di Atene, dei Palazzi Vaticani: una esperienza da togliere il fiato) e ancor più per le incisioni e le stampe in bianco e nero genere. Esse pure con varie eccezioni, come quelle dell’Arco trionfale composto di 192 xilografie, per una grandezza complessiva di 341×292 cm, eseguite sotto la direzione di Albrecht Dürer tra il 1512 e il 1515 per l’imperatore Massimiliano I, le cui copie meglio conservate sono visibili al Germanisches Nationalmuseum, di Norimberga o ancora al British Museum di Londra, o quella magnifica di Tiziano, La sommersione dell’esercito del faraone nel Mar Rosso, visibile al British Museum di Londra oppure a Ca’ Rezzonico a Venezia.   Dürer, con Rembrandt e Goya, è uno dei più grandi autori di incisioni, tra cui...

Visite guidate (6) / Paris Bordone, Sacra Famiglia con sant'Ambrogio e un offerente

Sono tornato a Brera dopo l’anno e mezzo di Covid per rivedere Il trafugamento del corpo di San Marco del Tintoretto su cui avevo intenzione di scrivere qualcosa per questa rubrica estiva, ma nella sala adiacente sono stato colpito già entrando, al primo uno sguardo panoramico, da un altro quadro a cui non avevo prestato molta attenzione durante le numerose visite precedenti. Una spiegazione c’è: il quadro non è stato esposto per un po’ e solo di recente, nel 2019, è stato restaurato recuperando i suoi magnifici colori. E sono stati appunto quelli ad attirarmi ancor prima di aver decifrato il soggetto.    Paris Bordone, Sacra Famiglia con sant'Ambrogio e un offerente, 1525 circa, Pinacoteca di Brera, Milano. Si tratta di una Sacra Famiglia con sant'Ambrogio e un offerente, opera di Paris Bordon (o Bordone) del 1525 circa, dipinta quando l’autore aveva 25 anni e, lasciata la bottega di Tiziano in cui era stato fino ai diciott’anni, aveva già raggiunto una certa notorietà che sarebbe durata tutta la vita, assicurandogli molte commesse ufficiali e private a Venezia (in particolare il prestigioso Consegna dell’anello al doge per la Scuola Grande di San Marco, ora alle...

Visite guidate (5) / Jan van Eyck, La Madonna del cancelliere Rolin

A volte si guardano così a lungo certe immagini per uno studio particolare che se ne esplorano i dettagli in tutte le più peregrine implicazioni ma, pur notandole, si trascurano quelle più evidenti. Poi però basta poco, un’occasione che non c’entra niente, e le associazioni ripartono e l’evidenza si riprende il posto che le spetta. Ma come un’evidenza di secondo grado, che contiene la sua precedente eclisse. Una cosa del genere mi è capitata, mentre scrivevo Figura di schiena, con La “Madonna del Cancelliere Rolin” di Jan Van Eyck, ammirabile al Louvre. Al centro del quadro, sullo sfondo, ci sono due piccole figure sugli spalti delle mura di un palazzo, una delle quali appunto di schiena, su cui si concentrava il mio sguardo, trascurando un po’ l’altra, di profilo. Questa indossa una specie di turbante rosso, come altre dello stesso pittore (in particolare uno dei due “testimoni” nello specchio dei “Ritratto dei coniugi Arnolfini”, la figurina riflessa nella corazza di San Giorgio nella “Madonna del canonico Van der Paele” e soprattutto nel “Ritratto dell’uomo con il turbante rosso”) in cui qualcuno ha voluto vedere un autoritratto del grande artista.   Jan van Eyck, Madonna...

Visite guidate (4) / Antonello da Messina, la "Pietà" del Prado

In numerose opere del Quattrocento e del Cinquecento, in particolare nordiche, sono raffigurate sante che tengono un libro in mano, mentre lo stanno leggendo o vi hanno appena distolto lo sguardo per immergersi in qualche preghiera o meditazione, o visione o fantasia: lo Sposo celeste, il peccato, il premio o la punizione, una profezia, un supplizio, un’estasi… di materia per farlo non ne manca. In alcune, tra la mano e il libro è interposto un panno, a proposito del quale una volta mi sono chiesto se serve più a proteggere da possibili contaminazioni il volume, sacro e prezioso, o la mano che lo regge, dal bruciante contatto che emana la sua sacralità. Una riflessione analoga mi è venuta in mente a proposito di un dettaglio della Pietà di Antonello da Messina del Museo del Prado, non molto diffuso, a mia conoscenza.  Il quadro è uno dei due di questo soggetto del pittore siciliano, entrambi dipinti durante il soggiorno a Venezia del 1475-76, in dialogo, o piuttosto competizione, con la pittura là dominante, in particolare con Giovanni Bellini, in cui pure troviamo esempi di questo dettaglio (vedi il Cristo morto sorretto da due angeli del 1465-70 della figura 5). ...

Visite guidate (2) / Govert Flink, Bambina accanto al seggiolone

Alla Maurithuis di L’Aia c’è un ritratto di Bambina accanto al seggiolone di Govert Flink, del 1640, che senza andare a pescare tra i Bambin Gesù o Giovannini vari, e nemmeno tra i Bronzino e i Velasquez o altri bambini olandesi in quadri di famiglia come quello di Pieter Fransz de Grebber di Lisbona di cui ho già parlato, o anche da soli, come certi Franz Hals o Judith Leyster, mi ha ricordato, oltre al magnifico Ritratto di una bambina della famiglia Redetti (1566-70 ca) di G.B. Moroni dell'Accademia Carrara di Bergamo con un'associazione del tutto personale e non fondata su parentele iconografiche di rilievo, se non per opposizione per quanto può essere bella, e infantile, non signorina né vecchina, una bambina anche in gran tenuta con abitino di broccato, gorgiera e maniche candide di seta o mussola, con i capelli che davanti sembrano lasciar liberi i riccioli mentre dietro un filo di perle si intreccia a una piccola crocchia e si chiude un nastro e una perla più grande, ma delicata, che risponde sia agli orecchini e alla collana di perle che al discreto braccialettino di corallo al polso destro,      mi ha ricordato, dicevo, il Bambino giacente nella culla (...

Visite guidate (1) / Tiziano, Apollo scortica Marsia

Una delle opere più potenti e sconvolgenti di Tiziano si trova in un posto un po’ fuori dalle rotte turistiche tradizionali, nel castello del Museo Arcivescovile di Kroměříž, nel sud-est della Repubblica Ceca, vicino al confine con la Slovacchia e non distante da quello con l’Austria. Si tratta della Punizione di Marsia, una delle opere di soggetto mitologico dipinte dal grande artista in tarda età, tra il 1570, quando aveva 80’anni, e il 1576, anno della morte, quando è stata ritrovata, incompleta, nel suo atelier, tanto che hanno dovuto intervenire degli aiutanti per concluderla (in particolare, sembra, Palma il giovane per la figura del suonatore).     È un quadro che ho sempre amato, ma su cui non mi ero mai soffermato, finché l’ho visto pubblicato capovolto, immagino per errore. In questa versione Marsia è rimesso dritto, anche se resta legato con i piedi, in basso, all’albero, ma come se poggiasse, o fosse incatenato, a un suolo boschivo, ricoperto di vegetazione, cespugli o rami caduti, mentre ad essere a testa in giù è Apollo, che però non rinuncia, nemmeno in questa scomoda posizione, a scuoiare, si direbbe con metodica e soddisfatta pazienza, il suo...

Il nuovo volume della collana «Riga» / Conversazione con Max Ernst (1969)

La televisione ha trasmesso recentemente un vecchio documentario, in cui si vede Renoir che, quantunque paralizzato, continua a dipingere davanti al suo cavalletto, mostrando una evidente felicità. Che impressione ti ha fatto questa straordinaria immagine? Ne ho concluso che Renoir viveva in quella felice epoca nella quale nessuna incertezza interveniva a far esitare il pittore, buono o cattivo che fosse, quando al mattino si armava della sua cassetta di colori, partiva alla ricerca di un “motivo”, si accingeva al suo compito e, contento di sé, rientrava la sera. Ciò che distingue Renoir e Bonnard dalla maggior parte degli impressionisti, o postimpressionisti, è il temperamento sensuale, voluttuoso e quella evidente e contagiosa felicità, di cui parli. Non voglio soffermarmi sulla differenza tra talento e genio.   Si tratta piuttosto di una specie di innocenza. Gli impressionisti non sovraccaricavano la loro coscienza di inutili dubbi capaci di intaccare la loro tranquillità o la loro gioia di dipingere. Per contro avevano una convinzione che in loro era certezza: credevano all’infallibilità di quel piccolo schermo chiamato retina, punto d’incontro tra il mondo oggettivo e il...

A Life in Letters / Le più belle lettere di Vincent van Gogh

‘Caro Theo, grazie della tua lettera, sono contento di sapere che sei arrivato bene. Mi sei mancato i primi giorni & mi sembrava strano tornare a casa di pomeriggio e non trovarti’. È questa la prima lettera dell’epistolario vangoghiano giunta a noi.  Vincent ha diciannove anni, già da tre lavora all’Aia nella galleria d’arte della Goupil & Co. Theo ne ha quindici, e dopo qualche giorno trascorso nella capitale con il fratello torna alla casa dei genitori, a Helvoirt, nel Brabante del Nord. A scuola ci va a piedi, a Oisterwijk. Sei chilometri all’andata, sei al ritorno, tra vento e burrasche di quell’autunno tempestoso. Il manoscritto di Vincent è strappato in alto, ma la data è stata ricostruita grazie al cenno alle gare di trotto, che si erano svolte il sabato 28 settembre 1872.  Vincent è accanto al fratello minore col pensiero, ‘sarai in ansia’… è protettivo, e lo sarà ancor di più non appena Theo andrà a lavorare alla filiale di Bruxelles della Goupil, all’inizio del nuovo anno. Leggi questo, leggi quello, visita i musei, fai tante passeggiate… ‘tuo affezionatissimo Vincent’.   Lettera di Vincent a Theo, L’Aia, 29 settembre 1872, © Van Gogh Museum...

Konrad Witz / La pesca miracolosa

La “Pesca miracolosa” di Konrad Witz è un quadro giustamente famoso. Dipinto nel 1444 dal pittore svizzero di origini sveve (nato a Rottweil, nel sud della Germania), il dipinto di 132 x 154 cm faceva parte di una pala d’altare più estesa, della quale sono sopravvissuti soltanto due elementi, la “Pesca” e la “Liberazione di San Pietro.” L’insieme perduto doveva comunque essere ancora più complesso, visto che i due dipinti (su legno di pino), scampati alla furia iconoclasta del Cinquecento, sono ambedue “bicefali”: il verso della “Pesca miracolosa” mostra una “Adorazione dei Magi”, mentre la “Liberazione di San Pietro” raffigura un donatore che incontra la Vergine. Il ruolo fondamentale della “Pesca miracolosa” di Witz nella storia dell’arte (non solo europea) è collegato al fatto, spesso ripreso, che proprio quest’opera rappresenti il primo ritratto topograficamente identificabile nella pittura moderna. Infatti, per la prima volta nella storia dell’arte europea post-antica, un setting biblico può essere ubicato con precisione: Witz ha trasposto alcuni episodi neo-testamentari incentrati nei dintorni del lago di Tiberiade sulle rive di un altro lago, quello di Ginevra. Va...

Cinquecentenari / Lo sguardo ecologico di Leonardo

L’anno appena iniziato è per i leonardiani, e non solo, un anno per molti versi memorabile: ricorre infatti il cinquecentesimo anniversario della morte del grande genio toscano, avvenuta il 2 maggio 1519. Per l’occasione le Nazioni europee che custodiscono codici, manoscritti, fogli sparsi, disegni e opere dipinte, si sono impegnate a commemorare l’evento attraverso mostre, convegni e pubblicazioni sui diversi aspetti dell’universalità del pensiero di Leonardo e della sua poliedrica e complessa attività di artista scienziato.  Nella sua epoca gran parte dello studio dei fenomeni di trasformazione della materia organica e inorganica era ancora pervasa di occultismo e di magia e costituiva prevalentemente oggetto di attenzione delle pratiche alchemiche. Il famoso studioso degli aspetti filosofici dei metodi scientifici, autore del bestseller mondiale Il Tao della fisica (Adelphi, 1982) Fritjof Capra, nel suo più recente testo (Leonardo e la botanica. Un discorso sulla scienza delle qualità, Aboca, 2018) mette in evidenza l’innovativo approccio di Leonardo da Vinci negli studi dei processi metabolici della vita.   Per il fisico e filosofo della scienza austriaco l’intento...

Note sulla poetica di Claudio Parmiggiani / Dentro la tavolozza, la cenere…

Il trauma dell’opera: “urlo”, “incendio”, “Sfinge”   Non esiste opera d’arte che non sia in rapporto a un trauma, all’insistenza di un incontro che sovverte il nostro rapporto abituale con la realtà e che non si lascia dimenticare. Il reale del trauma impone lo scompaginamento dell’ordine della realtà. Il suo statuto è quello di un’alterità irriducibile che frantuma l’inquadramento simbolico del mondo. Allo stesso modo la forza poetica di un’opera d’arte resiste ad ogni tentativo ermeneutico di decifrazione; essa non può mai essere assorbita da una significazione univoca, definita, stabilita o da una traduzione ritenuta legittima, ma si spalanca anarchicamente a un universo plurimo di significazioni, ogni volta mai compiuto, inesauribile, intraducibile. Per questo la cifra ultima dell’opera d’arte per Claudio Parmiggiani è quella del silenzio e dell’enigma. Lo segnalava a suo modo anche Freud quando ricordava lo sfasamento e la sproporzione che sussistono sempre tra l’intenzione dell’artista e l’opera che essa realizza. Non a caso Parmiggiani ci ricorda che ogni opera d’arte resta un enigma innanzitutto per il suo autore il quale sta di fronte a ciò che ha creato come un uomo...

Atmosfera / Dürer. Melencolia I

L’autoritratto deve proprio coincidere con il volto dell’artista? Dopo tutto, un ritratto è qualcosa di molto più incerto di quanto sembri; come sostiene Hans Belting, il ritratto è immagine di un’altra immagine, cioè del volto, una superficie di per sé instabile, impegnata com’è nelle alterne fasi dello scambio sociale e, per questo, continuamente mossa dalla dinamica della mimica facciale. Erwin Panofsky e Fritz Saxl hanno scritto che Melencolia, I – una delle più celebri incisioni del Rinascimento – è l’“autoritratto spirituale” del suo autore, il pittore tedesco Albrecht Dürer. È una delle tesi portanti del saggio che essi dedicarono all’opera nel 1923, La «Melencolia I» di Dürer. Una ricerca storica sulle fonti e i tipi figurativi; il libro viene ora per la prima volta pubblicato in Italia da Quodlibet con un’introduzione di Claudia Wedepohl e uno scritto finale di Emiliano De Vito, che è anche il curatore dell’edizione.   Il sottotitolo dell’opera è più che una semplice anticipazione del contenuto del libro; come ribadiscono essi stessi nell’introduzione, i due studiosi si sono messi da “giovani esploratori” sulla strada aperta da altri – Karl Giehlow e Aby Warburg –...

Due mostre / Magritte Berger, storia di un nome

Dal nove ottobre è in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano “Inside Magritte”, un percorso espositivo multimediale, curato dalla storica dell’arte belga Julie Waseige, di centosessanta immagini di opere di René Magritte (1898-1967), dagli esordi fino agli ultimi capolavori. L’undici ottobre, il Palazzo Blu di Pisa, ha inaugurato la mostra “da Magritte a Duchamp.1929: il Grande Surrealismo dal Centre Pompidou”, curata da Didier Ottinger, che ospita circa centocinquanta opere – dipinti, sculture, disegni, collage, installazioni e fotografie – dei maggiori esponenti dell’avanguardia surrealista, tra cui: René Magritte, Salvador Dalí, Marcel Duchamp, Max Ernst, Giorgio De Chirico, Alberto Giacometti, Man Ray, Joan Miró, Yves Tanguy, Pablo Picasso.  La presenza di Magritte sia a Milano che a Pisa, mi ha fatto ripensare alla vita del pittore belga e all’esortazione «Vieni a fare un giro!», che il quindicenne René rivolse alla dodicenne Georgette Berger, figlia del macellaio di Charleroi. In questa città, dove dal 1913 andò a vivere la famiglia Magritte, si svolgeva una fiera che ospitava una giostra. Il primo gesto che avvicinò René alla sua futura moglie Georgette fu l’invito a...

5 giugno 1927 - 5 giugno 2017 / Emilio Tadini, Picasso. L’immortale da vivo

La generazione degli anni difficili è il titolo di un volume del 1962 in cui Ettore Albertoni, Ezio Antonini e Renato Palmieri raccolgono i testi di un’inchiesta condotta tra il 1959 e il 1960 per la rivista «Il Paradosso». L’inchiesta era mossa dalla necessità di comprendere le scelte e le posizioni di fronte alla Storia da parte di «coloro che l’ultima guerra sorprese […] nell’età dei primi ripensamenti e delle maturazioni giovanili», e che alla fine degli anni Cinquanta si presentavano, volenti o nolenti, come «la spina dorsale della nazione». È la cosiddetta “generazione di mezzo” di cui fanno parte Italo Calvino, Oreste del Buono, Rossana Rossanda, Franco Fortini o Fulvio Papi: intellettuali nati negli anni Venti, che alla chiamata della Storia hanno risposto non con il ragionamento e la volontà di una scelta politica matura, ma sulla spinta degli “astratti furori” di gioventù. E alla fine della guerra si ritrovano troppo grandi per demandare ai fratelli maggiori le responsabilità della ricostruzione, ma anche troppo giovani per incaricarsi senza tentennamenti di tracciare la rotta per le generazioni a venire. Sono intellettuali che vivono con profonda sofferenza l’urgenza di...

Dialogo della pittura

  Fin dai tempi dei tempi (tempi di Altamira, tempi di Lascaux) ho visitato con affetto, curiosità e tremore gli studi dei pittori - ogni volta sentendomi invitato in luoghi in qualche modo misteriosi, o addirittura sacri. Quelle soglie, ogni volta che le oltrepassavo, le sentivo temenoi, tagli, fra un fuori normale e un dentro altro, denso e segnato, templare: varco iniziatico (se entri io t’inizio ai miei segni e colori, te li rivelo e ti faccio partecipe) oltre cui avrei trovato colori, odori, disegni, cavalletti, tele, immagini nuove e vecchie, officina, laboratorio, cappella votiva, luogo di meditazione, di artigianato e ispirazione. Andavo da Claudio Olivieri verso il Ticino, a ovest di Milano, fra campi di erbe, in una casa isolata, sderenata, antica, contadina - e lo trovavo (era sempre solo) con le tele intelaiate intorno, quinte, verticali - alcune bianche, alcune con qualche segno e colore, alcune finite. Parlavamo, io cercavo di decifrare, il difficile lavorio del narrare la pittura - e discutere e discutere, il dialogo del poeta e del pittore. Il pittore che aspetta le parole del poeta forse per capire cosa sta facendo. Ma cosa fa il pittore...

Renato Guttuso, Palermo, 1973

Di Renato Guttuso, a Bagheria, la cittadina in cui entrambi siamo nati, ho sempre sentito parlare con affetto e orgoglio: era i ragazzo del paese che aveva fatto strada. Da giovane, dicevano soprattutto le donne, era bellissimo. Qualche volta gli oppositori politici ironizzavano sul comunista che abitava a Palazzo del Grillo a Roma. La sua casa di Bagheria era contigua a quella dei miei nonni materni, che avevano ben conosciuto la famiglia. Veniva ricordato con ammirazione il padre di Renato, l’agrimensore Giacinto, per la sua grande eleganza. Pare che vestisse spesso di bianco e non dimenticasse mai il bastone da passeggio. Eppure, pioggia o fango che ci fosse per le strade, rientrava sempre immacolato. La madre, rimasta vedova e sola mentre Renato cercava fortuna lontano, aveva vissuto gli ultimi anni in dura miseria. La mostra antologica che si tenne al paese nel 1962 fu un grande avvenimento popolare. Fu proprio in quella occasione che lo incontrai per la prima volta.   Ma un poco amici diventammo almeno dieci anni dopo, grazie a Sciascia. È forse l’uomo più seducente che abbia mai conosciuto. Il colore della sua voce, i racconti, l...