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Los Angeles

(19 risultati)

Aldous Huxley / Rendersi unici. Psichedelia e visione

  È in corso una grande guerra spirituale. Questo libro ce la racconta, insegnandoci a combatterla fino in fondo. Proveremo a utilizzare gli scritti di Huxley sulla psichedelia per mostrare il senso di ciò che sta capitando, l’urgenza di questa guerra e la radice millenaria che la sostiene. Per farlo ci inoltreremo in radure fiammeggianti dove inciamperemo in pietre preziose, incontreremo persone sconvolgenti, arriveremo al punto aurorale in cui potremmo dire che sta iniziando qualcosa di nuovo. Non sarà una semplice passeggiata tra idee rassicuranti. Era un mattino di maggio del 1953 quando, all’età di cinquantanove anni, Aldous Huxley provò per la prima volta la mescalina, un alcaloide contenuto nel peyote, la pianta sacra del deserto messicano. Ne assunse quattro decimi di un grammo in mezzo bicchiere d’acqua ed era, ne siamo sicuri, una giornata luminosa. La mescalina gliela portò dal Canada il dottor Humphry Osmond, lo psichiatra inglese che inventò il termine «psichedelia», un uomo in tweed e occhiali, molto serio, educato e premuroso: si fece tremila chilometri per raggiungere la casa di Huxley, a Los Angeles, un viaggio che lui stesso definì improbabile. Osmond...

Transitions, 1962-1981 / Joel Meyerowitz: l’elemento misterioso dell’immagine

  Una bambina sta piangendo. Siamo a New York, in strada. Sono aperte due portiere di un’auto, e la bimba è inquadrata oltre il vetro del secondo finestrino. Mentre piange guarda in alto verso un uomo, che le tende la mano. Non si capisce se sia suo padre, o un autista o un estraneo. Non si capisce nemmeno se la bimba debba salire in auto o se sia appena scesa e non vuole andare con la persona adulta. S’è persa? È stata sgridata dal genitore? La fotografia scattata da Joel Meyerowitz nel 1963 lascia molto spazio all’interpretazione. Oltre ciò che si vede immediatamente, questa immagine può rivelare anche e soprattutto qualcosa di più espanso.   Joel Meyerowitz, New York City, 1963. Secondo le intenzioni del fotografo americano uno scatto non deve per forza dire tutto, e se in esso vi è custodito un elemento misterioso l’immagine riesce a sopravvivere agli anni e mantenere vivo un rapporto con i fruitori: «All’inizio non avevo questa abitudine a espandere ciò che si poteva vedere, registravo solo persone, o momenti, di qualcosa che semplicemente stava avvenendo. Questo mi ha dato modo di imparare, pensavo fosse necessario dare un centro alle fotografie ma dopo un po’...

IMM' n. 3: Intensità, intermittenza, registrazione / Wolfgang Tillmans: un nuovo registro visivo

“Sei libero di usare gli occhi e di attribuire valore alle cose nel modo che vuoi. Gli occhi sono un grande strumento sovversivo perché tecnicamente non sottostanno a nessun controllo, sono liberi quando li usi liberamente” (Wolfgang Tillmans, conversazione con l’autore, dicembre 2005).   Ci sono fotografie di Wolfgang Tillmans che sembrano inesauribili. Non perché sono complicate nella composizione o così piene di informazioni visive da far emergere sempre nuovi dettagli. Talvolta è così, ma la ricchezza di cui parlo è di tipo differente. Posso tornare in continuazione su alcune sue immagini e ogni volta sperimento la stessa sensazione di qualcosa di fondamentalmente imperscrutabile. Per esempio, non posso smettere di guardare la fotografia Senza titolo (La Gomera), del 1997, che getta un incantesimo su di me non solo perché è strana – in effetti non riesco a capire bene cosa vi accade – ma anche a causa del suo innegabile fascino visivo. Due persone stanno strisciando carponi sulla spiaggia, creando un grande disegno nella sabbia: una linea senza meta, composta da due curve e poi un giro completo, il cui inizio è rimasto fuori dal riquadro dell’immagine. La coppia sulla...

Richard Sapper: oggetti resistenti al tempo

Due note: un MI e un SI. Fuoriescono dal beccuccio appena il vapore comincia a diffondersi. Avvisano che l’acqua bolle nel contenitore d’acciaio, nome: 9091. Le ha volute Richard Sapper, l’uomo dei dieci Compassi d’oro, uno dei designer più premiati, e insieme meno noti al grande pubblico, anche se i suoi oggetti sono nelle case di molti. Le note gli ricordavano i vaporetti fluviali della sua giovinezza, in Germania, dove era nato nel maggio del 1932. Quando all’inizio degli anni Ottanta ha proposto ad Alessi questo oggetto, Sapper voleva mettere fuori gioco lo sbuffo ansiogeno dei vecchi bollitori, il loro richiamo imperioso, e non certo melodioso. I bollitori sono nell’Est dell’Europa, ma anche nei paesi del Nord, l’equivalente delle caffettiere dei popoli mediterranei; un oggetto quasi sacro, una di quelle “cose” che creano la casa e la rendono abitabile. Il designer, scomparso qualche giorno fa, il 31 dicembre, all’età di 83 anni, ha progettato entrambi gli strumenti. Riservato, chiuso, gentilissimo, aveva studiato filosofia, ingegneria ed economia; teutonico, ma anche friendly, come la sua arte...

Metropoli

Le metropoli hanno cominciato a svilupparsi in Occidente in conseguenza di quell’assetto organizzativo che il sistema capitalistico si è dato a seguito dello sviluppo nell’Ottocento della seconda rivoluzione industriale. E nel Novecento hanno continuato il loro processo di sviluppo, estendendo progressivamente la loro espansione alle altre zone del Pianeta. Infatti, se nell’anno 1900 le città con oltre un milione di abitanti erano 11, oggi sono più di 400.   La crescente “metropolizzazione” della società ha innanzitutto comportato per gli individui un’esperienza di disorientamento. Già nell’Ottocento, infatti, si è presentato un aumento della mobilità geografica e sociale delle persone, in quanto larghi strati di popolazione rurale si sono recati per la prima volta a vivere nelle nascenti grandi città. Le quali si sono gonfiate così enormemente, creando in misura crescente un mondo di estranei. Un mondo inoltre dove i modelli di comportamento e di vita dei soggetti non erano più correlati ai ritmi umani e naturali dell’esistenza comunitaria, ma dovevano...

Pulp Fiction vent'anni dopo

Vent’anni fa usciva nelle sale cinematografiche italiane Pulp Fiction, il capolavoro di Quentin Tarantino. Era il 16 dicembre 1994, nove mesi dopo l’imprevista e straordinaria vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, sei giorni prima delle sue dimissioni consegnate nelle mani di Oscar Luigi Scalfaro il 22 dicembre. Nessuno stabilì allora un nesso tra questa storia postmoderna di gangster, sermoni, sodomie, gare di ballo, teste esplose, non-luoghi di Los Angeles, tra il gioco sadico e farsesco istituito dal giovane regista americano e quello che succedeva nel nostro paese, dove una crisi sociale e politica, durata oltre dieci anni, arrivava a compimento segnando un deciso e irreversibile giro di boa.     Pulp Fiction diventò immediatamente un film di culto, premiato a Cannes con la Palma d’Oro e anche con un Oscar, nell’anno seguente, fissando con la sua apparizione nei cinema un punto di non ritorno, sia per il modo in cui era narrato sia per i temi che offriva agli sconcertati, oppure entusiasti, spettatori. Quello che Pulp Fiction rivelava in quel momento preciso era il dominio incontrastato stabilito dalle immagini nella...

Portrait of the tramp as a young man / Charlie Chaplin 1914-2014

Quella di sfruttare un evento di richiamo (una parata militare, per esempio, o una manifestazione sportiva) come sfondo di qualche scena comica più o meno improvvisata, magari utilizzando gli spettatori come interpreti inconsapevoli, sembra fosse una pratica frequente nelle produzioni di Mack Sennett fin dagli esordi. D'altro canto, quando bisogna sfornare due comiche da un rullo ogni settimana, un simile espediente – sorta di ibrido fra le vues dei Lumière e le attuali candid camera – permette di ritrovarsi in mezza giornata con un film bell'e pronto per la distribuzione.   Fra il dieci e l'undici gennaio 1914, un gran numero di spettatori si reca a Venice, nei sobborghi di Los Angeles, per assistere alla Junior Vanderbilt Cup , versione in miniatura della celebre gara automobilistica – che quell'anno si corre non lontano, a Santa Monica – nella quale una quarantina di ragazzini gareggia, lungo un percorso di sette miglia, a bordo di automobiline costruite con materiali di recupero. I più spericolati hanno dotato la propria vettura di un motore a due o tre cilindri, magari ricavandolo da qualche motocicletta; gli altri debbono accontentarsi di farsi spingere giù da un'...

Le Harbor Series di Gil Mares

Hull With Float, II: Un rettangolo orientato in verticale, scandito da forme geometriche bidimensionali, frontali, schiacciate. Dominano i toni caldi, ed è il colore a creare le forme, ad animarle, non a riempirle - in alto, un rosso pastoso e levigato, compatto, taglia la superficie a formare una ‘L’ capovolta. L’asta più stretta è sbiadita nella parte bassa e rivela un’anima chiara nelle abrasioni e nei graffi arabescati dal tratto incerto, spezzato, che contraddicono la regolarità della geometria generale. Sulla sinistra si inserisce, complementare, un quadrato più sfumato: bande orizzontali più o meno definite alternano toni viola, antracite e rosa, slavati a tratti in direzione verticale.   A completare la composizione, in basso interviene una striscia impressionisticamente lavorata. Una spessa linea scura, che appare tratteggiata di bianco, la separa dalla parte sovrastante. Un’altra linea scura scorre in verticale, si staglia sul rosso dello sfondo ma genera aloni caldi dove taglia i campi più chiari, e la incrocia. Sembra originare da un’apertura circolare, nera, in alto. A...

When attitudes Become Form: reloaded

Frutto di un’intuizione folgorante e definitiva o di un lungo e penoso lavoro di cesellatura - il meno è (e?) il più - il titolo di una mostra è sempre un viatico e una promessa, a volte persino una proposta di pensiero. Harald Szeemann ne era ben consapevole e non è certo un caso se tra i tanti documenti, gli appunti, le interviste, gli schizzi e le frammentate memorie raccolte con sistematica cura nel suo archivio, inesauribile giacimento di ossessioni e visioni da poco traslocato con tutti gli onori mediatici dai boschi della Svizzera alle stanze tecnologiche del Getty Research Institute di Los Angeles, più volte si fa riferimento al processo che ha condotto alla scelta dei titoli delle sue esposizioni (delle sue opere, come pure è stato, non senza polemica, detto). E questo vale anche per la mitica mostra che nella primavera del 1969 non si limitò a turbare i placidi ritmi della piccola Berna, attivando una vivacissima catena di reazioni e persino repressioni – ad andarci peggio, ed è fatto significativo, fu Daniel Buren, artista non invitato, fermato dalla polizia per aver affisso senza autorizzazione, ma...

Mike Kelley: l’arte della disobbedienza

L’improvvisa scomparsa di Mike Kelley, morto suicida il 1° febbraio a Los Angeles, priva l’arte del nostro tempo di una delle sue figure più ispirate e originali. Artista visivo e musicista (aveva fondato nel 1974 il gruppo noise Destroy All Monsters), Kelley ha utilizzato lungo il suo percorso, dagli anni settanta in avanti, una esuberante commistione di linguaggi e medium (disegno, pittura, installazione, performance, video) in cui risuona un’ispirazione intensa e multiforme, centrata su tematiche di ordine psichico, sociale e culturale – la repressione del desiderio, l’autorità, la religione, l’infanzia, il potere dell’immaginazione e la sostanza emotiva dell’esperienza quotidiana – e su tonalità e caratteristiche espressive molto personali, al tempo stesso comiche, scatologiche, drammatiche, paradossali.   Nutrita di psicoanalisi, letteratura, filosofia, cosparsa di riferimenti colti e pop, alternativamente caotica e lirica, quella di Kelley è una magistrale esplorazione del cattivo gusto, del sentimentalismo vernacular, della televisione trash, delle sottoculture giovanili, in cui...

Wanderlust

Fossi un artista contemporaneo, un designer, un artigiano concettuale, sapessi anche solo come farlo, realizzerei un libro a specchio. Ogni pagina dovrebbe riflettere la tua immagine, i tuoi occhi che dalle pagine del libro si guardano attraverso. Nella tua mente l’effetto sarebbe quello di quando ti trovi in mezzo a due specchi e l’immagine si replica all’infinito e sembra che, laggiù, in fondo, ti entri dentro.     Una volta ho sentito Paul Auster dire che il libro è l’unico luogo in cui due sconosciuti, l’autore e il lettore, possono incontrarsi in completa intimità. Vero Paul, hai ragione, ma ascoltami bene, dedicami un secondo del tuo tempo, posa la penna, guardami. Non pensi anche tu che le parole a cui dai corpo, le storie che regali al mondo, i personaggi che plasmi, siano tanto tuoi quanto miei? Quando leggi un libro, Paul, è di te che stai leggendo, solo di te. Sei tu che cammini tra le vie di New York, che voli sulla mongolfiera intorno al mondo, che risolvi il caso, che uccidi il drago, che muori all’ultima pagina. Sei tu Achab, è tuo quel ritratto che invecchia...

#6

Prendo sempre York Boulevard per andare da Seafood City a Eagle Rock. Altra cosa che faccio quelle parti, è guardare per strada le macchine usate in vendita L’ultima volta ho fotografato le offerte di giornata. Chevy El Camino belle conciate, ma sempre fascinose, un’altra Chevy Caprice con la carrozzeria aerografata. Mi fermo guardo, sono tentato, mi tento, mi immagino, mi visualizzo, poi boh! Lascio perdere, devo andare a comprare le mie orate.     Cigarminow Blue runner White pomfret Baby milkfish Round scad Jackfish Tw Chevrolet El camino Giant perch Spanish Mackarel Lapu Lapu grouper Indian Mackarel Squid Milk fish Smelt Headon Yellowstripe trew ally Sardines White perch Black pom fret Baby Bonita Razorfish Golden thead Mud fish Chevrolet impala Gasper Goo Rought eye Yellow croaker Small red Trout Mullet Yellowtail Fusiler Cat fish Strawberry Grouper Bonita Yellow fish Carp Salmon head Golden Pampano  

Paola / Paesi e città

C’è sempre un luogo, un nome, che conta più di tutto. Paola è un luogo con un nome di donna. È il mio paese. Quel nome per me è come il mare che ha davanti, il mare occidentale che mi ha visto nascere. Cerco sempre il mare, anche quando non ce n’è. Forse perché sono nato in questo posto di mare, e ho sempre vissuto col mare davanti. Il mare sempre. Il mare di Paola. Mi confondo col mare. Il mare grande di Paola spalancato sotto lo specchio delle montagne. Ovunque vada, più che estraneo dopo un poco mi sento naufrago. Ho quel mare dentro.È come una calamita silente che mi risucchia a sé da qualsiasi punto, che contrae il tempo e lo spazio in una cosa sola, e mi richiama a sé da ogni luogo, anche il più remoto. Una cosa è certa: Paola è un magnete, un basamento geomantico, terra e acqua a cui resto attratto. Il mio punto archimedico. L’unico, oramai. Paola è sempre lì, per me, sposa e sponda.   Sillabare a memoria in luoghi distratti e nel silenzio di certi pensieri sviati il nome di Paola mi retrocede sempre, mi riporta a destino, come un...

Intervista con Noam Chomsky: le parole in politica

Riportiamo alcuni stralci di un’intervista video di Frank Barat a Noam Chomsky svoltasi nel mese di marzo. L’intervistatore di Red Pepper, un bimestrale inglese indipendente di area socialista, si avvale di alcune domane poste da intellettuali, attivisti e artisti, tra cui John Berger, Ken Loach e Amira Hass.   Qui tutta l’intervista in inglese (non perfettamente redatta). In basso il video completo dell'intervista.   John Berger   La pratica politica spesso sorprende il vocabolario politico, per esempio si dice che la recente Rivoluzione nel Medio Oriente chiede democrazia, possiamo trovare parole più adeguate? Usare vecchie parole spesso fraintese, non è un modo per assorbire lo shock invece che accoglierlo e ritrasmetterlo?   Innanzitutto, penso che la parola rivoluzione sia un po’ un eccessiva. Magari lo diventerà, ma per il momento si tratta della richiesta di una riforma moderata. Ci sono elementi, come il movimento dei lavoratori, che hanno provato ad andare oltre, ma rimane ancora tutto da vedere. Tuttavia la questione è giusta e non c’è modo di uscirne. Non...

On the Beyond

Il volume On the Beyond raccoglie un’ampia conversazione tra due dei più noti artisti attivi a Los Angeles, Mike Kelley e Jim Shaw, e lo storico d’arte John C. Welchman. Passando in rassegna temi come la religione, i sogni, le droghe, le allucinazioni, gli UFO e altre forme di trascendenza empirica o speculativa, i tre interlocutori parlano del paesaggio americano, delle architetture sublimi, utopiche o memoriali e della straordinaria capacità dell’arte di “andare oltre”. Di volta in volta appassionato e umoristico, anticonformista e inconsueto, il dialogo non presuppone nessuna fede o speranza nell’“oltre” preso in sé. Elenca invece alcune delle straordinarie modalità in cui stati paranormali e “soprannaturali” vengono scoperti o inventati, desiderati o pervertiti in così tanti registri della cultura americana, come pure dei generi e delle forme di autorialità sociale in cui si trovano inscritti. Kelley va dritto al cuore del problema quando sottolinea il suo gusto per quanto Welchman descrive come “perversità, finzione, fantasia e proiezione"; “l...

Celati e il cinema

Quando ha cominciato a trafficare col cinema Gianni Celati? A parte la passione di cinefilo, spettatore indefesso, di cui restano vistose tracce nei suoi libri, nei testi come nelle copertine, è negli anni Settanta, quando Memé Perlini gli scrive perché pensa di trarre un lungometraggio dal suo libro d’esordio, Comiche (1971), vera e propria sarabanda slapstick. Poi dopo aver consegnato Lunario del paradiso, alla fine di quel decennio, libro germinale del romanzo giovanile degli anni Ottanta, lo scrittore emiliano se ne va in America per darsi al cinema, come annuncia ai suoi interlocutori dell’Einaudi. Di quel viaggio a Los Angeles resta una vaga traccia in Storia di un apprendistato, racconto che è compreso in Narratori delle pianure (1985). Poi c’è ancora una sceneggiatura, con l’amico Alberto Sironi, dedicata a Coppi. Quindi un silenzio fino al 1991. L’idea di far passare dietro la macchina da presa Celati è di Angelo Guglielmi. Nel frattempo è uscito il reportage di Verso la foce nel 1988. Il direttore di Rai3 gli chiede di girare un film su quei luoghi: un po’ viaggio e un po’ reportage. Per risposta Celati carica tutti i suoi parenti di Ferrara e gli amici su un autobus e...

Pornotopia

Com’è cominciato tutto? Com’è accaduto che siamo arrivati sino a questo punto? Prima della tavernetta di Arcore, prima delle grotte di Villa Certosa, delle piscine sotterranee, della lap dance, delle serre, dei letti girevoli, dei grandi divani, delle case arredate secondo i desideri di un Peter Pan fallocratico, delle Neverland sarde o delle ville pornobrianzole, cosa c’era? Tutto ha inizio con un giovane laureato in psicologia, Hugh Hefner, congedato da poco dall’esercito. Siamo nel novembre del 1953, in piena Guerra fredda, quando giunge nelle edicole americane una nuova rivista priva di data e di numero progressivo: pezzo unico. Si chiama Playboy e vende in pochi giorni 50.000 copie. All’epoca in America vigono leggi severe contro la pornografia, che limitano la distribuzione e la vendita di testi ed immagini di contenuto sessuale sia nelle edicole sia per posta. Non esiste la controcultura con le sue provocazioni e il Greenwich Village è solo un luogo un po’ bohemien; la Beat Generation deve debuttare, mentre Elvis guida ancora un camion a Memphis; inoltre, chi va in giro con una copia di Tropico del Cancro di Henry...

#02 Motoretta in Figueroa

Con Skippy sono andato a bere in un bar, nel tratto est di Figueroa, poco prima delle rampe della 5, vicino a casa. La Figueroa è una strada lunghissima, va da est a sud di Los Angeles. Da Pasadena a Long Beach, più o meno 36 km, è una delle prime strade che mi hanno insegnato, mi dicevano: "se becchi la Figueroa stai andando bene, non ti perdi più, riesci a tornare a casa". Ma tanto io senza la Carlina tomtom mica me ne andavo in giro. La parte est di Figueroa è latina, ci sono ancora le gang, le insegne sono stinte, scolorite, cotte dal sole, gialline, rosine, verdine. Attorno un’atmosfera di seconda mano, a tratti dolce e fatiscente come il vecchio teatro con le sedie di legno, prezzo del biglietto 3 dollari. È  il mio punto di riferimento quando vado a pagare l’affitto di casa. Ma torniamo al bar. Mi ricordo un ragazzo, 23-25 anni con un look bizzarro. Basettone anni ‘70, baffi a manubrio impomatati, pantaloni a tubo scuri, stivaletto affusolato di cuoio giallo, camicia western a scacchi, cravattino, capelli lunghi a caschetto. Ah! che invidia quelle basette, e i baffi con il ricciolo?...

#01 The lion

Rubrica californiana sul paesaggio urbano, umano, inanimato. Curata da Alessandro Pessoli e firmata dall’inviato speciale Coppertone. Una rubrica molto libera, molto freeway, rubrica zingara che rotola da un punto ad un altro, come è naturale qui a Los Angeles, dentro racconti e storielle.   # 1 The lion La macchina in questione era una Mercury Cougar degli anni settanta. Dico era perché è stata demolita l’anno scorso. Stefano l’aveva comprata da un meccanico dopo aver fatto un incidente con una piccola Mazda su una highway, prima che Sonia si trasferisse a Los Angeles. Ai tempi abitava con dei fulminati a Echo Park, e in autostrada con la Mercury si sentiva al sicuro... Per Stefano è stato un lutto farci un cubo, se avesse potuto l’avrebbe spedita in orbita insieme ad uno dei satelliti di cui calcola le rotte, una storia eroica alla Apollo 13. La Mercury era un concentrato di americanità, come andare a Venezia e vedere le gondole: cosa c’è di più veneziano delle gondole? Per Stefano è stata una perdita e davvero si è trattato di perdite, nel senso che perdeva olio, come...