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Afghanistan

(16 risultati)

Intervista a Ettore Mo

  Ettore Mo, decano dei giornalisti italiani, da 50 anni al Corriere della Sera, prima all’ufficio di Londra poi a Milano nella sezione spettacoli. Dal 1978, inviato speciale. Ha raccontato storie da tutti i continenti, seguito guerre e avvenimenti internazionali e vinto più di 40 premi. Considerato da molti un maestro o un esempio da seguire e forse uno degli ultimi grandi inviati. Ma lui, nella sua freschezza e semplicità, si considera un cronista, fedele alla regola insegnatagli da Egisto Corradi: “Per raccontare una storia bisogna consumare la suola delle scarpe”. Inizia a interessarsi alla scrittura e ai libri dopo le scuole medie. Soprattutto a come scrivevano gli altri. Poi si iscrive all’università di Cà Foscari a Venezia e, durante le estati, gira l’Europa: Svezia, Francia, Spagna, Inghilterra. È proprio qui, a Londra, che alla fine degli anni ‘50 trova un posto come cameriere sulle navi da crociera che fanno il giro del mondo. Abbandona la facoltà di lingue a Venezia e fa tre giri del mondo sulla nave. Ogni giro durava sei mesi. Ma l’idea di scrivere e di diventare giornalista non l’abbandona. Cosicché prima del suo terzo lungo viaggio lascia alcuni suoi scritti...

Mattoni afgani

In un mondo in cui centri e periferie non sono più facilmente distinguibili, la relazione tra forze e processi di rilevanza planetaria e dinamiche locali si fa sempre più complessa. Se gli effetti esasperanti del neoliberismo in termini di instabilità dei mercati finanziari sono stati negli ultimi anni un fatto di cronaca, meno di frequente ci si sofferma sulle sovrapposizioni tra politiche globali neoliberali e forme locali di sfruttamento del lavoro e riduzione in schiavitù. Negli ultimi dieci anni, scavando per motivi di studio e ricerca sotto le macerie simboliche prodotte da interminabili guerre, mi sono spesso ritrovato a osservare “situazioni sociali” che non solo mi spingevano a mettere in seria discussione il processo di ricostruzione dell’Afghanistan iniziato nel 2001, ma gettavano ombre sullo stesso futuro della regione. I “mattoni afgani” rappresentano a buon titolo una di queste situazioni sociali.   Rirkrit Tiravanija, Untitled, 2015   Il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in Afghanistan ha attraversato i (bruschi) cambi di sovranità e regime che hanno segnato la storia del paese. A...

Gabriele Basilico, Iran 1970

Una Fiat 124 fornita dal padre, taniche per acqua e benzina, due ruote di scorta, olio in abbondanza, attrezzi per riparazioni di fortuna; poi una tenda canadese a due posti, due letti da campo, due materassini gonfiabili, un fornello, tutti oggetti comprati alla Fiera di Senigallia. Così nell’estate del 1970 Gabriele Basilico e Giovanna Calvenzi partono da Caorle, sulla costa adriatica dove i genitori di lui, originari delle zone del Livenza, hanno un piccolo appartamento, e fanno rotta verso l’Afghanistan. Lei vorrebbe andare a Samarcanda, gli amici con cui s’accompagnano, e che e ora li aspettano in Jugoslavia, puntano invece a Kabul. Gabriele e Giovanna hanno con sé un ritaglio del "National Geographic"; ci sono le foto della Cappadocia, le sue montagne fantastiche, i picchi, le case scavate nel tufo, i panni stesi ad asciugare, fuochi accessi nei camini di pietra porosa.   Gabriele Basilico, Cappadocia, Turchia. Da "Gabriele Basilico, Iran 1970"   Gabriele Basilico, Isfahan, Iran. Da "Gabriele Basilico, Iran 1970"   Gabriele Basilico, Persepolis, Iran. Da "Gabriele Basilico, Iran...

Orrore

Il primo è stato il fotoreporter americano James Foley. Poi nell’arco di un mese sono stati decapitati il reporter statunitense, Steven Sotoff, e il cooperante scozzese David Haines. Il rito pressoché identico prevede che il condannato sia vestito di un camicione arancione, mentre il boia è in nero, con il capo e il viso occultati. Tiene in mano un coltello esibito come strumento di morte. La decapitazione ha generato un immediato senso di orrore lasciando attonita e stupefatta l’intera platea televisiva occidentale e il popolo del web. Le immagini della decollazione sono state viste da milioni di persone e commentate da giornali, televisioni, siti internet. Un commando di Talebani entra in una scuola in Pakistan, a Peshwar e uccide a freddo 132 bambini e i loro insegnanti, come a Beslan, per poi essere ucciso a sua volta dalle forze di sicurezza. Non è finita lì. Da vari mesi è un susseguirsi di sgozzamenti, decapitazioni, eccidi. Altri bambini la cui colpa era di aver assistito a una partita di calcio. L’ISIS, lo stato islamico, o Califfato, come si è autoproclamato, continua imperterrito la strage. Fino al...

Guantanamo e i nuovi Lager

Tra i commenti ai recenti attentati di Parigi alcune voci si sono soffermate sulle possibili conseguenze che una risposta securitaria potrebbe portare in termini legislativi nelle società europee. L'uso isterico dei pronomi personali dopo la strage nelle redazione di Charlie Hebdo è anche una spia linguistica della logica dell'identità che all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle del 2001 ha accompagnato le retoriche dello scontro di civiltà; retoriche che hanno giustificato gli interventi di polizia internazionale e le guerre chirurgiche. Intervistato da Repubblica il 15 gennaio Giorgio Agamben ha invitato «a mantenere la lucidità» e non commettere lo stesso errore l'«equivoco tra terrorismo e guerra che ha permesso a Bush dopo l’11 settembre di scatenare quella guerra [...] che è costata la vita a decine di migliaia di persone e senza la quale forse non avremmo avuto la strage che la Francia sta oggi piangendo». Il rischio – continua Agamben – è quello del lento scivolamento «in quello che i politologi americani chiamano Security State, cioè in uno...

Malala Yousufzai. Storia di una ragazzina pashtun

O Malalai di Maiwand Sorgi ancora per fare ascoltare nuovamente strofe d’onore ai Pashtun Le tue rime hanno capovolto mondi Ti prego di sorgere ancora (Rahmat Shah Sayel)     Quando abitavo a Reading, in Inghilterra, mi piaceva andare ai Giardini di Forbury. Al centro del giardino si trova un’imponente statua – il “Leone di Maiwand”– che commemora la morte dei 329 uomini del 66esimo reggimento fanteria, caduti durante la seconda guerra anglo-afghana, tra il 1878 e il 1880. Anni dopo ho scoperto che il vero leone della battaglia di Maiwand era in realtà una giovane donna pashtun, Malalai. A lei le fonti afghane attribuiscono il merito della dura sconfitta subita dall’impero britannico. Il 27 luglio 1880 l’artiglieria inglese stava per avere il sopravvento sui guerrieri Pashtun, male armati ma più numerosi. La storia vuole che a qual punto Malalai abbia raccolto la bandiera afghana (alcune versioni dicono che abbia usato il suo velo) e cambiato il corso della battaglia dove perderà la vita combattendo. Una Giovanna d’Arco afghana – ma se Giovanna era ispirata da Dio e dalle sue...

Teoria del drone

Ore 0:45 GMT – 5h15 in Afghanistan Il pilota: Cazzo, quello è un fucile?! L’operatore: Boh, è solo una macchia calda dove sta seduto, non posso dirlo, comunque sembra proprio un oggetto. Il pilota: Ah, speravo saltasse fuori un’arma, vabbè. Ore 1.05 L’operatore: Sto camion sarebbe un bel bersaglio. È un 4x4 Chevrolet, un Chevy Suburban. Il pilota: Sì. L’operatore: Eh, sì. Ore 1.07 Il coordinatore: Lo screener dice che c’è almeno un bambino vicino al 4x4. L’operatore: Vaffanculo… dov’è? L’operatore: Mandami una cazzo d’immagine, ma non credo che ci siano bambini a quest’ora, lo so che sono strani, ma insomma... … L’operatore: Boh, sarà un adolescente, comunque non ho visto niente di piccolo e sono tutti raggruppati là.   Questa che avete appena letto è la trascrizione di una parte della conversazione tra i membri dell’“equipaggio” che guida un drone Predator in volo sull’Afghanistan il 20 febbraio 2010. Sono tranquillamente seduti sulle loro poltrone nella base di Creech, negli Stati...

Drone, l'occhio che uccide dal giardino di casa

È l’occhio del XXI secolo. Vola in alto, sopra le nostre teste. La sua visione è azimutale. Appare in grado di identificare un’automobile e i suoi passeggeri, distingue le portate di un pranzo all’aperto, sa capire se chi cammina su un sentiero di montagna è un pericoloso terrorista oppure un alpinista dilettante. Somiglia a un uccello, possiede ali nere e dimensioni ridotte; lo mostrano così le poche immagini messe in circolazione dalla aviazione americana.   Ma non c’è solo questo veicolo militare ad alzarsi sulle nostre teste. Questa estate lo si è visto volare sopra gli incendi boschivi. Qualche mese fa ad Istanbul, a Gezi Park, nel pieno della protesta che ha fatto vacillare Erdogan, il movimento di protesta ha lanciato in aria un piccolo apparecchio di colore bianco che forniva immagini da postare su You Tube. I poliziotti l’hanno abbattuto a colpi di pistola. Il suo nome è Drone; gli deriva da un verbo inglese, to drone, ronzare, anche se è conosciuto con vari acronomi: RPA Remotely piloted aicraft; ROA Remotely iperated aircraft; UAV Unmanned aerial vehicle. In italiano la...

Atelier d’estate / 4

Downtown Abbey in cambio di The Killing, The Bridge in cambio di The Newsroom: le serie televisive si scambiano come figurine, accendono discussioni, permettono identificazioni, diventano un sottotesto comune del globale. Esercito l’inglese, mi preparo al viaggio in Danimarca, intanto guardo Borgen (in danese con sottotitoli). La mia amica attiva in politica non ne vuole sapere, teme che per lei sia troppo realistico, la mia amica giornalista ne ha già discusso in redazione, in coppia si rischia il litigio, perché la serie parla dell’arte del possibile, la politica, e di quella impossibile, il rapporto tra i sessi.   Quello che in questo caso fa la differenza è che il politico protagonista non è il tradizionale lui, ma un’affascinante e capace lei: Birgitte Nyborg (Sidse Babett Knudsen), leader del Partito moderato che diventa, a sorpresa, primo ministro. In Danimarca – quarto paese al mondo per il tasso di partecipazione politica femminile – una cosa del genere è capitata davvero, infatti dal 2011 è premier Helle Thorning Schmidt.     Gli episodi (in italiano su LaEffe) hanno il...

Pakistan al voto

Subito dopo l’attentato alla maratona di Boston, i Talebani Pakistani si sono affrettati a negare ogni loro coinvolgimento. “Certo, sono troppo occupati a uccidere i candidati di sinistra per le prossime elezioni” è stata la naturale chiosa di molti cittadini della Repubblica Islamica.   La campagna elettorale è stata segnata da un numero crescente di attentati contro le forze secolari del paese. I talebani si sono accaniti contro gli uffici, le case e i comizi dei candidati dei partiti di sinistra e centro sinistra (la coalizione al governo, formata da ANP, MQM e PPP) causando più di 40 morti – e centinaia di feriti – solo nell’ultima settimana.     Mentre la NATO proprio in questi giorni dichiara ufficialmente di aver vinto la guerra contro i Talebani in Afghanistan, i Talebani Pakistani (noti anche come TTP Tehrik-i-Taliban Pakistan, traducibile come ‘movimento studentesco Paksitano’) hanno reso noto in un video di essersi associati all’“offensiva di Primavera” recentemente lanciata dall’ala Afghana del movimento.   Domenica 28 Aprile (una giornata...

Monica Haller | The Veterans Book Project

Ha detto una volta William Saroyan: “Una foto vale mille parole. Sì, ma soltanto se la si guarda e si dicono o si pensano quelle mille parole”. È proprio così: tanto più quando si ha a che fare con quella specie di iper-immagine che è la fotografia di guerra. Come hanno spiegato Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri e Georges Didi-Huberman in Immagini malgrado tutto, ancora meno delle altre l’immagine di guerra può “parlare da sé”: perché nella sua traumatica nudità questa “terapia d’urto” può “suscitare reazioni opposte” (Sontag). Viceversa necessita di un corredo di parole, una cornice argomentativa che con quell’immagine si combini in un “montaggio di intelligibilità” (Didi-Huberman). Sontag faceva l’esempio dell’anarchico Ernst Friedrich, il quale nel 1924 agli insostenibili primi piani delle gueules cassées, i reduci sfigurati della Grande Guerra, nel volume Guerra alla guerra associò didascalie come “L’eroismo è menzogna. L’orrore è realtà” (...

Settembre 2001: chiusura (o apertura) del cerchio

Il raid successivo alla seconda guerra mondiale – sia aereo, sporadico (certe azioni di Israele per esempio) o sistematico (la prima guerra del Golfo, il Kosovo), sia terrestre svolto da truppe d’élite in singole missioni o in apertura di conflitti più ampi (Enduring Freedom in Afghanistan), che da guerriglieri rivoluzionari vincenti (a Cuba), perdenti (in Europa) o difensivi (in Vietnam) – ripete modalità e protagonisti, ripropone contraddizioni già esaminate nei capitoli precedenti. Oggi la riflessione si appunta, per forza di cose, sulla novità sconvolgente apportata dal suicidio, che richiede la scelta se accoglierla quale modifica profonda del raid fin qui analizzato o se viceversa considerarla un tratto che la esclude automaticamente da esso.   Alle 7.59 dell’11 settembre 2001 un Boeing 767-223E con a bordo 81 passeggeri, 9 assistenti e 2 piloti lascia Boston in direzione Los Angeles. L’ultima comunicazione del Volo 11 risale alle 8.13, in seguito non risponde alle indicazioni del controllo di terra. Anche il transponder, che permette la localizzazione da terra attraverso altitudine e posizione,...

Non solo documentazione

Come intendere Alighiero Boetti? Come capirlo? Semplice nelle opere che voleva intenzionalmente chiare e godibili; eppure così strano da cogliere nel suo nucleo creativo, nel senso vero dei suoi atti. Perché faceva realizzare le opere agli altri, biro, arazzi, disegni con le sagome? È un’opera l’hotel che ha aperto in Afghanistan? Che cosa è l’arte nelle sue mani?   Molti ne hanno scritto, molti lo rivendicano, ma ancora non si è colto appieno il portato del suo atteggiamento. Il fatto è che Boetti ci mette di fronte alla limitatezza delle analisi formali e ci richiama al centro vivo dell’arte, e a quello pulsante dell’uomo: sistole e diastole, ma intanto il sangue scorre, come i suoi semplici dispositivi, basati sulle opposizioni, per far circolare l’arte.   Amici, l’arte è questione di sensibilità. Lo sanno bene quelli che sono vicini all’artista, che lo ammirano, che aiutano, lo vedono creare, lo ascoltano parlare. Costoro raccolgono con ammirazione le tracce della sua azione, perché sanno che non è solo documentazione, né solo...

Francesco Petrarca / O d' ardente vertute ornata et calda

Bel paese. La prima occorrenza degna di nota della celebre dittologia coniata da Dante si trova nel Canzoniere petrarchesco. Precisamente in un sonetto che con un certo azzardo potremmo definire geografico, il CXLVI: dopo una sequenza formidabile di metafore in lode dell'amata, il poeta prende atto dell'impossibilità di diffondere i suoi versi – e con essi il nome, pur omesso, di lei – fino ai confini del mondo conosciuto (Tyle è la terra che gli antichi consideravano l'ultima fra tutte; il Battro è un fiume della Scizia: l'attuale Balkh, in Afghanistan; Tana è il Tanai ovvero il Don; Calpe è una delle due colonne d'Ercole, sulla rocca di Gibilterra). E dal momento che per il world wide web ci vorrà ancora qualche secolo, gli basterà sapere che risuonerà per la penisola (dunque, per metonimia, che lo conosceranno gli italiani). A dar man forte a Petrarca e a suggellare la formula antonomastica ci penserà Madame de Staël, la quale in epigrafe al suo Corinna o l'Italia apporrà gli ultimi versi del sonetto.     O d' ardente vertute ornata et calda...

A (new) history repeating

La produzione artistica contemporanea sembra essere sempre più infatuata del passato. Non è un fatto nuovo, anzi è abituale che il presente dialoghi con il passato: la conoscenza è del resto basata sulla memoria, su qualcosa di anteriore quindi. Ciò che sorprende oggi è un rapporto con il passato non più mimetizzato nel processo di realizzazione dell'opera d'arte ma così predominante da diventarne il soggetto. Basti pensare al format del re-enactment e alla sua definitiva istituzionalizzazione in tutte le arti. Più singolare la scelta di quegli artisti che hanno deciso di interagire con il passato per renderlo presente, quindi significativo, non attraverso la semplice riproduzione o rappresentazione, ma con una rielaborazione più personale. Non considerando pertanto la storia come un corpo morto da riesumare, ma come un corpo vivo sul quale intervenire per modificarlo e modellarlo a piacimento. Tra i numerosi lavori esemplificativi di tale approccio ho selezionato quattro opere di altrettanti artisti: Adam Chodzko, Renée Green, Jonathan Monk, Mario Garcia Torres. Nel 1998, a 23 anni dall...

Il piroscafo Conte di Biancamano

Bergamo, Città dei Mille nei primi anni Sessanta. La scuola non era lontana da casa ma bisognava comunque attraversare via Statuto, poi scendere lungo viale XXIV Maggio, prendere a sinistra via Mazzini e poi subito a destra via Cadorna, arrivato: Scuole Elementari “Armando Diaz”. Il maestro Angelo era un po’ manesco e anche fissato con i canti risorgimentali e ci faceva suonare sulla melodica Hohner le note della Bella Gigogin e Addio, mia bella addio, tutti e trentacinque quanti eravamo sull’attenti, in braghe corte. Al pomeriggio, partitella nel campetto di via Diaz contro i nemici storici di via Legionari in Polonia. Tutta la seconda infanzia così, in quel quadrilatero dai toponimi patriottici. La prima raccolta di figurine, quando però abitavo ancora a Pavia, era stata quella dei garibaldini del Corriere dei Piccoli. Negli anni della Diaz, invece, erano i ragazzi di Curtatone e Montanara ad accendere la mia fantasia, quasi quanto i Tigrotti di Mompracem. Poi la lunga marcia nell’adolescenza e la rimozione, prima, e quindi il rifiuto di quella cosa, finanche della parola. Come a quasi tutti quelli che conoscevo allora,...