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Franz Kafka

(17 risultati)

Carteggi amorosi / Kafka e Milena

Lettere, corrispondenze, legami. Abbiamo pensato di attraversare questa estate facendoci raccontare dai nostri autori i carteggi amorosi: letterati, artisti, poeti e pensatori.    La legge fondamentale degli amori di Kafka è questa: molte lettere, pochi incontri. Anzi: moltissime lettere, pochissimi incontri. Con la fidanzata storica Felice Bauer andò proprio così. Un epistolario di oltre ottocento pagine (tutte di Franz a Felice) in cinque anni esatti di tormentata relazione: fidanzamento, sfidanzamento, rifidanzamento, sfidanzamento definitivo (1912-1917) e qualche sporadico incontro a Berlino, Praga, Monaco più due brevi soggiorni insieme a Karlsbad e Marienbad. Non diversamente andò con Milena Jesenská. Un epistolario a stampa di oltre trecento pagine che copre tre anni (1920-1923) di altrettanto tormentata relazione, e due soli fugaci incontri: quattro giorni a Vienna, due giorni a Gmünd, stazione di confine sulla linea Praga-Vienna.   Un essere umano pare comportarsi sempre allo stesso modo; noi tutti sembriamo seguire regolarità astrali, che forse sono il nostro segreto modello. Anche per Kafka è così. Non è dunque ingiustificato cercare le somiglianze tra...

L'uso delle parole / Letteratura e giustizia

Legittimo impedimento, presunzione d'innocenza, patteggiamento, prove, indizi. Questi termini sono ormai parte del nostro linguaggio, e anche del nostro immaginario, di cui le parole sono sempre le spie. Da qui viene da chiedersi: la lingua del diritto è davvero così fredda, inerte e oscura, come a prima vista si potrebbe pensare? E in che rapporto sta il linguaggio della legge con quello della letteratura?  Le parole dei giuristi (legislatore, giudice, avvocato), più di altre, non si limitano a descrivere fatti, li provocano esse stesse. La lingua del diritto è potentemente creativa, poiché genera norme, atti amministrativi, contratti e sentenze: essa insomma ha conseguenze reali sulla vita delle persone, modificandola. Certamente come ogni linguaggio di settore, le parole dei giuristi sono caratterizzate da una terminologia e da un frasario tecnici, il cui uso è, in qualche misura, necessario, perché vi sono categorie e concetti che non possono essere espressi e comunicati con la lingua comune.   Tuttavia la letteratura è stata la prima ad accorgersi della potenzialità creativa di questa lingua gergale irta di stereotipi, di arcaismi, di frasi formulari. Non a caso (...

1932 - 1940 / Benjamin e Scholem: lettere di un'amicizia

“In tempi antichi tutte le strade portavano in qualche modo a Dio e al suo Nome. Noi non siam devoti. Restiamo nel profano E dov’era Dio ora c’è: Malinconia”   Sono i versi conclusivi di una poesia di Gershom Scholem che leggiamo in calce a una lettera a Benjamin. La data: 19 settembre 1933, l’anno della presa di potere di Hitler.  La malinconia di cui parla Scholem non è uno stato d’animo passeggero ma una condizione dello spirito, l’esito di un’intelligenza del mondo che ha perso la fede in Dio, la conseguenza fatale della Entzauberung der Welt, il disincantamento del mondo di cui aveva parlato Max Weber.  Scholem, lo studioso di mistica ebraica, figlio di un tipografo ebreo, cresciuto nella Berlino di inizio Novecento, militante sionista fin dagli anni giovanili, emigrato nel 1923 a Gerusalemme, osserva dalla distanza la svolta politica in Germania: la progressiva ‘perdita di Dio’ aveva generato un nuovo idolo, nuove ritualità collettive caratterizzate dall’odio verso gli avversari politici – i comunisti in primo luogo – e poi gli ebrei, l’eterno emblema del male, e in generale gli Untermenschen, la variegata moltitudine di coloro che non sono degni di vivere....

Beamter / Kafka Merano: 1920-2020

Vivo a Merano e, conoscendo bene la città, avevo sempre pensato che Kafka fosse arrivato qui il primo aprile 1920. Sarebbe stato il giorno giusto, un bel pesce d’aprile. Ma non è così. Kafka giunse in città il 3 di quel mese. Perché proprio Merano? Perché era un luogo di cura (Kurort). E Franz, lo sanno tutti, era malato di tisi. Il primo sbocco di sangue lo ebbe la notte tra il dodici e il tredici agosto del 1917 in una delle stanze del Palais Schönborn dove all’epoca alloggiava, a Praga.  Inizialmente non voleva affatto venire a Merano. La meta che aveva prescelto era un’altra: il sanatorio Kainzenbad presso Partenkirchen nelle Alpi bavaresi, come scrive più volte sia alla sua giovanissima amica Minze Eisner, sia al suo editore Kurt Wolff.  È noto che Kafka aveva molte doti ma non quella della risolutezza. Le lettere di questo periodo (gennaio-marzo 1920) lo testimoniano ampiamente. Vado a Kainzenbad, non vado a Kainzenbad, vado a Merano, non vado a Merano. L’avversione per quest’ultima risiedeva soprattutto in un motivo squisitamente economico: troppo cara, troppo cara (già allora!). Ma questioni burocratiche (permessi d’entrata mancanti, ritardi nelle comunicazioni)...

Muri / Brecce nel mondo murato

Qualche esempio. Per avvicinare un’immagine che potrebbe risultare fumosa. “Brecce nel mondo murato”, questa è l’immagine. Viene da lontano, da pensieri arrischiati (Kafka, Hannah Arendt), ma entra nei nostri giorni impalpabili, parla di questa “Età dei muri”, del desiderio di scavalcarli, dell’impeto di abbatterli, o semplicemente di aprire, nella loro superficie compatta, fessure, spiragli, bocche d’aria, o uno stretto pertugio da cui si possa vedere un pezzo di cielo.  Non è un’idea, e neppure un concetto. È il movimento di un gesto, l’imponderabile insurrezione della nostra libertà. Qualche esempio, allora.  Il primo, che mi porto appresso da tempo come una stella d’orientamento, è il suono esile di un fischio. Cosa da poco un fischio, eppure può tenerci in vita.  Una giovane donna, internata nel lager di Birkenau, “landa desolata, dove le ombre dei morti sono schiere, dove i vivi sono morti”, elabora una sua personale strategia di sopravvivenza (lo racconta Giuliana Tedeschi in C’è un punto della terra. Una donna nel lager di Birkenau, Giuntina, 1988). Alla morte quotidianamente incombente, resiste in un modo davvero semplice, che, ai miei occhi è parso...

Lettere dal confino / Contro le virgolette (ma anche contro gli a capo)

Detesto le virgolette. Le accetto, ma dovrei dire le tollero, soltanto come segno grafico di un dialogo. A volte, per non dire sempre, lo scrittore deve uniformarsi allo stile dell'editore. Sin dall'inizio segnalavo i dialoghi con un sobrio trattino ma nel tempo le virgolette hanno vinto anzi stravinto. Le virgolette sono il simbolo della volgarità contemporanea. Neanche gli accapo andrebbero lasciati all'editore. Kafka non andava a capo. Perché un libro è soltanto scrittura. Uno spartito non va mai a capo, si volta pagina. La vita dello scrittore è grama e piena di sconfitte. Si combattono singole inutili battaglie, piccole enclave dentro una battaglia già persa. No, le virgolette non andrebbero mai usate. Non andrebbero scritte né accennate con la punta delle dita, non andrebbero neanche pensate. Se un uomo pensa con le virgolette toglietegli il saluto. A quelli che le annaspano in aria davanti ai miei occhi stupefatti non rispondo affatto, annichilito dalla loro incoscienza. I poeti si prendono una grande responsabilità andando a capo così di frequente ma per l'appunto scrivono dei versi, chiamati così nella loro completezza concatenata che deve avere un suo perché. Se questo...

1989 - 2019 / The Wall: il diorama del muro a Berlino

Le considerazioni che seguono, come quelle già uscite e altre che si aggiungeranno nei prossimi mesi, al di là del fornire alcune documentazioni e notizie relative alla passata realtà quotidiana nella Germania e nella Berlino divise, hanno l’auspicio di poter essere fonte di riflessione, prese le debite distanze dai coinvolgimenti emotivi e politici, per meglio affrontare e valutare la contemporaneità (nostalgie, demonizzazioni, celebrazioni, anniversari) con un poco di lucidità e qualche strumento in più.   Se ci si spinge poco oltre il caos dell’isolato che ospita quel che resta del Check Point Charlie, fondamentale e fatidico punto di passaggio tra l’est e l’ovest nella Berlino divisa, se si supera la striscia di cubetti di porfido che segna sull’asfalto il vecchio tracciato del muro, se si costeggiano innumerevoli pullman turistici parcheggiati in attesa dei turisti in visita, si raggiunge un padiglione inelegante, a suo modo monumentale, ma non fine a sé stesso e che raccoglie un piccolo grande gioiello: il panorama di Yadegar Asisi che proprio al muro è stato dedicato. Asisi è un artista di origine iraniana, nato a Vienna nel 1955, che ha realizzato svariati Panorami...

«Cose dell’altro mondo» / Kafka nell’Italia del 1933

La prima traduzione italiana del Processo di Kafka è uscita nella collana «Biblioteca europea» della casa editrice Frassinelli nel 1933 ed è rimasta l’unica per circa quarant’anni. È la traduzione che in Italia hanno letto quasi tutti, da Landolfi a Buzzati, da Vittorini a Fortini, da Calvino a Pasolini, da Elio Petri a Federico Fellini. Fa parte a pieno titolo del nostro repertorio letterario, come le versioni pavesiane di Moby Dick e Dedalus, uscite nella stessa collana, o quella di Berlin Alexanderplatz, firmata due anni prima dallo stesso Alberto Spaini. Nel presentarla, il direttore della «Biblioteca europea» Franco Antonicelli la vantava come una «novità assoluta», e non aveva torto: l’edizione francese del Processo, che di fatto avrebbe dato avvio alla fortuna internazionale di Kafka, sarebbe apparsa solo alcune settimane più tardi. L’unico suo romanzo tradotto in una lingua straniera era The Castle (1930), pubblicato a Londra da Willa e Edwin Muir, mentre la Metamorfosi restava confinata al circuito, prestigioso ma ristretto, delle riviste letterarie, come la «Revista de Occidente» di Ortega y Gasset (1925) e la «Nouvelle Revue Française» di Jean Paulhan (1928).  Oggi...

La biblioteca di Atlantide / Gustav René Hocke, Il mondo come labirinto

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.   Quando è cominciata a diffondersi l’immagine del labirinto come metafora della condizione moderna? Nel corso dell’età barocca o prima? E perché a partire dalla metà degli anni Sessanta del XX secolo il labirinto è diventato una delle metafore del vincolo postmoderno? Gustav René Hocke, singolare scrittore e studioso di origine tedesca, pubblicava nel 1959 un libro intitolato Il mondo come labirinto; il sottotitolo recita: Maniera e mania nell’arte europea dal 1520 al 1650 e oggi. Tradotto in italiano solo nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino, dall’editore Theoria, passò quasi inosservato, cosa che non era capitata a un altro libro, stampato in originale nel 1959, tradotto da il Saggiatore nel 1965, Il manierismo nella letteratura, poi ristampato da Garzanti...

Clegg & Guttmann e Fitch & Trectain / Modernismo e post

Prima grande stanza, che ci si trova spalancata davanti appena si apre la porta: grandi immagini fotografiche sono proiettate sulle pareti, si vede subito che ritraggono importanti personaggi della cultura italiana otto-novecentesca perché si riconoscono i più famosi: di fronte c’è Segantini nel suo atelier, a destra Giovanni Papini nel suo studio e i fratelli Russolo con i loro intonarumori, a sinistra Bruno de Finetti al tavolo di una conferenza, Italo Svevo al Caffè Austro-ungarico di Trieste e l’anarchica Louise Michel nella sua camera da letto. Ogni immagine ha davanti dei mobili che ricostruiscono gli ambienti, ognuno con uno o più libri del o sul personaggio rappresentato. Al centro di tutto un salottino con divano, poltrone, tavolino con altri libri e oggetti. Da ogni ambiente emana una voce che legge brani scelti, tutti a voce alta, mescolandosi con un effetto teatrale riuscitissimo: è lo schiamazzo della Storia – prendo il termine da Dario Bellini, che lo intende proprio come grumo di voci e di idee che costituisce già di per sé l’argomento. L’installazione ha come titolo Modernismo italiano. Seconda stanza al secondo piano: silenziosissimi ritratti a figura intera,...

Dizionario Levi / Straniero

Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.   Nella Prefazione di Se questo è un uomo, Levi mette in guardia il lettore sui sintomi che rischiano di assumere forme politiche organizzate: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all´origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.”                           Riguardo alle leggi...

1960 - 2013 / Philip Roth, Perché scrivere?

Davanti a un volume di «collected nonfiction» (questo il sottotitolo originale), riesce difficile abbozzare un compendio, sia pure approssimativo, tanto più che gli scritti raccolti in Perché scrivere? coprono un arco temporale molto vasto, che va dal 1960 al 2013, l’anno successivo a quello del fatidico annuncio di non scrivere più. In questo libro ricchissimo e a suo modo labirintico, l’unica cosa possibile è perdersi, o magari provare a tracciare dei percorsi particolari, alla ricerca di una risposta a quell’interrogativo che campeggia in copertina. Occorre dirlo subito: la risposta, per lo meno in termini diretti, non c’è, perché Philip Roth non fa che girare attorno al nucleo della sua e della altrui scrittura, in brevi saggi, in conversazioni straordinarie con altri scrittori o in vari scritti d’occasione.    In questo itinerario, che naturalmente ogni lettore può percorrere secondo le proprie inclinazioni e i propri interessi, si incontrano delle pietre miliari, dei landmarks essenziali e inaggirabili, a cominciare da uno dei testi più belli mai scritti dallo scrittore di Newark, giustamente collocato in apertura: «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno»...

La scrittura della destituzione? / Kafka. Nella tana della metafora assoluta

È online K. Revue trans-européenne de philosophie et arts, un progetto nato dalla collaborazione tra il laboratorio CECILLE dell’Università di Lille e il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Messina. La dirigono Pierandrea Amato e Luca Salza.  Il primo numero monografico è dedicato a Kafka (Kafka, la scrittura della destituzione?) ed è disponibile a questo indirizzo.  Ne presentiamo qui un estratto, la prima parte di un saggio del germanista Gianluca Miglino.    Quando nell’inverno tra il 1923 e il 1924 scrive il frammento narrativo noto, a partire dalla prima edizione di Max Brod, con il titolo Der Bau (La tana), Kafka ha ormai alle spalle gran parte della propria parabola letteraria. Alla fine di agosto del 1922 è stato infatti costretto a interrompere la composizione del suo ultimo grande romanzo, Das Schloss (Il castello), a causa di un devastante crollo nervoso. E nel dicembre, proprio durante il lavoro alla Tana, consegna allo stesso Brod il testamento con il quale ordina all’amico di bruciare tutti i suoi manoscritti e di risparmiare soltanto i pochi racconti pubblicati. Il parallelismo tra questo testamento, la sua definitiva rinuncia alla...

Enrico Palandri / Verso l’infinito di Giacomo Leopardi

A duecento anni dalla stesura dell’Infinito, Enrico Palandri dedica a Giacomo Leopardi un omaggio appassionato, il saggio narrativo Verso l’inifinito, edito da Bompiani nella collana «Passaggi». Palandri ha esordito nel 1979 a vent’anni con Boccalone, un romanzo scritto quando era uno studente dell’università di Bologna negli anni caldi delle lotte politiche, tracciando il ritratto di una generazione. Oggi Palandri ha sessant’anni, molti libri importanti al suo attivo e tre figli, tutti in età di studi superiori e universitari: leggendo questo scritto, tenuto in equilibrio perfetto tra il racconto, lo studio di documenti e il saggio filosofico, dedicato a un poeta che si può definire come il più classico e il più irregolare della letteratura italiana, si ha l’impressione che il suo autore abbia pensato a loro. Nel racconto degli anni di Recanati, quando Leopardi progetta la fuga dalla casa dei genitori, pianificandola nei dettagli, Palandri ci mette di fronte alla vicenda di un ragazzo insofferente dell’educazione familiare. Nonostante la natura eccezionale delle sue doti intellettuali e della sua formazione, avvenuta sotto la guida di un padre innamorato dei libri al punto da...

Su Sogni e favole di Emanuele Trevi / L'uso dell'arte

Emanuele Trevi è uno scrittore vivente. L’affermazione, nella sua perentorietà, dispiacerà a Trevi, lucido indagatore del rovescio di inesistenza di tutto ciò che fa professione di esistere, della sostanziale inconsistenza di quanto ci ostiniamo a chiamare realtà. Ma è proprio per questo che Trevi è uno scrittore vivente, uno dei pochissimi: perché usa la scrittura come una pietra d’inciampo, come un anti-analgesico che costringe chi legge a fare i conti con il fatto abbastanza stupefacente di esistere, e di esistere dentro un impasto compatto di immaginazioni e filamenti organici, sublime bellezza e disperante miseria, spiritualità e biologia.  Diversamente dalla maggioranza degli scrittori e delle scrittrici, che assumono l’invenzione come un dato di fatto, le storie come qualcosa di assoluto e indiscutibile, per Trevi l’immaginario fa problema: e proprio nella misura in cui interagisce con la vita, penetra nella vita fino a costituirne l’ingrediente fondamentale e irrinunciabile. Per Trevi un libro ha senso se brucia passando di mano in mano, e l’esperienza estetica si dà soltanto come un evento che realmente trasforma l’esistenza, le imprime l’unica forma cui la vita può...

Stile e realtà / Murakami. L’assassinio del Commendatore

«Dire che è un lavoro solitario parrà banale, ma è proprio così: scrivere un romanzo, soprattutto un romanzo lungo, è qualcosa che si fa in solitudine. A volte ho l’impressione di stare seduto in fondo a un pozzo». È con queste parole che Murakami Haruki, nel settimo capitolo del Mestiere dello scrittore (2015), rappresenta la condizione del narratore immerso nella solitudine e nella profondità del comporre. La stessa solitudine riguarda i personaggi dei suoi romanzi più famosi, da Norwegian Wood a Kafka sulla spiaggia e 1Q84, che danno l’impressione di vivere in una bolla che galleggia nel tempo e nello spazio, persa in una dimensione incerta tra fantasia e realtà, presente e distopia. Le riflessioni di Murakami sulla scrittura fanno perciò sospettare che le sue storie siano spesso anche allegorie del comporre romanzi, o meglio variazioni sul tema della solitudine nella quale lo scrittore si astrae per dar corpo ai suoi fantasmi.  Non fa eccezione l’ultima opera, L’assassinio del Commendatore, nel quale anzi l’allegoria sembra ancora più esplicita che nei romanzi precedenti. La stessa metafora del pozzo trova qui un equivalente letterale nella caverna sotterranea da cui il...

Philippe Lançon, Le lambeau / Violenza, metamorfosi e rigenerazione

Quando non ce l'aspettiamo, quanto tempo ci vuole per sentire la morte che arriva? Sono le undici e venticinque, forse le undici e ventotto, del 7 gennaio 2015: il tempo sparisce nel momento in cui cerchiamo di raccontarlo, nell'inutile tentativo di ricostruirne ogni secondo. Philippe Lançon si alza, infila il suo cappotto; deve andare alla sede di Libération per scrivere un pezzo su La dodicesima notte, la pièce shakespeariana vista la sera prima in un teatro di Ivry, nella periferia parigina. La sala nella quale si è appena tenuta la riunione di redazione è piccolissima, come l'edificio che la ospita, come la via nella quale è situato l'edificio. Le parole sembrano correre come cani affamati da una bocca all'altra, nel migliore dei casi trovano una preda, nel peggiore si perdono tra un bicchiere di plastica vuoto e un foglio unto e scarabocchiato. Qualcuno fa una battuta, l'ennesima, seguono dei sorrisi, poi un rumore sordo, improvviso, «come di un petardo, e le prime grida all'ingresso a interrompere il flusso delle nostre battute e delle nostre vite» (Philippe Lançon, Le lambeau, Gallimard, 2018, p. 74). Eppure all'inizio l'impressione è quella di trovarsi al centro di una...

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