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pittore

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Cinquecentenari / Lo sguardo ecologico di Leonardo

L’anno appena iniziato è per i leonardiani, e non solo, un anno per molti versi memorabile: ricorre infatti il cinquecentesimo anniversario della morte del grande genio toscano, avvenuta il 2 maggio 1519. Per l’occasione le Nazioni europee che custodiscono codici, manoscritti, fogli sparsi, disegni e opere dipinte, si sono impegnate a commemorare l’evento attraverso mostre, convegni e pubblicazioni sui diversi aspetti dell’universalità del pensiero di Leonardo e della sua poliedrica e complessa attività di artista scienziato.  Nella sua epoca gran parte dello studio dei fenomeni di trasformazione della materia organica e inorganica era ancora pervasa di occultismo e di magia e costituiva prevalentemente oggetto di attenzione delle pratiche alchemiche. Il famoso studioso degli aspetti filosofici dei metodi scientifici, autore del bestseller mondiale Il Tao della fisica (Adelphi, 1982) Fritjof Capra, nel suo più recente testo (Leonardo e la botanica. Un discorso sulla scienza delle qualità, Aboca, 2018) mette in evidenza l’innovativo approccio di Leonardo da Vinci negli studi dei processi metabolici della vita.   Per il fisico e filosofo della scienza austriaco l’intento...

Note sulla poetica di Claudio Parmiggiani / Dentro la tavolozza, la cenere…

Il trauma dell’opera: “urlo”, “incendio”, “Sfinge”   Non esiste opera d’arte che non sia in rapporto a un trauma, all’insistenza di un incontro che sovverte il nostro rapporto abituale con la realtà e che non si lascia dimenticare. Il reale del trauma impone lo scompaginamento dell’ordine della realtà. Il suo statuto è quello di un’alterità irriducibile che frantuma l’inquadramento simbolico del mondo. Allo stesso modo la forza poetica di un’opera d’arte resiste ad ogni tentativo ermeneutico di decifrazione; essa non può mai essere assorbita da una significazione univoca, definita, stabilita o da una traduzione ritenuta legittima, ma si spalanca anarchicamente a un universo plurimo di significazioni, ogni volta mai compiuto, inesauribile, intraducibile. Per questo la cifra ultima dell’opera d’arte per Claudio Parmiggiani è quella del silenzio e dell’enigma. Lo segnalava a suo modo anche Freud quando ricordava lo sfasamento e la sproporzione che sussistono sempre tra l’intenzione dell’artista e l’opera che essa realizza. Non a caso Parmiggiani ci ricorda che ogni opera d’arte resta un enigma innanzitutto per il suo autore il quale sta di fronte a ciò che ha creato come un uomo...

Atmosfera / Dürer. Melencolia I

L’autoritratto deve proprio coincidere con il volto dell’artista? Dopo tutto, un ritratto è qualcosa di molto più incerto di quanto sembri; come sostiene Hans Belting, il ritratto è immagine di un’altra immagine, cioè del volto, una superficie di per sé instabile, impegnata com’è nelle alterne fasi dello scambio sociale e, per questo, continuamente mossa dalla dinamica della mimica facciale. Erwin Panofsky e Fritz Saxl hanno scritto che Melencolia, I – una delle più celebri incisioni del Rinascimento – è l’“autoritratto spirituale” del suo autore, il pittore tedesco Albrecht Dürer. È una delle tesi portanti del saggio che essi dedicarono all’opera nel 1923, La «Melencolia I» di Dürer. Una ricerca storica sulle fonti e i tipi figurativi; il libro viene ora per la prima volta pubblicato in Italia da Quodlibet con un’introduzione di Claudia Wedepohl e uno scritto finale di Emiliano De Vito, che è anche il curatore dell’edizione.   Il sottotitolo dell’opera è più che una semplice anticipazione del contenuto del libro; come ribadiscono essi stessi nell’introduzione, i due studiosi si sono messi da “giovani esploratori” sulla strada aperta da altri – Karl Giehlow e Aby Warburg –...

Due mostre / Magritte Berger, storia di un nome

Dal nove ottobre è in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano “Inside Magritte”, un percorso espositivo multimediale, curato dalla storica dell’arte belga Julie Waseige, di centosessanta immagini di opere di René Magritte (1898-1967), dagli esordi fino agli ultimi capolavori. L’undici ottobre, il Palazzo Blu di Pisa, ha inaugurato la mostra “da Magritte a Duchamp.1929: il Grande Surrealismo dal Centre Pompidou”, curata da Didier Ottinger, che ospita circa centocinquanta opere – dipinti, sculture, disegni, collage, installazioni e fotografie – dei maggiori esponenti dell’avanguardia surrealista, tra cui: René Magritte, Salvador Dalí, Marcel Duchamp, Max Ernst, Giorgio De Chirico, Alberto Giacometti, Man Ray, Joan Miró, Yves Tanguy, Pablo Picasso.  La presenza di Magritte sia a Milano che a Pisa, mi ha fatto ripensare alla vita del pittore belga e all’esortazione «Vieni a fare un giro!», che il quindicenne René rivolse alla dodicenne Georgette Berger, figlia del macellaio di Charleroi. In questa città, dove dal 1913 andò a vivere la famiglia Magritte, si svolgeva una fiera che ospitava una giostra. Il primo gesto che avvicinò René alla sua futura moglie Georgette fu l’invito a...

5 giugno 1927 - 5 giugno 2017 / Emilio Tadini, Picasso. L’immortale da vivo

La generazione degli anni difficili è il titolo di un volume del 1962 in cui Ettore Albertoni, Ezio Antonini e Renato Palmieri raccolgono i testi di un’inchiesta condotta tra il 1959 e il 1960 per la rivista «Il Paradosso». L’inchiesta era mossa dalla necessità di comprendere le scelte e le posizioni di fronte alla Storia da parte di «coloro che l’ultima guerra sorprese […] nell’età dei primi ripensamenti e delle maturazioni giovanili», e che alla fine degli anni Cinquanta si presentavano, volenti o nolenti, come «la spina dorsale della nazione». È la cosiddetta “generazione di mezzo” di cui fanno parte Italo Calvino, Oreste del Buono, Rossana Rossanda, Franco Fortini o Fulvio Papi: intellettuali nati negli anni Venti, che alla chiamata della Storia hanno risposto non con il ragionamento e la volontà di una scelta politica matura, ma sulla spinta degli “astratti furori” di gioventù. E alla fine della guerra si ritrovano troppo grandi per demandare ai fratelli maggiori le responsabilità della ricostruzione, ma anche troppo giovani per incaricarsi senza tentennamenti di tracciare la rotta per le generazioni a venire. Sono intellettuali che vivono con profonda sofferenza l’urgenza di...

Dialogo della pittura

  Fin dai tempi dei tempi (tempi di Altamira, tempi di Lascaux) ho visitato con affetto, curiosità e tremore gli studi dei pittori - ogni volta sentendomi invitato in luoghi in qualche modo misteriosi, o addirittura sacri. Quelle soglie, ogni volta che le oltrepassavo, le sentivo temenoi, tagli, fra un fuori normale e un dentro altro, denso e segnato, templare: varco iniziatico (se entri io t’inizio ai miei segni e colori, te li rivelo e ti faccio partecipe) oltre cui avrei trovato colori, odori, disegni, cavalletti, tele, immagini nuove e vecchie, officina, laboratorio, cappella votiva, luogo di meditazione, di artigianato e ispirazione. Andavo da Claudio Olivieri verso il Ticino, a ovest di Milano, fra campi di erbe, in una casa isolata, sderenata, antica, contadina - e lo trovavo (era sempre solo) con le tele intelaiate intorno, quinte, verticali - alcune bianche, alcune con qualche segno e colore, alcune finite. Parlavamo, io cercavo di decifrare, il difficile lavorio del narrare la pittura - e discutere e discutere, il dialogo del poeta e del pittore. Il pittore che aspetta le parole del poeta forse per capire cosa sta facendo. Ma cosa fa il pittore...

Renato Guttuso, Palermo, 1973

Di Renato Guttuso, a Bagheria, la cittadina in cui entrambi siamo nati, ho sempre sentito parlare con affetto e orgoglio: era i ragazzo del paese che aveva fatto strada. Da giovane, dicevano soprattutto le donne, era bellissimo. Qualche volta gli oppositori politici ironizzavano sul comunista che abitava a Palazzo del Grillo a Roma. La sua casa di Bagheria era contigua a quella dei miei nonni materni, che avevano ben conosciuto la famiglia. Veniva ricordato con ammirazione il padre di Renato, l’agrimensore Giacinto, per la sua grande eleganza. Pare che vestisse spesso di bianco e non dimenticasse mai il bastone da passeggio. Eppure, pioggia o fango che ci fosse per le strade, rientrava sempre immacolato. La madre, rimasta vedova e sola mentre Renato cercava fortuna lontano, aveva vissuto gli ultimi anni in dura miseria. La mostra antologica che si tenne al paese nel 1962 fu un grande avvenimento popolare. Fu proprio in quella occasione che lo incontrai per la prima volta.   Ma un poco amici diventammo almeno dieci anni dopo, grazie a Sciascia. È forse l’uomo più seducente che abbia mai conosciuto. Il colore della sua voce, i racconti, l...