Il mini meridiano di Kafka

12 Gennaio 2024

Anche se è in brossura (con alette), il formato è lo stesso dei Meridiani. Uguale il colore, blu scuro; idem le diciture, dorate, anche se titolo e nome dell’autore sono disposti longitudinalmente; sulla copertina figurano anche il nome del curatore, in alto a destra, e in basso lo stemma mondadoriano della rosa. Ma soprattutto, la mole è esigua, meno di 150 pagine: un decimo rispetto alla media dei volumi rilegati in cofanetto che formano la prestigiosa collana della casa editrice milanese. Sto parlando di Un medico di campagna, raccolta di racconti di Franz Kafka, commentata da Luca Crescenzi: un micro-Meridiano che funge da staffetta della progettata nuova edizione in cinque volumi delle opere dello scrittore boemo, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte. Insieme a Vita d’un uomo. Tutte le poesie di Giuseppe Ungaretti, i Romanzi di Kafka, curati da Ervino Pocar, avevano inaugurato nel 1969 la collana ideata da Vittorio Sereni. L’anno dopo erano usciti i Racconti; nel 1972 Confessioni e diari e Lettere a Felice (1912-1917), sempre a cura del germanista istriano; infine le Lettere, a cura di Ferruccio Masini (1988). 

 L’operazione è senza dubbio interessante: un agile volumetto, di non comune eleganza, che annuncia e anticipa una pubblicazione di molto maggior respiro. Un assaggio, un aperitivo: che da un lato ripropone d’un classico, in una traduzione nuova, un’opera “minore” (ma quasi solo per le dimensioni), dall’altro offre un esempio degli apparati che andranno a corredare l’edizione in arrivo. Nella fattispecie, i Racconti del 1970 aggiungevano poche integrazioni alle note di Max Brod; qui le informazioni filologiche sono accompagnate da commenti che inquadrano i vari testi rendendo conto delle principali proposte interpretative. Nel corso di oltre mezzo secolo, la mole degli studi kafkiani s’è fatta davvero ingente: fuori discussione è quindi l’utilità per il lettore, anche non specialista.

Tanto più che Kafka, non solo nelle narrazioni brevi, associa alla limpidezza del dettato una forte carica di indeterminazione, declinata in vari sensi: oscurità, ambiguità, polisemia. Potremmo anzi dire che una delle sue cifre distintive consiste nel costruire il racconto intorno a ellissi, che a seconda dei casi possono apparire l’effetto di una studiata noncuranza, di un’intenzionale distrazione, oppure essere esibite come enigmi, o ancora assumere sembianze di occhio ciclonico (la regione quasi calma chiusa entro un vortice tempestoso), ovvero di voragini, in cui si rischia di precipitare non appena ci si sporga a contemplarla. Perché il resoconto di un delitto è intitolato Fratricidio, se vittima, assassino e testimone appaiono degli estranei? Chi è o cos’è, in Il cruccio del padre di famiglia, la creatura denominata Odradek? Di cosa parla, davvero, Sciacalli e arabi? Che la narrativa di Kafka esuli dal regime realistico è fin troppo ovvio; ma la sua peculiarità è di sollecitare in egual misura letture simboliche e interpretazioni letterali, un po’ come accade – e non sarà un caso – nel mito, sempre sospeso fra un’inesauribile potenzialità metaforica e un’arcana semplicità. 

Impregiudicato rimane il rapporto fra il più celebre dei romanzi di Kafka, Il processo, e i due racconti Davanti alla legge e Un sogno, dove c’è un personaggio che si chiama Josef K. Nell’apparato, Crescenzi dedica poi una particolare attenzione alle connessioni nascoste fra un racconto e l’altro, spunti e motivi che accomunano testi altrimenti privi di legami palesi. E andrà ricordato che il volume riproduce alcune immagini tratte dal libro dell’esploratore svedese Sven Hedin Da un polo all’altro (Von Pol zu Pol, 1911) che Kafka ha tenuto presente mentre scriveva alcuni di questi racconti, composti fra il 1916 e il 1917 nel piccolo appartamento messogli a disposizione dalla sorella, al n. 22 di Alchimistergasse, ai piedi del castello di Praga.  

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L’apertura di questo centenario coincide con la chiusura dell’anno calviniano: meno di otto mesi separano la nascita dell’uno (15 ottobre 1923) dalla scomparsa dell’altro (3 giugno 1924). L’ammirazione di Calvino per Kafka è abbastanza nota. Dall’epistolario sappiamo che fra i progetti del 1985 c’era anche l’introduzione a una nuova versione di Amerika; e l’ultima citazione della prima delle Norton Lectures, Leggerezza, riguarda il racconto Der Kübelreiter (Il cavaliere del secchio). Ma Un medico si campagna suggerisce anche riscontri stilistici più puntuali. Ad esempio, un certo modo di sviluppare la narrazione sulla base di congetture, caratteristico delle Città invisibili: «Si sarebbe tentati di credere che questa struttura abbia avuto un tempo una qualche forma utile e che adesso sia solamente rotta. Ma non sembra questo il caso; perlomeno non ci sono indizi che sia così», etc. (Il cruccio del padre di famiglia). O l’assetto binario del testo, articolato in due parti divergenti, ben distinte anche sul piano sintattico: si vedano a riscontro In galleria («Se una cavallerizza cadente e tisica fosse costretta a girare senza sosta in cerchio […] Ma siccome così non è; una bella signora, bianca e rossa, entra volando fra le tende», etc.) e la descrizione di Dorotea (Le città e il desiderio. 1): «Della città di Dorotea si può parlare in due maniere: dire che quattro torri d’alluminio s’elevano dalle sue mura fiancheggiando sette porte dal ponte levatoio a molla che scavalca il fossato la cui acqua alimenta quattro verdi canali […]; oppure dire come il cammelliere che mi condusse laggiù: “Vi arrivai nella prima giovinezza, una mattina, molta gente andava svelta per le vie verso il mercato, le donne avevano bei denti e guardavano dritto negli occhi», etc. Del resto, l’estensione della presenza di Kafka nella letteratura novecentesca (e oltre) è difficile da sopravvalutare. La nuova edizione delle opere sarà, fra tante altre cose, un’occasione per ripensarla.   

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TAGGED: Franz Kafka