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Una conversazione con Filippo Ceccarelli / "Questi qua" al potere

Il mostro, come lo chiama, l’autore è un tomo di 958 pagine dove si racconta la storia della politica italiana e dei partiti cominciando dai grandi dominatori della prima repubblica, i democristiani, sino ad arrivare a “questi qua”, ovvero gli attuali governanti gialloverdi. S’intitola Invano per indicare che è tutto vano, inutile, che il potere è vanità delle vanità, come dice l’Ecclesiaste. Filippo Ceccarelli, romano, firma di “La Repubblica”, è l’archivista e il commentatore curioso e onnivoro di un cinquantennio della nostra vita nazionale. Dopo i democristiani, dalle origini ad Aldo Moro, ci sono Craxi e i rampanti, la caduta e il marasma di Segni e Di Pietro, quindi i barbari della Lega con Bossi, e i comunisti, da Berlinguer a D’Alema e Veltroni, i fascisti, il lungo ventennio berlusconiano, infine l’Ulivo che prende fuoco, ed eccoci qui, ai giorni nostri.   Filippo Ceccarelli: Comincio dalla metà degli anni Sessanta, quando ho iniziato a occuparmi di politica, ma c’è anche il prima. Quando incontravo i grandi, Nenni e Moro, necessariamente mi documentavo; sentivi in loro il peso dell’esperienza e l’importanza che avevano avuto.   Marco Belpoliti: Tutto questo...

La conoscenza e i suoi nemici / Competenti, incompetenti, esperti, dilettanti

È recente la notizia di un esponente governativo del movimento Cinque stelle che ha proposto di rivedere i programmi televisivi dedicati alla scienza: darebbero poco conto dell’attività di punta dei laboratori di ricerca, di fatto rinnegando il principio del sapere open access. C’è chi ha plaudito dinnanzi a cotanta alzata d’ingegno e chi, viceversa, ha ricordato il famigerato Minculpop fascista. Di fatto, si tratta di una proposta che mostra di non aver grande contezza né di come funziona la scienza né, meno che mai, di come funziona la televisione. Come se la famiglia Angela passasse il suo tempo a sfogliare “Science” o “Nature”, selezionando accigliatamente le scoperte più sexy da mandare in onda. Insomma: uno slogan come un altro, buttato lì nel pourparler pseudo-politico quotidiano e presto, si spera, dimenticato. La cosa torna però alla mente leggendo La conoscenza e i suoi nemici di Tom Nichols (Luiss University Press, pp.  246, € 20), un accorato libro sulla ‘fine della competenza’ (sarebbe il titolo originale) nella società contemporanea – americana, nel caso raccontato dall’autore, ma facilmente esportabile nella nostra, amaramente simile. A prima vista sembrerebbe...

L’ascesa dell’economia intangibile / Quando il capitalismo è senza capitali

La ricchezza non è più prodotta solo dalle fabbriche, dagli oleodotti o nei megastore che vendono Tv di cinquanta pollici. La ricchezza è prodotta dalla nostra connessione alle piattaforme come Facebook. Un caso esemplare del capitalismo senza capitali tangibili dove la forza lavoro è valorizzata senza essere ricompensata con un centesimo. Capitalismo senza capitale. L’ascesa dell’economia intangibile, di Jonathan Haskel e Stian Westlake (Franco Angeli): inchiesta sulla trasformazione del capitalismo globale.   La ricchezza non è più prodotta solo dalle fabbriche, dagli oleodotti o nei megastore che vendono Tv di cinquanta pollici. La ricchezza è prodotta da chi è interconnesso a una piattaforma – digitale e materiale, immateriale e logistica (i due aspetti sono inseparabili). Sempre, 24 ore su 24, sette giorni su sette, produciamo un valore. Siamo all’oscuro di quanto valore produciamo perché la nostra forza lavoro è occultata e la sua assenza è stata colmata ricorrendo alla finzione di un capitale che produce anche il suo antagonista: la forza lavoro. E, sicuramente, chi ne beneficia, non ce lo dirà mai e estrarrà gratuitamente questo valore per moltiplicarlo per cento o...

La colpa è degli altri / Contro la gente perbene

Un’inquietante cardine della retorica delle nuove destre è che il voto sovversivo, che scatena odi razziali e si nutre di ostilità e frontiere, sia fatto da gente per bene. Sia Nigel Farage che Matteo Salvini hanno ripetuto parole molto simili: a victory for real people, a victory for ordinary people, a victory for decent people (una vittoria di gente reale, ordinaria, di gente per bene. Nigel Farage, discorso subito dopo il Brexit), oppure La gente per bene vive dappertutto (Salvini sul suo profilo Facebook). Gente per bene è qui caratterizzato dalla paura di tutto: dall’immigrazione alla criminalità, dall’identità sessuale alla sessualità più in generale, una crisi pressoché totale e continua dovuta quasi interamente a politici corrotti del passato. L’inquietudine di fronte a cambiamenti percepiti come troppo rapidi o mal gestiti si trasforma in un malumore diffuso e qualunquista. Inutile cercare di razionalizzare e spiegare che i cambiamenti sono sempre in corso, e la realtà non è gestita o gestibile, poco conta anche osservare quanto possano rubare nel frattempo i politici attuali. Una volta scatenata la furia, la gente per bene non si ferma più. Questo è il...

Il web ci insegna a conviverci? / La morte si fa social

Diversi autori, a cominciare da Norbert Elias e Philippe Ariès, hanno sostenuto che prima che emergesse la nozione di individuo, e cioè all’incirca fino all’Alto Medioevo, la morte non era vissuta come un evento così drammatico come oggi. Non a caso fino al XV secolo esisteva ancora la Danza della Morte, grande festa egualitaria e collettiva in cui re, aristocratici, vescovi, borghesi e plebei erano uguali davanti alla morte. È infatti nel secolo successivo che questa dimensione festosa e gioiosa della morte si è ridimensionata sino a scomparire. Ciò è accaduto, come ha affermato Jean Baudrillard nel volume Lo scambio simbolico e la morte, «con la Controriforma e i giochi funebri e ossessivi del Barocco, ma soprattutto con il protestantesimo che, individualizzando le coscienze davanti a Dio, disinvestendo il cerimoniale collettivo, accelera il processo d’angoscia individuale della morte. È da esso inoltre che sorgerà l’immensa impresa moderna di scongiuro della morte: l’etica dell’accumulazione e della produzione materiale, la santificazione mediante l’investimento, il lavoro e il profitto che si chiama comunemente lo “spirito del capitalismo” (Max Weber)» (p. 160).   ...

Evoluzione mediale e comportamenti sociali / Il regno dell'uroboro

Viviamo online in modo paradossale. Non è mai esista una tale abbondanza di informazioni a rendere più trasparente il mondo, eppure molti dei processi algoritmici che governano Internet e i social media sono tutt’altro che trasparenti e rendono oscuro come diventi visibile ciò che vediamo. Online possiamo esercitare gradi elevati di controllo sul nostro racconto quotidiano, scegliendo le immagini e le parole con cui presentarci e decidendo con chi condividerli ed entrare in relazione; ma questi stessi contenuti diventano uno strumento di controllo nei nostri confronti da parte degli Stati (la lezione di Snowden è sempre attuale) e delle piattaforme che li trasformano in dati da mettere in relazione a fini di sorveglianza e predittivi.   Al centro di questo scenario c’è l’ambivalenza con cui viviamo la privacy, contenti che le nostre vite sbuchino da Facebook, Twitter e Instagram diventando visibili e condivise così da ottenere commenti e like e pronti a risentirci quando qualche imbarazzo privato inaspettatamente viene alla luce. E anche su questo versante la nostra società vive un paradosso: di privacy “non ne abbiamo mai avuto così poca come da quado esistono norme, garanti...

Il nuovismo come ideologia, il presentismo come prassi / Il tempo del populismo

Azzardi e vie di fuga   In un recente intervento su La Repubblica Walter Veltroni ha richiamato la categoria del “presentismo” come decisiva nella comprensione dell’attuale rapporto fra politica e populismo. Veltroni rilancia così una categoria chiave di approfondite analisi politologiche come quelle di Diamanti e Lazar nel libro Popolocrazia (Laterza, 2018). Tuttavia, tanto nella presa di posizione politica quanto nell’analisi politologica, c’è un limite che va colto e approfondito perché rischia di generare confusione: si dice infatti che il populismo è presentista pur sapendo che esso è contro il presente. La cosa è evidente, tanto più nel momento di emersione del populismo, quando esso si oppone al “vecchio” come ciò che domina l’esistente. Ed è trasversale, dato che questo spirito è ciò che ha alimentato tanto i successi di Trump, della Lega, dell’UKIP o del Front National, quanto quelli del Movimento 5 Stelle o del renzismo fra rottamazione e Partito della Nazione, e ancora quelli di Podemos, Syriza o di Lopez Obrador in Messico. Non è dunque il presentismo il tempo fondamentale della politica odierna benché, come vedremo, ne sia un ingrediente decisivo.   La...

Strano, inquietante vivere / Mark Fisher postumo: uno sguardo senza futuro

Mark Fisher si è suicidato il 17 gennaio 2017: la sua scelta di non vivere pertiene ovviamente alla sua sfera intima e privata, ma negli scritti onesti e sinceri, febbrili e lucidissimi di questo critico culturale britannico torna spesso il tema della sua sindrome maniaco-depressiva, e il suo lucido e implacabile pessimismo sul nostro tempo era privo di prospettiva e speranza anche in due suoi lavori ora disponibili in traduzione italiana: Realismo capitalista (Non c’è nessuna alternativa? Il sottotitolo originale) uscì nel 2009 ed è stato tradotto per le edizioni Nero da Valerio Mattioli, che firma anche la prefazione; The Weird and the eerie: lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, è di fatto l’ultima pubblicazione di Fisher in vita, ed è appena uscito da minimum fax con la postfazione di Gianluca Didino e l’ottima traduzione di Vincenzo Perna, protagonista dei cultural studies italiani, che regala molte note del traduttore che permettono una completa contestualizzazione del testo di Fisher.   Prefatori e postfatori italiani testimoniano in modo non rituale quanto il brillante docente del Department of Visual Cultures alla Goldsmiths University di Londra fosse...

Il fascino delle cospirazioni / Fake Events

«Come il “mondo vero” finì per diventare favola»  F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli   Nell’aprile del 1953 il cadavere di una romana di 21 anni, Wilma Montesi, fu trovato sulla spiaggia di Torvaianica, vicino a Ostia. Wilma era di modeste condizioni economiche, in procinto di sposarsi con un agente di polizia, e all’autopsia risultò vergine. La polizia concluse a una morte accidentale per annegamento. Ben presto però giornalisti di varie testate cominciarono a tessere una serie di insinuazioni e ipotesi, per cui l’inchiesta fu riaperta. Si accusò la polizia di aver voluto coprire la responsabilità di alcune persone altolocate con una villa a Capocotta (parte di Torvaianica), in particolare del musicista Piero Piccioni. Si mormorava, non solo attraverso i media, di festini e orge nelle quali Wilma sarebbe stata coinvolta (ma non era vergine?).    Si dà il caso che Piccioni fosse figlio dell’allora vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni, molto vicino ad Alcide De Gasperi, primo ministro. Ribaltando la dannazione biblica – in questo caso, i peccati dei figli ricadono sui padri – Piccioni padre dovette dimettersi e vide finita la propria carriera politica...

Sfida o no? / Salvini, o della provocazione

In una comunicazione malata di attenzione a vincere è la provocazione. Il campione mondiale di questa strategia, ne abbiamo avuto diverse prove, è ovviamente il presidente americano Donald Trump, capace, con i suoi tweet incendiari contro (e con) Kim Jong-un, di rischiare un’escalation atomica pur di mantenere (o sviare) il centro dell’attenzione. Un altro campione è certamente Matteo Salvini, arrivato a provocare i giudici impegnati sul caso della nave Diciotti chiedendo che se la prendessero con lui. Posto poi, una volta iscritto nel registro degli indagati, gridare alla vergognosa persecuzione nei suoi confronti. Parlando del Ministro degli interni italiano più che davanti alla trumpiana arma di distrazione di massa pare di trovarsi davanti alla provocatio nella sua più schietta radice latina: ovvero, come ci informa la Treccani, un “invito alla lotta, sfida al combattimento o a un duello” (ma anche, lo si noti perché tornerà utile, “appello a un giudice superiore”). C’è tuttavia un particolare decisivo che ci instrada a distinguere sfida e provocazione e cogliere così il senso dell’agire salviniano. La sfida si rivolge all’altro e mette in gioco l’onore tanto di chi la subisce...

(Parlarne ancora per non ciarlarne più) / Il senso di Salvini per il selfie

Il giornalista del “Giornale di Brescia” Emanuele Galesi ha raccontato – molto bene e con un equilibro e un garbo che oggi fanno eccezione – le derive del significato generate dalla “foto del selfie di Salvini”: una foto Ansa, opera di Simone Arveda, scattata al funerale (18 agosto) delle vittime del crollo del ponte Morandi a Genova (14 agosto). L’articolo, più precisamente, racconta come il post sulla bacheca Facebook di Galesi (18 agosto, ore 15:15) che riprendeva questa foto, aggiungendo la didascalia “Funerale / Selfie”, sia diventato virale. E quali siano state le conseguenze di questa viralità vissuta in prima persona. Condiviso migliaia di volte (adesso che sono le 02:26 del 20 agosto, le condivisioni sono 1932) e ripreso da più parti, il post ha fatto notizia sulle principali testate online. L’articolo racconta questo e ne fa la chiosa con le “Sette cose che ho imparato da una foto virale su Facebook” del titolo, che sono, in nuce, un’analisi sociosemiotica di tutta la faccenda.    Ricostruire la viralità   Il testo di Galesi mi ha interessato subito perché si tratta del racconto quasi-in-presa-diretta di un fenomeno virale: della sua origine, della sua...

Di scuola, ignoranza e violenza tra realtà e rappresentazione

Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di scuola con particolare enfasi su alcuni episodi di aggressione e violenza nei confronti di docenti, all'interno di un più generale discorso sul bullismo e sul degrado dell'educazione e dell'istruzione. Come spesso succede quando si parla di scuola, il dibattito ha assunto toni perentori e caratterizzati da petizioni di principio a mio avviso stereotipate, semplificate e ideologiche. Concordo con LeonardoTondelli e con Jacopo Rosatelli sull'idea che non esista una “guerra tra studenti e insegnanti” e che i problemi e le risposte possibili siano di altro ordine. L'attenzione per questa “emergenza” rientra in una concezione dell'educazione, ampiamente diffusa dai media, dai tratti apertamente o implicitamente nostalgici e conservatori che formula un giudizio senza appello sul degrado e sull'incultura diffusi tra le giovani generazioni. Questo giudizio, con importanti distinzioni e intenzioni costruttive, si ritrova in parte anche nei recenti interventi apparsi su «Doppiozero», all'interno di un'analisi che accetta l'idea di fondo secondo cui la scuola attuale, sulla base di una cultura ugualitaria e garantista promossa principalmente...

Salvini, Di Maio, Mattarella / Sono davvero arrabbiato

Che l’atmosfera politica fosse un po’ tesa ce ne eravamo accorti da settimane: ce n’è di che, non ci voleva molto a capirlo. Le cronache del patatrac annunciato, e che ieri sembra essersi consumato, lo hanno insinuato, detto, ribadito spesso: nervosismo nell’aria, tensioni palpabili, animi esacerbati e altri consimili eufemismi. Ma poi la collera – provata, detta, esibita – ha preso il sopravvento. Aveva cominciato Matteo Salvini, in un post su Facebook venerdì scorso alle 20 e 41, con un’affermazione tanto lapidaria quanto inquietante: “Sono davvero arrabbiato”, dove più che l’“arrabbiato”, termine in sé poco elegante, colpisce il “davvero”, foriero di chissà quale reazione prossima futura.     Ha raddoppiato Luigi Di Maio in un video diffuso subito dopo le decisioni del Presidente della Repubblica di non accettare la lista dei ministri proposta da Giuseppe Conte: “io sono arrabbiato [perché] dopo tanto tempo dedicato alla formazione di questo governo…”, usando un tono a dir poco concitato, se non indispettito e vibrante. Sentimento ribadito poco dopo, ma virando al plurale, nel collegamento telefonico a “Che tempo che fa?” con Fabio Fazio: “vorrei dire quanto siamo...

Da Luigi XIV a Facebook / Breve storia della censura

In pochi anni la comunicazione, con l'avvento del digitale, è passata dall'era della scarsità a quella dell'abbondanza. Dalla nascita della tv, nel 1954, fino al 1961 in Italia l'etere era monopolizzato da una sola rete televisiva, il “Nazionale”, mentre oggi abbiamo centinaia di canali a portata di telecomando. Nel 2001 i siti web registrati in Italia erano circa 100.000, cinque anni dopo erano già diversi milioni. All'inizio del 2017, in ogni minuto il motore di ricerca Google riceveva 3,8 milioni di richieste, Facebook circa 3,3 milioni di post e 1,8 milioni di Like, nascevano 571 nuovi siti e 70 nuovi domini, su youtube venivano caricate 500 ore di video, su twitter si cinguettava 488.000 volte.  Questa alluvione incontrollata e incontrollabile di contenuti sembra rendere velleitario qualunque tentativo di controllo o censura, come svuotare l'oceano con una tazzina da caffè. Basta invece leggere con attenzione le brevi di politica internazionale per verificare che la censura è ancora pratica corrente in tutto il globo. In genere sembrano le ripicche goffe e inefficaci di un piccolo satrapo che non ha capito come funziona il mondo. In realtà, come tutte le forme di censura...

Pratiche e strategie del motore di ricerca / Google è ovunque

Google è ovunque, Google è qualsiasi cosa. Google è, lo sappiamo tutti, un universo. Agisce su scala planetaria e su tutti gli ambiti della conoscenza umana, esplorandone ogni anfratto. Così facendo, ovvero esplorando e mappando, Google finisce per generare un doppio del mondo, talmente ampio e profondo, che appare quasi impossibile riuscire a tenergli testa. Ed è proprio questo quasi lo spazio della sfida semiotica che il team di analisti chiamato a raccolta dal recente Nella rete di Google. Pratiche, strategie e dispositivi del motore di ricerca che ha cambiato la nostra vita (a cura di Isabella Pezzini e Vincenza del Marco, Franco Angeli) lancia al gigante informatico: decostruirne la retorica, mostrare le procedure di costruzione del suo discorso, metterle alla prova di alcune obiezioni semiotiche, spiegare il significato delle sue tante interfacce, il ruolo ovvio e quindi di regola ignorato che esse svolgono nelle nostre vite è l'obiettivo esplicito del libro.    Si comincia con la sua stessa identità aziendale (Pezzini). Prendendo in esame l'epopea mille volte raccontata da libri e magazine più o meno embedded dei due fondatori, Larry Page e Sergey Brin, emergono...

La mutazione epocale della nostra soggettività / La persona è online

Ogni volta mi chiedo: ma cosa fanno? Stanno rispondendo a un messaggio, a una richiesta di incontro, stanno controllando l’email, le previsioni del tempo, prenotano il cinema, guardano foto, caricano un video, stanno dando la caccia a un Pokemon, stanno lavorando… Lo schermo è sempre tra noi, perfetti sconosciuti che comunicano con i loro dispositivi, a loro affidano gusti e interessi, vizi e virtù. Abituati a essere sempre connessi alla rete delle reti, sviluppiamo e troviamo nuove forme di adattamento, modalità originali di muoverci nel mondo reale e in quello virtuale. Mentre la cronaca propone ogni giorno episodi che interrogano, chiedono di riformulare, anche giuridicamente, il confine tra pubblico e privato, pongono quesiti etici legati alle potenzialità esponenziali del mezzo.    Quali sono gli effetti sul comportamento umano di questa nuova galassia? La nuova edizione italiana (a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi) di La psicologia di Internet (Raffaello Cortina Editore, 2017) cerca di fare il punto sulla mutazione epocale della nostra soggettività. L’autrice, Patricia Wallace, che si occupa di psicologia delle relazioni e dell’apprendimento e ha insegnato...

Alessandro D'Alatri, “The startup” / Meritocrazia come eugenetica

Nel film di David Fincher The Social Network (2010), Zuckerberg viene raffigurato nel finale come un uomo solo in cima a un lussuoso cumulo di rovine affettive, come il protagonista di Quarto potere (Orson Welles, 1941) intento a rimpiangere, in punto di morte, la sua “Rosabella”. In The Startup di Alessandro D’Alatri, che racconta la storia (vera) dello “Zuckerberg italiano” Matteo Achilli, il finale è invece riconciliatorio, secondo il canone nazionale. Achilli (interpretato nel film da Andrea Arcangeli), romano del Corviale e maturando al liceo scientifico, aspira a vincere i campionati italiani di nuoto, ma al suo posto viene selezionato il figlio dello sponsor della squadra, proprio nei giorni in cui il padre cinquantenne viene licenziato per una ristrutturazione del personale.   Il “vero” Matteo Achilli (a sinistra) con l'attore Andrea Arcangeli.   Sembrano gli ingredienti per una presa di coscienza dei meccanismi sociali ed economici di produzione della disuguaglianza. Invece per Matteo è l’occasione per maturare un aspro ressentiment individualistico: asseconda i genitori sulla scelta della Bocconi e congegna un rivoluzionario social network come antidoto...

Il cane come modo per parlare di noi stessi / Social dog

Il volpino Boo ha tutto per essere irresistibile: è piccolo, con la testa tonda, il nasino, due occhietti espressivi, la coda vaporosa. Quando gioca, estrae ritmicamente la lingua dalla bocca, con delicatezza ma continuamente, come un bambino che cerca di compiere uno sforzo superiore alle sue capacità. Dimostra intelligenza e segue con attenzione quanto gli viene proposto, ma quando si abbandona sul pavimento, forse per stanchezza, trasmette un senso di resa. Marnie è una shih tzu anziana, sguardo perso, fare dinoccolato. Camminando inclina la testa di lato e non riesce a trattenere la lingua che penzola fuori dalla bocca. Sembra che ami assumere posture stravaganti, il pelo arricciato confusamente lascia intendere un certo disinteresse nei confronti dell’etichetta, ma esprime pure quel lieve dispregio delle norme sociali proprio delle artiste anziane o di chi ha percorso a lungo il mondo. Loki è un gigantesco cane lupo di tre anni, maestoso, ieratico, dallo sguardo penetrante. A differenza del lupo, di cui è una versione migliorata, meno patibolare e più grandiosamente borghese, non può fare a meno della compagnia dell’uomo. In una delle foto che lo ritraggono insieme a Kelly,...

L’influenza della reputazione inizia dalla nascita / Black Mirror non parla del futuro

Una settimana fa ho ricevuto una notifica sul cellulare mentre stavo correndo. Netflix mi annunciava che era disponibile la (tanto attesa) terza stagione di Black Mirror, la serie inglese scritta da Charlie Brooker, per la prima volta prodotta da Netflix.   Alcuni giorni dopo, è uscito su Rivista Studio, un articolo che stroncava la nuova serie, affermando che le distopie immaginate nei nuovi episodi erano troppo banali e, soprattutto, secondo l’autore, “A dirla tutta, non sembrano esserci veri segni tangibili, né tantomeno avvisaglie, di imminenti distopie”. Come a dire, le distopie di Black Mirror non vanno prese sul serio, sono troppo radicali, non si avvereranno mai, i social media non ci rinchiuderanno in una prigione di vetro come racconta la serie.   Per sostenere questo argomento, l’autore porta l’esempio di un’applicazione, Peeple, che assomiglia a quella protagonista del primo episodio della nuova serie, in cui “una ragazza vive in un futuro non molto lontano in cui le persone vengono valutate – e ottengono rilevanza ed eleggibilità sociale – in base ai voti degli altri utenti di un sinistro social network che ha penetrato ogni piega della vita quotidiana...

Un libro su architetture e abitare / Luca Molinari. Le case che siamo

“Abito da sempre (con involontarie interruzioni) nella casa in cui sono nato”. Così inizia un articolo pubblicato in una rivista di architettura nei primi anni Ottanta da Primo Levi in La mia casa e racconta com’è fatta la sua abitazione torinese, stanza dopo stanza. Lo scrittore si paragona a una patella che, dopo aver nuotato liberamente allo stato larvale, si fissa a uno scoglio e secerne il guscio, e non si muove più da lì nel corso della sua vita. Al contrario Jean Genet, il commediografo e scrittore francese, ha abitato gran parte della sua esistenza in stanze d’albergo, dove è anche morto nell’aprile del 1986; vita raminga di un “senza radici”, che ha come propria abitazione solo la parola e la scrittura. Due atteggiamenti opposti, e forse anche complementari, che corrispondono a due delle varie immagini di casa che lo studioso di architettura, docente universitario, saggista e critico, Luca Molinari racconta nel suo Le case che siamo (Nottetempo, pp. 94, € 10). La casa come identità stanziale e la casa “senza radici”.   La prima è l’abitazione come habitus, quale è stata concepita negli ultimi due secoli, fondata sulla solidità e l’utilità, casa di mattoni, come...

Eva Giovannini “Europa anno zero” / Nazionalismi emergenti e odio

Nelle pagine del recente libro Europa anno zero la giornalista Eva Giovannini descrive, con grande cura, il suo peregrinare per le strade d’Europa alla ricerca dei focolai dei nuovi nazionalismi, in molti Paesi già fenomeni di grande consenso e non più ipotesi minoritarie. Dalla Francia all’Ungheria, dalla Germania all’Italia, dal Regno Unito alla Grecia l’autrice ricostruisce e illustra una rete assai articolata di contatti che sembra avvolgere, ormai, tutti gli Stati del Vecchio Continente. Districandosi tra episodi di estremismo gretto, manifestazioni più o meno improvvisate, clamorosi e imprevisti successi elettorali, luoghi comuni e temi condivisi al di là dei confini nazionali, tentativi ben riusciti di “fare rete” e ricerca costante di consenso, l’autrice testimonia questa vera e propria “scarica elettrica” che sta attraversando l’Europa, che solleva non pochi timori negli analisti politici e che la giornalista ha ricostruito, come avrebbe scritto Egisto Corradi, consumandosi le suole delle scarpe: visitando luoghi, soprattutto, e parlando con persone.   Il lato digitale è, nel libro, volutamente meno trattato, tranne qualche riferimento a Facebook quale strumento...

L’Uomo Qualunque e la Ragazza della Porta Accanto / Populismi per il XXI secolo (I parte)

L’Uomo Qualunque e la Ragazza della Porta Accanto   Frontespizio dell’edizione di Everyman pubblicata da John Skot (c. 1530).    Parlare di populismo e qualunquismo per interpretare la scena politica europea contemporanea può apparire semplicistico, o addirittura fuorviante. Spesso queste categorie vengono utilizzate per liquidare gli avversari e sono prive di valore aggiunto interpretativo. Può essere invece utile risalire la storia di quello che è stato definito “l’uomo qualunque”, “l’uomo della strada”, “l’uomo comune”, “la ragazza della porta accanto”, “la gente”, figure spesso invocate per indicare a un vasto pubblico la realtà di cui si parla. O meglio, per dare un effetto di verità alle proprie argomentazioni, magari per sancire o auspicare la nascita dell’uomo nuovo (o della nuova donna).   Jedermann (1930). Archivio del Salzburger Festspiele.    Bene ha fatto Anna Schober de Graaf a usare questa figura per interrogare il presente, partendo dalle arti per arrivare alla politica e alla filosofia, nell’incontro sul tema “Addressing each and every one: Popularisation/populism through the visual arts” (Rivolgersi a ognuno e a tutti:...

L’istante eterno dei nuovi media / Tempo

Il tempo dei media elettronici presenta una natura estremamente differente da quello della scrittura e della stampa, che era lineare, strutturato e fortemente connesso con i ritmi tipici dell’era industriale e moderna. Si caratterizza infatti per il suo deciso orientamento verso l’istantaneità. I mezzi di comunicazione contemporanei chiedono cioè in continuazione agli individui di essere connessi in cambio della possibilità di condividere un’esperienza che si sta svolgendo nello stesso momento in cui il medium sta comunicando. Ed essere sempre connessi implica che il tempo tenda a disgregarsi. Che cioè non abbia più una vera e propria struttura, ma diventi fluido e malleabile. Anche perché essere sempre connessi implica l’esposizione degli individui a una enorme quantità di stimoli che spingono inevitabilmente verso una intensa moltiplicazione e liberalizzazione dei punti di riferimento impiegati. Ne risulta che il tempo dei media elettronici in apparenza potrebbe sembrare lineare, ma in realtà è frammentato, composto cioè di un gran numero di istanti intensi separati da degli intervalli. Si tratta dunque di un insieme di punti, quel tempo tipico della contemporaneità che il...

L'immagine viva della fotografia digitale / Dal dagherrotipo ai selfie

Secondo Vilém Flusser, l’arrivo dell’immagine fotografica ha rappresentato per la cultura occidentale un’innovazione radicale. Un’innovazione che può addirittura essere paragonata a quella che è stata introdotta in precedenza dalla scrittura umana. Il linguaggio verbale ha imposto infatti agli individui di riflettere su tutto quello che dicevano e li ha aiutati di conseguenza a prendere coscienza di sé. Pertanto, è grazie principalmente a tale linguaggio che le civiltà umane hanno potuto maturare e sviluppare una propria autocoscienza. La fotografia dunque ha determinato uno choc culturale che può essere avvicinato a quello che era stato creato in precedenza dalla comparsa del linguaggio scritto. Si è presentata nel 1839 nella forma di un procedimento fotografico ancora rudimentale come il dagherrotipo, ma già quattro anni prima William Henry Fox Talbot aveva creato il primo negativo, grazie al quale è stato possibile stampare in seguito l’immagine su carta. La fotografia ha assunto così la capacità di riprodursi nella quantità desiderata a partire da un’unica matrice di base. È diventata cioè un oggetto che, esattamente come i beni industriali, poteva essere prodotto in...