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terrorismo

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La potenza della polaroid

Inquadra, mette a fuoco, scatta, inchioda il soggetto a un’immobilità che durerà per sempre: forse non è un caso che la macchina fotografica, avendo alcune analogie con le armi da fuoco, scandisca, istantanea dopo istantanea, momenti cruciali della stagione del terrorismo. In questo immaginario album, il primo scatto è quello che fissa, il 26 marzo 1971, la sequenza in cui a Genova il portavalori Alessandro Floris viene ucciso da due terroristi del gruppo “XXII ottobre” durante una rapina di auto-finanziamento. Un fotografo coglie i due, in moto, che fuggono sparando contro la vittima a terra.   È proprio da quella immagine che prende l’avvio il fulminante e denso libro di Marco Belpoliti, Da quella prigione. Moro, Warhol e le Brigate Rosse, pp. 75, Euro 8,90, appena pubblicato da Guanda. Nel processo contro la banda “XXII ottobre” a sostenere l’accusa è il pubblico ministero genovese Mario Sossi: nell’aprile del 1974 viene sequestrato da un commando brigatista. La sua foto, scattata mentre è prigioniero, viene diffusa insieme al comunicato con cui le BR chiedono, in...

Fatti / interpretazioni

Da alcuni giorni circolano immagini agghiaccianti di immigrati tunisini rimpatriati a forza con cerotti sulla bocca.   Una questione filosofica   Il dibattito filosofico che sembra appassionare gli italiani – le pagine culturali di molti quotidiani ne sono state invase – ha radici antiche e nobili. Dopotutto è la riproposizione aggiornata al gusto del tempo della diatriba tra idealisti e realisti, tra i fautori della rappresentazione a cui si ridurrebbe la realtà e coloro che, in genere aiutandosi con un pugno sonoramente battuto sul tavolo, rivendicano l’autonomia e la differenza del reale dalla rappresentazione. O ancora, tra scettici che contestano la possibilità stessa di una verità obiettiva e dogmatici che invece la rivendicano per i propri enunciati. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, ma questo in filosofia non è un rilievo negativo perché il vanto dei filosofi è, da sempre, quello di girare attorno ad una sola domanda, quella che le altre discipline lascerebbero inevasa perché troppo “ovvia”: la domanda sul reale, appunto, e sulla sua consistenza (l’...

Francesca Melandri. Più alto del mare

Più alto del mare di Francesca Melandri (Rizzoli, pp. 238, euro 17) è un libro che richiede tempo per riflettere. Le sue parole sono tanti piccoli spazi che inghiottono i pensieri e lasciano il lettore sospeso tra le storie dei protagonisti e le vicende degli anni Settanta.   I due personaggi principali sono Paolo e Luisa, lui professore di filosofia con un figlio brigatista pluriomicida e lei contadina, con un marito assassino e cinque figli da sfamare. La storia del loro breve incontro inizia a bordo di un traghetto che li conduce sull’isola dove si trova il carcere di massima sicurezza in cui i familiari scontano la pena. A confronto ci sono la sfera pubblica, le vicende del terrorismo viste dallo sguardo obliquo e insolito di un padre che si addossa le colpe del figlio e la tragedia di una donna, vittima innocente di una violenza tutta privata. Il caos di una tempesta che impedisce di raggiungere la terraferma sarà l’occasione per mettere ordine nel caos del loro dolore.   Un dolore onnipresente che pretende una redenzione impossibile. Forse è per questo che la legge dantesca del contrappasso domina ogni elemento:...

Alberto Garlini. La legge dell’odio

La legge dell’odio (Einaudi, pp. 814, euro 22) è un’ombra che si allunga minacciosa su tutto il romanzo di Alberto Garlini, ne colma le pagine e le devasta sino a insinuarsi in ogni singola parola.   Il protagonista di questo libro è Stefano Guerra, “mezzo angelo, mezzo vipera”, un giovane che crede di trovare negli ideali del neofascismo il riscatto a tutto l’odio che porta dentro di sé. È l’ideologia della purezza della razza, dei miti nordici, della violenza come motore di qualsiasi avvenimento, dell’azione a tutti i costi e della “bella morte”, come dicono Stefano Guerra e i suoi compari.   Essi sono il braccio armato, i discendenti di un fascismo gretto e nostalgico, le cui radici affondano in una miseria morale prima che materiale, che Garlini ci mostra in tutta la sua inconsistenza e in certi suoi aspetti deliranti, che, pur nella drammaticità delle conseguenze, sfiorano spesso il ridicolo.   Poiché tutto in questo romanzo eccede: le pagine, la retorica, persino le ipotesi come la presenza di una bomba anarchica a Piazza Fontana. Lo stesso autore ne...

Il raid come iniziazione e contenimento

Il carbonaro Giuseppe Mazzini, intuendo ormai con chiarezza i limiti delle vecchie sette, stende nel 1831 la prima versione della Istruzione generale per gli affratellati nella Giovane Italia in cui si vanno organizzando una struttura centrale e delle congregazioni provinciali. Tenendo fede al proprio nome vengono ammessi nella associazione solo membri con meno di quarant’anni e la si definisce, secondo la nota filosofia mazziniana ma pure mostrando ancora la centralità della giovinezza, “non setta, o partito ma credenza e apostolato”. L’educazione e l’adesione giovanili sono le premesse per creare un corpo omogeneo di affiliati necessario per un’ulteriore diffusione delle idee e, giunti al dunque, per l’insurrezione a cui doveva fare seguito una guerra per bande che conducesse fino alla definitiva rivoluzione nazionale. Mazzini risale agli esempi dei Paesi Bassi contro Filippo II, degli Americani contro l’Inghilterra, dei Greci contro l’Impero Ottomano fino a Spagna, Germania, Russia contro Napoleone. In particolare si sofferma sul 2 maggio 1808 quando, a seguito di alcune fucilazioni francesi a Madrid, l’...

Settembre 2001: chiusura (o apertura) del cerchio

Il raid successivo alla seconda guerra mondiale – sia aereo, sporadico (certe azioni di Israele per esempio) o sistematico (la prima guerra del Golfo, il Kosovo), sia terrestre svolto da truppe d’élite in singole missioni o in apertura di conflitti più ampi (Enduring Freedom in Afghanistan), che da guerriglieri rivoluzionari vincenti (a Cuba), perdenti (in Europa) o difensivi (in Vietnam) – ripete modalità e protagonisti, ripropone contraddizioni già esaminate nei capitoli precedenti. Oggi la riflessione si appunta, per forza di cose, sulla novità sconvolgente apportata dal suicidio, che richiede la scelta se accoglierla quale modifica profonda del raid fin qui analizzato o se viceversa considerarla un tratto che la esclude automaticamente da esso.   Alle 7.59 dell’11 settembre 2001 un Boeing 767-223E con a bordo 81 passeggeri, 9 assistenti e 2 piloti lascia Boston in direzione Los Angeles. L’ultima comunicazione del Volo 11 risale alle 8.13, in seguito non risponde alle indicazioni del controllo di terra. Anche il transponder, che permette la localizzazione da terra attraverso altitudine e posizione,...

Il ribaltamento romantico: nascita del partigiano

Gli autori del raid, ne abbiamo portato abbondante testimonianza, cambiano volto come una stessa figurina dai cristalli mobili nel corso della storia e a seconda del punto di vista da cui li si osserva. Si è trattato volta a volta di popoli che cercano di difendere il proprio territorio da nemici più potenti e organizzati quali Atene o Roma, di generali ribelli come Sertorio o di truppe inserite invece all’interno degli eserciti occupanti (e delle flotte statali) per renderli più agili ed aggressivi, di modalità nomadiche poi allargate per ragioni storiche all’intera guerra medievale, di eroi trascelti per una sola missione rischiosissima che si coprono di gloria, oppure di semplici banditi e pirati avidi di preda. Carl Schmitt introduce una categoria specifica, quella del partigiano, di cui fa risalire la codificazione moderna alla guerriglia che il popolo spagnolo “preborghese, preindustriale, e preconvenzionale” condusse tra il 1808 e il 1813 contro “un esercito regolare, moderno, ben organizzato, uscito dalle esperienze della Rivoluzione francese”, cioè quello napoleonico. I similari episodi precedenti,...

I maestri della destra

“Ma come, davvero esistono ancora la destra e la sinistra? Non era stato tutto archiviato, passato in giudicato, chiuso e sepolto?”. La voce di Massimo Cacciari tradisce uno stupore genuino. Sembra passato un secolo da quando, ed era soltanto una decina d’anni fa, i suoi interventi ai convegni della “nuova destra” accendevano discussioni furibonde tra gli intellettuali di sinistra. Eppure è bastato che Garzanti riproponesse a quattordici anni di distanza un testo come Cultura di destra dello scomparso germanista Furio Jesi per suscitare una reazione furibonda tra gli esponenti italiani di quell’area un tempo definita appunto “nuova destra”. Si tratta di una bieca “operazione commerciale”, tuona dalle colonne dell’Italia settimanale Gianfranco de Turris, un tentativo dei “residui dell’intellighenzia marxista di mettere ancora alla sbarra gli antichi nemici” e di “far compiere alla cultura italiana un balzo indietro di tre lustri, ricreando un clima di caccia alle streghe”. Insomma, una vera e propria demonizzazione, attuata “nonostante crolli e controcrolli” e...

Religioni della morte. I volti della Cultura di destra in Furio Jesi

Dopo quasi venti anni dalla seconda edizione torna nelle librerie Cultura di destra di Furio Jesi, mitologo, critico letterario, germanista e allo stesso tempo molto più di questo. Uscito per la prima volta nel 1979, l’anno precedente alla tragica scomparsa dello studioso torinese, il libro è uno dei suoi testi più profondi, luminosi e incandescenti, prova di una scienza della cultura situata al crocevia tra storia delle idee, antropologia, semiotica e narratologia e, per le polemiche che porta con sé a ogni pubblicazione, cartina di tornasole del dibattito sulla cultura di destra in Italia. La nuova edizione di Nottetempo, curata da Andrea Cavalletti, regala ulteriori elementi del cantiere jesiano presentando alcuni inediti di grande interesse, su tutti lo splendido Il cattivo selvaggio, un breve saggio sulle logiche implicite del razzismo, più che mai attuale.   Ma il punto è questo: che cos’è ‘cultura di destra’? Alla domanda postagli da «L’espresso» nel 1979 Jesi rispondeva: «la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si pu...

Il corpo assente

Quello di Bin Laden più che un corpo è stato, in questo lungo decennio seguito all’attentato alle Torri gemelle, un volto: l’ovale del viso incorniciato dal turbante e dalla lunga barba nera e grigia. Così appariva nei filmati, nelle foto, nei siti web: un’icona osannata da molti, maledetta da tanti. Il volto prevaleva sul corpo anche nelle scarse testimonianze visive di repertorio, dove il capo di al-Qaeda appariva con tronco e gambe ricoperte dalla lunga tunica bianca. Un uomo senza corpo, in definitiva; una voce che proclamava le proprie invettive, che parlava in videomessaggi e negli interventi sonori trasmessi di tanto in tanto. Lontano da tutti, eppure onnipresente. A questa invisibilità i militari e i politici americani hanno replicato con l'inesistenza della sepoltura del corpo medesimo: crivellato di colpi, calato in mare dopo averlo lavato, asciugato e avvolto nel bianco lenzuolo, secondo il rituale islamico (così è stato riferito dalle fonti). Nella tradizione classica, e poi medievale, perpetuata sino a noi - si pensi a Piazzale Loreto - il corpo del tiranno deposto o cacciato veniva sottoposto a...